DA CHI IMPARIAMO OGGI IL SENSO DELLA REPUBBLICA?

La Repubblica è – prima della veste giuridica che la identifica come una forma dello Stato – il senso della nostra comunità, intesa come polis complessa e articolata, come luogo ove si formano, si radicano e si trasmettono alle generazioni future i valori civili e sociali su cui si costruisce un’armoniosa ed equilibrata convivenza; e non certo intesa come un indistinto, casuale e anonimo aggregato di produttori e di consumatori.

L’appuntamento odierno con la celebrazione del 2 giugno, con l’anniversario del referendum attraverso cui il popolo ha voluto darsi la Repubblica come forma dello Stato, deve rifuggire dalla sempre incombente tentazione della ritualità. E proprio ad evitare questo temibile approdo, vorrei  svolgere il mio breve saluto alla popolazione e alle autorità richiamando il percorso a cinque tappe all’interno del quale ancora oggi si risolve e si chiarisce il valore della nostra appartenenza a questo Paese, all’Italia repubblicana.

La nostra nazione, nei valori che la identificano e che ancora oggi la costituiscono, si è formata nell’arco di poco più di decennio, dalla metà degli anni Trenta sino al 1948, attraverso la progressiva assimilazione e la consapevole acquisizione di cinque tratti fondativi: l’antifascismo, la resistenza, la liberazione, la repubblica e la costituzione.

All’origine dell’Italia che noi abitiamo e che amiamo rintracciamo la testimonianza di antifascismo di una minoranza di italiani che a metà degli anni Trenta, nel momento di massimo consenso per il regime fascista, seppero tenere viva l’idea di un’altra Italia, alternativa a quella del trionfalismo mussoliniano. E la tennero viva nell’esilio, nel carcere, al confino, uomini come i fratelli Rosselli, come Gramsci, come De Gasperi e don Sturzo, come Nenni e come Pertini. La tennero viva a prezzo della libertà e, in molti casi, della stessa vita. A questa minoranza sparuta ma consapevole, perseguitata ma inflessibile, noi dobbiamo la libertà di cui ancora oggi godiamo. La nostra Italia nasce là, nell’esilio e nel carcere di uomini che, sperando contro ogni speranza, non vollero rassegnarsi al conformismo di un’opinione pubblica largamente favorevole a un regime che, promettendo destini imperiali, in realtà preparava la catastrofe della guerra.

E’ questa testimonianza, minoritaria ma inflessibile, che innerva la Resistenza: senza l’Antifascismo perseguitato degli anni Trenta non ci sarebbe stata la reazione dei resistenti nell’autunno del ’43, non ci sarebbe stata la reazione dei militari italiani che scelsero consapevolmente di combattere il nazifascismo. Senza la Resistenza non avremmo avuto la Liberazione del 25 aprile; senza Liberazione non sarebbe stata conquistata la Repubblica, e senza la forma repubblicana dello Stato non ci sarebbe stata la Costituzione del 22 dicembre del 1947.

Dunque, senza l’antifascismo non ci sarebbe stata l’Italia repubblicana di cui oggi celebriamo la ricorrenza. Dobbiamo però avere il coraggio di riconoscere che la stagione dei cinque tratti fondativi della repubblica sopra ricordati è figlia di una temperie morale e civile così alta e nobile che oggi non riusciamo neppure ad immaginare: quella temperie costituisce ancora l’unico giacimento di etica civile e di idealità della nazione. Di quel lascito – e di quello solo – vive l’Italia.

Ma se, come purtroppo ci pare stia accadendo in questi mesi, l’Antifascismo viene delegittimato in radice (cosa sarà mai, se non delegittimazione radicale, la presenza dei militanti di Casa Pound – “fascisti del terzo millennio” – nelle liste elettorali?); se la Resistenza viene svilita, come è accaduto nelle settimane scorse con la provocatoria proposta di legge per l’equiparazione dei patrioti e dei repubblichini di Salò; se la Liberazione viene contestata e ridotta a feroce regolamento di conti tra faide di opposto orientamento ideologico-politico; se la Costituzione viene forzata, alimentando continue tensioni tra potere politico e magistratura e tra Governo e Parlamento, oppure facendo appello direttamente al popolo in aperta polemica con le istituzioni rappresentative della sovranità popolare: ebbene, se tutto questo continua ad accadere, anche la Repubblica smarrisce il suo volto e la sua identità.

Guardate, la Repubblica è – prima della veste giuridica che la identifica come una forma dello Stato – il senso della nostra comunità, intesa come polis complessa e articolata, come luogo ove si formano, si radicano e si trasmettono alle generazioni future i valori civili e sociali su cui si costruisce un’armoniosa ed equilibrata convivenza; e non certo intesa come un indistinto, casuale e anonimo aggregato di produttori e di consumatori.

Che questa sia la nostra Repubblica, e dunque che questo sia il significato ultimo della ricorrenza che oggi celebriamo, ce l’hanno insegnato uomini come Benedetto Croce e Umberto Terracini, come Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, come Ugo La Malfa, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira.

Ma noi, oggi, da chi l’apprendiamo?

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

Pallanza, 2 giugno 2009

 

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CENTRO “NATALE MENOTTI”. NUOVI SCENARI CULTURALI E SOCIALI

Eugenio Borgna, Giannino Piana, Enrico Letta, Gherardo Colombo, Luigi Manconi: tra maggio e ottobre il Centro “Natale Menotti” di Verbania propone al “Chiostro” una serie di incontri con personalità di rilevanza nazionale per approfondire scenari sociali e culturali inediti e nodi problematici di grande complessità e di stretta attualità.

Un’occasione da non perdere e da condividere, iniziando dalla locandina del corso che si può vedere cliccando questo link: Centro Menotti 2017

 

 

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“NON PENSATE A ME, PERCHE’ LA MIA COSCIENZA E’ TRANQUILLA”. IL NOSTRO 25 APRILE

Chiudo questa riflessione con la parole di Mario Vernino. Artigliere, 25 anni, di Fara Novarese, è stato fucilato dai repubblichini nel Canavese. Il giorno della sua morte scrive ai familiari pochissime parole: “Carissimi, il 19 sono stato catturato dai reparti paracadutisti. Oggi, 22 marzo, sono fucilato. Non pensate a me, perché la mia coscienza è tranquilla”. Non scrive altro, Mario Vernino; eppure tanto avrebbe potuto dire nell’ultimo giorno della sua vita ai suoi genitori. Ma tutto è raccolto nell’ultima frase: “Non pensate a me, perché la mia coscienza è tranquilla”. E’ grazie alla coscienza tranquilla di Mario Vernino che noi possiamo celebrare anche oggi la festa del 25 aprile.

“…....Voglio infine dedicare il quarto tempo di questa riflessione alla nostra Liberazione, a quella che abbiamo conosciuto nel racconto di coloro che in questi luoghi l’hanno vissuta e sofferta. Il tempo affievolisce la memoria diretta dei protagonisti e dei testimoni. Per questo abbiamo bisogno di riannodare la nostra memoria ai luoghi, ai volti, ai nomi, alle storie di quanti hanno sacrificato la vita per noi. Dobbiamo cioè avere ben chiaro quando, dove, come e perché ragazzi non ancora ventenni hanno maturato la scelta di opporsi a un potere invasivo e minaccioso che li costringeva a una militanza avvertita come ripugnante. Abbiamo bisogno della concretezza dei loro volti e della familiarità dei loro nomi, che le lapidi, le fotografie sbiadite e gli oggetti posseduti ci rimandano ancora oggi. Abbiamo bisogno di riandare su quei luoghi per noi così ordinari e consueti (la strada  che da Unchio sale a Cossogno, la piazza Cavour, la foce del S. Giovanni, il cimitero di Cavandone, la curva della colonia Motta e, infine, il canale di Fondotoce) dove la morte ha incontrato partigiani e civili. Io ho la fortuna di conservare tra le carte di casa un quaderno che mio padre compilò a mo’ di diario privato tra l’inverno del ’43 e la primavera del ’44: pagina dopo pagina accanto alle notazioni personali (il numero delle sigarette fumate, i film visti, l’incontro forse non casuale con la graziosa compaesana, la giornata scolastica) si fanno strada considerazioni via via più meditate che nel breve volgere di qualche mese sosterranno la scelta di non rispondere all’arruolamento obbligatorio dei repubblichini e di scegliere la montagna e poi l’Ossola e infine l’internamento in Svizzera. Abbiamo bisogno di conoscere le ragioni di quelle militanze, perché non ne vada disperso il significato.

Chiudo questa riflessione, forse troppo lunga, con la parole di Mario Vernino, che ho ritrovato nel volume dedicato ai condannati a morte della Resistenza novarese. Artigliere, 25 anni, di Fara Novarese, è stato fucilato dai repubblichini nel Canavese. Il giorno della sua morte scrive ai familiari pochissime parole: “Carissimi, il 19 sono stato catturato dai reparti paracadutisti. Oggi, 22 marzo, sono fucilato. Non pensate a me, perché la mia coscienza è tranquilla”.

Non scrive altro, Mario Vernino; eppure tanto avrebbe potuto dire nell’ultimo giorno della sua vita ai suoi genitori. Ma tutto è raccolto nell’ultima frase: “Non pensate a me, perché la mia coscienza è tranquilla”.

E’ grazie alla coscienza tranquilla di Mario Vernino che noi possiamo celebrare anche oggi la festa del 25 aprile.”

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

Verbania-Intra, 25 aprile 2005

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IN MEMORIA DI GIANNI SAFFAGLIO, PARTIGIANO. E DI SUA MADRE, TERESA BINDA

In memoria di Gianni Saffaglio, che ha combattuto per la nostra libertà e che all’inizio di gennaio se n’è andato a 91 anni, dopo un’esistenza esemplare. Mi piace pensare che Gianni abbia potuto riabbracciare mamma Teresa, 72 anni dopo quel tragico e glorioso giugno del 1944.

Concludo questa riflessione a voce alta con un riferimento locale, che ci onora e ci inorgoglisce perché fa emergere naturalmente quell’idea d’Italia che nel 25 aprile riconosciamo. In questo momento, mentre io vi parlo, a Roma, all’Altare della Patria, Gianni Saffaglio riceve dalle mani del Presidente Giorgio Napolitano la medaglia d’oro al merito civile concessa a sua madre, Teresa Binda, fucilata dai nazisti a Beura Cardezza il 27 giugno 1944. Gianni Saffaglio è stato partigiano in Val Grande e lì sua madre lo raggiunse nel giugno del ’44; non potè rientrare a casa, a Suna, perché in quei giorni si scatenò il rastrellamento nazifascista. Teresa Binda seguì la colonna partigiana verso Finero e lì il figlio l’affidò a una famiglia di contadini. Tornata a Suna, Teresa fu catturata dai fascisti delle Brigate Nere nella sua casa di via Gioberti. Trasferita prima a Villa Caramora a Intra e poi alle carceri di Domodossola, fu picchiata, torturata e infine fucilata insieme al gappista intrese Otello Mapelli, al carabiniere-partigiano Cesare Badella e ad altri sei giovani cui fece da madre nel momento tragico e solenne della morte.

Ora, il sacrificio di mamma Teresa, rimasta presto vedova con quest’unico figlio, viene onorato dal Presidente della Repubblica all’Altare della Patria.  E noi aggiungiamo la sua memoria accanto a quella di uomini e donne a cui l’Amministrazione Comunale in questi ultimi anni ha voluto dedicare luoghi e spazi della nostra città, perché sia messa al riparo dall’oblìo quell’idea dell’Italia che ci ha fatto liberi: dell’infermiera “medico di Brigata” Maria Peron parla la scuola elementare di S. Anna; di Nino Chiovini, “Peppo”, parla il parco di Biganzolo. Dell’eroismo collettivo della città di Verbania parla la medaglia d’oro al merito civile che ho ricevuto dalle mani del Presidente Ciampi nell’ottobre del 2005; della dedizione della crocerossina Maria Vittoria Zeme dirà un  percorso che la Giunta si accinge a intitolarle a Pallanza.

La vicenda di questa donna mi è stata raccontata nelle settimane scorse da Gianni Saffaglio, Giannino, con grande lucidità, passione e dignità. Una testimonianza di grande valore. Prima di congedarsi, Giannino mi ha narrato un episodio apparentemente minimo, che – pur a distanza di moltissimi anni – lo commuoveva ancora profondamente. A Liberazione avvenuta, il giovane Saffaglio si trovava sul lungolago di Pallanza. Spaesato e confuso. Solo. Non possedeva altro che il moschetto, un paio di calzoni sdruciti e una camicia: i fascisti che avevano catturato Teresa non avevano certo risparmiato la sua casa e pochi beni che la donna possedeva. Lì, sul lungolago, Gianni Saffaglio viene chiamato da Ettore Franzi, commerciante d’abiti, e invitato nel negozio per potersi rivestire dopo un anno di vita alla macchia. Un episodio solo apparentemente minimo, dicevo: nell’intensa commozione di Saffaglio si rivela infatti la consapevolezza di un’esistenza che riprende dopo l’intermezzo tragico e straordinario della Resistenza. La nuova esistenza ricomincia da una reciproca riconoscenza: quella di un civile per il giovanissimo partigiano che tutto ha messo in gioco per la libertà dell’Italia e quella del partigiano per un uomo che con un gesto semplice e immediato di generosa solidarietà lo ha riaccolto nella comunità civile che proprio allora rinasceva.

In Gianni Saffaglio e in Ettore Franzi si rivela forse meglio che in molte parole quell’idea dell’Italia che costituisce ancora oggi il lascito preziosissimo del 25 aprile.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

Verbania-Intra, 25 aprile 2008

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LE SFIDE E I PROBLEMI DEL NUOVO TEATRO

Sono solo cinque punti. Ma non sono trascurabili. E forse sarebbe il caso di trovare luoghi, modalità e occasioni per poterli affrontare, prima che il quadro si complichi tanto da rendere i problemi irrisolvibili. Intanto l’esclusione della rassegna dei “Lampi”, il non riuscito coinvolgimento delle realtà associative cittadine, lo stallo della Fondazione e l’annuncio fatto dal Comune di un “ripensamento totale” delle politiche culturali segnano un avvio complicato dell’esperienza del Maggiore.

I fatti  maturati nelle ultime settimane consentono di valutare con meno approssimazione e maggiore chiarezza l’impatto del CEM/Maggiore sulla vita della nostra comunità cittadina. Vediamo in sintesi puntuale gli elementi salienti.

1. IL NOME DELLA COSA.  Concepita come CEM (Centro Eventi Multifunzionale), la struttura è poi nata come teatro Maggiore. Non si tratta di mera questione nominalistica. Trasferendo il progetto iniziale da piazza F.lli Bandiera all’ex arena e aumentandone il costo di almeno il 40%, la Giunta destro-leghista aveva deciso di “assorbire” il teatro cittadino di piazza F.lli Bandiera in una faraonica struttura – a gestione rigorosamente privata – destinata a realizzare congressi, eventi, convegni, manifestazioni fieristiche e ristorazione i cui ricavi avrebbero completamente assorbito i costi gestionali e manutentivi (faraonici anch’essi) dell’intero immobile, lasciando a carico del Comune un microscopico deficit annuale di 23.000 € legato alle sole attività teatrali e culturali. Nulla di ciò s’è fatto e mai si farà, perchè la struttura è totalmente inidonea a congressistica, convegnistica e fieristica. E infatti i “sassi” di Arroyo non si chiamano più “Centro Eventi Multifunzionale”, ma teatro “Il Maggiore”: un volume straordinariamente sovradimensionato per ospitare una sala teatrale di medie dimensioni (poco più di 500 posti); all’esterno, un’arena scoperta di capienza analoga a quella preesistente. Gli effetti economici di questa situazione sono già stati illustrati e documentati qui e qui.

2. GESTIONE E FONDAZIONE. Nel parere (incommentabile) formulato nel 2011 sul Piano di Gestione del CEM i Revisori dei Conti  scrivevano almeno una cosa condivisibile: “circa la modalità di gestione del Cem, affidata completamente a terzi, essa potrebbe rivelarsi inattuabile ove le gare d’appalto andassero deserte, con conseguente – si ritiene – decisione di gestione diretta [da parte del Comune, n.d.r.] non ipotizzata nel Piano. Ecco, appunto: l’infausta profezia si è avverata. E oggi il Comune naviga a vista (e non potrebbe fare altrimenti) con una gestione diretta e senza rete dell’ex CEM ora Maggiore: ovvero senza alcuna preventiva e attendibile programmazione economico-finanziaria e accingendosi a coprire uno sbilancio di almeno 500.000 € per il 2016. E in futuro? Una cosa è certa: non si farà mai una gara per una gestione dell’intera struttura affidata a privati, perchè il CEM non è un Centro Eventi Multifunzionale; è una sala teatrale di medie dimensioni annegata in volumi commercialmente (e non solo) inutilizzabili. Resta in campo l’opzione “Fondazione”, di cui si parla da più di un anno senza che si siano fatti apprezzabili passi in avanti; anzi, senza che se ne sia mai potuto discutere nelle sedi competenti (Consiglio Comunale e sue Commissioni). La Regione Piemonte, a cui Verbania guarda con comprensibile bramosia come bancomat istituzionale, ha più volte ribadito che a una Fondazione parteciperà soltanto se in essa saranno comprese le strutture, le gestioni e i programmi attualmente presenti nel Vco (“La Fabbrica” di Villadossola, il teatro/auditorium di Cannobio, il “Maggiore” di Verbania, il Palazzo dei Congressi di Stresa). Cannobio, Villa e Stresa hanno dichiarato grande freddezza (se non disinteresse, vedi Stresa) per questa ipotesi; inoltre, non si intravede alcuna presenza di privati robustamente dotati di capitali, senza i quali la Fondazione – se mai dovesse nascere – di risolverebbe in un “carrozzone” interamente pubblico. Dunque? La scelta è – ahimè – obbligata: si continuerà la navigazione a vista, con la gestione diretta del Comune alle condizioni di sbilancio finanziario attuali. Qualche limitato sollievo potrebbe venire dall’affidamento della gestione del ristorante , infilato in cima a uno dei “sassi”; i tentativi sinora sono andati deserti, facendo venire meno una previsione di entrata nel 2016 per il Comune (canone d’affitto) stimata a Bilancio in 60.000 €. E’ partita in questi giorni una terza procedura di affidamento. Si vedrà.

3. IL TEATRO E LA SUA IDENTITÀ. Assunta piena cognizione del “bidone” destro-leghista rifilato alla città di un “CEM” che non ha nulla che lo possa anche solo avvicinare a un Centro Eventi, il Comune ha reiteratamente dichiarato l’ambizione di farne un “polo di eccellenza” culturale (teatro, danza, musica, balletto, concerti…) a livello regionale, se non addirittura interregionale/internazionale. Tenuto conto che la capienza massima dell’unico spazio fruibile è di poco superiore ai 500 posti, riesce difficilissimo immaginare entrate da biglietti e abbonamenti in grado di sostenere economicamente l’ambizione all’eccellenza. E infatti l’idea di teatro concepita dal Centrosinistra tra il 2003 e il 2009 e incarnatisi nel progetto di piazza F.lli Bandiera era radicalmente diversa. Essa intendeva realizzare una struttura finalmente adeguata alle esigenze della città e del suo hinterland: niente megalomanie da Centri Eventi, niente ambizioni per eccellenze fuori della misura della nostra realtà, ma un teatro di dimensioni appropriate (il Vip contava circa 600 posti) e finalmente attrezzato (camerini, servizi, palcoscenico, buca, cinematografia…), affiancato da una sala più ridotta per eventi “di nicchia”, amatoriali e scolastici. Un teatro pensato e voluto innanzitutto per dare risposta ai bisogni delle numerose realtà associative cittadine e poi per favorire l’arricchimento dell’offerta culturale.

4. UN AVVIO COMPLICATO. La stagione estiva del Maggiore appena conclusa e quella invernale annunciata disegnano uno scenario diverso, che non è (né poteva o potrà realisticamente essere, per le ragioni espresse più sopra) di eccellenza e non è a misura delle realtà associative culturali presenti da molti anni in città. Confezionate da una direzione artistica e organizzativa piovuta improvvisamente e inaspettatamente sulla città e che non è riuscita nei mesi scorsi a costruire un percorso condiviso con le associazioni del territorio, le stagioni esprimono un’offerta di livello complessivamente accettabile (la risposta dei cittadini per il 2016-2017 è però in chiaroscuro: dopo un paio di settimane la stagione “comico d’autore” ha 180 abbonamenti, la stagione di prosa 195, la stagione di musica 49 e quella di danza 45) , ma sembrano relegare in una posizione defilata e marginale le realtà  culturali cittadine. La rassegna teatrale di prosa “Lampi sul Loggione” dopo trent’anni di ininterrotta e meritoria presenza è stata sostituita da quella di diretta emanazione comunale; per questa ragione restano un’incognita le rappresentazioni teatrali riservate alle scuole, che dal 1984 ad oggi hanno assicurato annualmente la partecipazione di oltre 4.000 studenti dalle Materne alle Superiori. L’altrettanto storica rassegna di cineforum “Metti una sera al cinema“, articolata in 30 proiezione tra ottobre ed aprile, proporrà solo 10 appuntamenti al Maggiore a causa degli elevati costi (circa 450 € a sera) e continuerà ad utilizzare la sala del Chiostro. Siamo in effetti molto lontani dalle indicazioni elaborate dal Circolo PD di Verbania tra aprile e maggio nell’articolato documento “Ipotesi e proposte per il Maggiore“, nel quale si individuavano le espressioni più significative del tessuto associativo cittadino come gli interlocutori naturali e privilegiati per la costruzione dell’offerta culturale del nuovo teatro. Documento che non sembra abbia ricevuto particolare attenzione da parte dell’Amministrazione, se è vero che proprio in un comunicato-stampa di queste ore sulla vicenda dei “Lampi” il Comune afferma testualmente che “l’apertura del Teatro richiede un ripensamento totale delle politiche culturali cittadine e della programmazione”: sarebbe interessante sapere quando, dove e ad opera di chi è in corso questo “ripensamento totale” delle politiche culturali cittadine, che pure si sono affermate, consolidate e continuamente rinnovate negli ultimi 35 anni attraverso un intenso e appassionato lavoro collettivo di associazioni, operatori culturali e amministratori locali.

5. IL NODO DELLE RISORSE. Last but not least, la questione delle risorse economiche necessarie per il mantenimento dell’ex CEM. In attesa di avere almeno i primi elementi per una valutazione dell’ipotesi “Fondazione” e di verificare la corrispondenza tra le somme stanziate quest’anno a preventivo e quelle che risulteranno con l’assestamento finale di Bilancio, resta pienamente attuale il nodo della quantificazione e del reperimento dei fondi sull’Esercizio 2017. Il Bilancio di previsione 2016 ha conteggiato spese per 800.000 € in parte corrente (servizi, consulenze, cachet degli artisti, utenze, compensi e stipendi…) e per 218.000 € in parte investimenti. Le Entrate sono state previste in € 340.000 (ma i 60.000 € dell’affitto del ristorante e i 25.000 € dei biglietti del cineforum estivo non sono stati incassati, mentre i 130.000 € di sponsor e i 15.000 € per l’affitto delle sale andranno accertati in corso d’anno). La differenza è stata coperta con l’utilizzo dell’Avanzo di Amministrazione 2015 per circa 900.000 €. Una cifra assai rilevante e prelevata da una fonte di entrata (l’avanzo di amministrazione) che non è certa e non può essere utilizzata per finanziare spese correnti di carattere continuativo come appunto quelle per la gestione del Maggiore. Si tratta dunque di prevedere, a partire dal Bilancio 2017, il reperimento di molte centinaia di migliaia di euro di risorse fisse e ricorrenti per colmare l’imponente sbilancio della gestione del Maggiore, che nessuno aveva indicato nel Piano di Realizzazione e Gestione dell’opera approvato nel 2011.

Sono solo cinque punti. Ma non sono trascurabili. E forse sarebbe il caso di trovare luoghi, modalità e occasioni per poterli affrontare, prima che il quadro si complichi tanto da rendere i problemi irrisolvibili.

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CARLO ALBERTI, UNA CITTA’, LE SUE LIBRERIE di Giovanni B. MARGAROLI

Carlo Alberti era di una razza oramai in via di estinzione, imprenditore sveglio e coraggioso ma conscio del ruolo di mediatore sociale e culturale che il libraio e l’editore locale doveva svolgere, perché parte integrante della mission (come si direbbe oggi), e pilastro del mestiere.

Mentre assistevo al funerale di Carlo Alberti ho ripercorso mentalmente alcuni momenti della storia di questa presenza imponente in città e nella vita della mia famiglia.

Quando comprammo la nostra libreria, esattamente 50 anni fa, indebitandoci oltre il ragionevole per ingenuità e inesperienza, Carlo Alberti era un uomo maturo ed esperto, un esempio da imitare e il concorrente da battere per sopravvivere.

Quasi subito gli eventi del tempo ci spinsero a caratterizzarci su posizioni diverse, lui saldo baluardo della classe dirigente colta e conservatrice della città, noi riferimento culturale e fisico (davanti al Cobianchi) del disordinato, appassionato, velleitario e anche giocoso dibattito che agitava il mondo giovanile.

Questa polarizzazione (per quanto sempre più irriconoscibile nei suoi attributi) ci rimase un po’ attaccata alla pelle in tutti gli anni futuri, nell’attività della libreria e in quella editoriale, un po’ subita è un po’ coltivata, un po’ convinzione un po’ vezzo, un po’ abitudine e un po’ segmentazione del mercato, ma sempre con rispetto reciproco e con una capacità di collaborare che si è poi rafforzata con gli anni e con l’età.

Carlo Alberti era di una razza oramai in via di estinzione, imprenditore sveglio e coraggioso ma conscio del ruolo di mediatore sociale e culturale che il libraio e l’editore locale doveva svolgere, perché parte integrante della mission (come si direbbe oggi), e pilastro del mestiere. Le librerie indipendenti vanno via via scomparendo, con poche eccezioni, tra cui la sua. La loro scomparsa è un impoverimento della comunità non compensato dalla vivacità apparente e dall’apparente democraticità delle nuove modalità di comunicazione.

Alberti era molto consapevole e orgoglioso del suo ruolo e lo ha sempre difeso anche nel corso delle grandi e radicali trasformazioni del mercato del libro. Per questo mi piace pensare che come me si sia rallegrato che due ragazzi abbiano aperto una nuova libreria a Pallanza. Anche loro, come noi, siamo un po’ figli e nipoti suoi.

 

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