UN’AZIONE IN TRE MOSSE CONTRO LA “PROPOSTA INDECENTE” DI CIRIO E PREIONI di Claudio ZANOTTI

Dopo la sortita del duo Cirio-Preioni è necessaria un’azione politica risolutiva dell’Assemblea dei Sindaci dell’Asl articolata in tre passaggi: rigetto integrale della proposta della Regione; individuazione di un’area baricentrica idonea scelta fra i tre siti già ora disponibili e potenzialmente adatti; indizione di un referendum provinciale nel caso in cui la Regione persistesse nella sua sciagurata decisione. 

A una settimana dalla formalizzazione da parte del duo Cirio-Preioni della scelta peggiore in materia di sanità provinciale, l’opinione pubblica vive una fase di altissima fibrillazione: si susseguono le prese di posizione di partiti e di amministratori contro l’ospedaletto spoke cardine nella piana tra Villadossola e Domodossola e il declassamento del “Castelli” a (transitorio) nosocomio territoriale di prossimità. A dar manforte a questa opposizione, il variegato mondo social con la creazione di affollatissimi gruppi pro Castellipro ospedale baricentrico.

In attesa che alla sacrosanta indignazione e all’esegesi forsennata e inutile del concetto di “baricentrico” (questione ormai risolta in via definitiva da Roberto Negroni qui) si affianchi un ragionamento politico in grado di neutralizzare la sciagurata decisione destro-leghista, ci permettiamo di suggerire un’azione articolata in tre passaggi.

Primo passaggio. Dopo l’irrituale e scenografica sortita al Tecnoparco di venerdì 25 ottobre è necessario ricondurre la questione dell’ospedale nuovo/unico entro i luoghi istituzionalmente deputati a esprimere una posizione, ovvero la Rappresentanza e l’Assemblea dei Sindaci dell’Asl 14. Una posizione forte, inequivoca e ormai indifferibile, che si sostanzi nell’approvazione di una deliberazione di totale rigetto della soluzione (?) presentata al Tecnoparco della Regione Piemonte per le molte e fondate ragioni che in questi giorni sono state riproposte da amministratori, forze politiche, Consigli Comunali, associazioni di categoria e operatori del settore sanitario. Un atto deliberativo in questi termini con il voto dei Comuni del Verbano, del Cusio e della Bassa Ossola rappresenterebbe un insuperabile punto fermo di cui la Regione non potrebbe non tenere conto quando si accingesse a formalizzare con atto deliberativo e/o tecnico-amministrativo il progetto illustrato la scorsa settimana .

Secondo passaggio. Come atto coerentemente conseguente all’assunzione di una deliberazione di totale rigetto, l’Assemblea dei Sindaci dovrebbe valutare l’opportunità di formalizzaare l’avvio di un procedimento amministrativo per l’individuazione di un’area idonea alla realizzazione di un ospedale unico provinciale spoke di primo livello (350 posti letto) attraverso l’approntamento di uno studio di fattibilità che – nel rispetto delle procedure previste dal Codice degli Appalti (cosa purtroppo non fatta nel caso del progetto insostenibile di Ornavasso-collina) – metta a confronto più siti potenzialmente adatti (zone pianeggianti collocate nel baricentro demografico della provincia) e individui il migliore sulla base di parametri come: 1) l’accessibilità viabilistica e con mezzi pubblici; 2) i vincoli geologico-ambientali e le condizioni urbanistiche; 3) le condizioni morfologiche, geotecniche e costruttive; 4) i costi.

E tre siti  potenzialmente adatti sono già stati proposti nelle scorse settimane. I sindaci di Verbania e di Gravellona Toce hanno messo a disposizione due aree nei rispettivi Comuni: quella tra Fondotoce e Gravellona compresa tra Gran Casa Cusiana Metalli e quella nel Piano Grande tra Gravellona e Feriolo poco oltre l’imbocco della nuova galleria per Omegna. Il sindaco di Ornavasso ha invece ipotizzato l’utilizzo di un’area pianeggiante lungo il Toce in direzione Gravellona. Si realizzi rapidamente uno studio di fattibilità mediante comparazione tra questi tre siti e, in base ai parametri suindicati, si individui quello più idoneo da proporre alla Regione. Lì potrà sorgere il nuovo ospedale spoke della provincia.

Terzo passaggio. Se, a fronte dell’individuazione da parte dell’Assemblea dei Sindaci dell’area più idonea fra le tre proposte, la Regione mantenesse ferma la proposta di ospedale provinciale tra Villadossola e Domodossola, procedere all’indizione di un referendum provinciale per sciogliere in via definitiva il nodo della localizzazione, chiedendo alla popolazione del Vco di scegliere tra la proposta della Regione (ospedaletto spoke nella piana tra Villa e Domo e ospedaletto di prossimità al “Castelli”) e quella dell’Assemblea dei Sindaci (ospedale unico spoke da 350 posti nel sito individuato fra i tre potenzialmente idonei di cui al punto precedente).

E’ tempo ormai che la politica torni a farsi carico delle responsabilità che le competono.

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OSPEDALE UNICO DEL VCO. LA SOLUZIONE MIGLIORE E QUELLA PEGGIORE di Claudio ZANOTTI

Dati oggettivi, ragionevolezza e buon senso dicono che la soluzione più razionale e convincente per localizzare il nuovo ospedale unico provinciale è rappresentata dall’area tra Gran Casa e Cusiana Metalli, nel cuore della grande conurbazione Verbania-Gravellona-Omegna. Ma Destra e Lega si preparano a una scelta di segno opposto: la peggiore che si possa immaginare. 

Con il recentissimo articolo di Roberto Negroni pubblicato su queste pagine si può definitivamente archiviare la vexata quaestio della “baricentro” provinciale per il nuovo ospedale: esso dovrà sorgere all’interno di un’area “conurbata”. E poiché le “aree conurbate” del Vco sono due (asse Verbania-Gravellona-Omegna e asse Villa-Domo-Crevola), o qua o là.

Dati oggettivi, ragionevolezza e buon senso dicono Verbania-Gravellona-Omegna. Lungo questo asse si registrano il maggior numero di residenti (105.000 contro 54.000), il maggior afflusso turistico (2.500.000 presenze/anno contro 203.000) e la maggiore concentrazione di infrastrutture e di servizi di viabilità/trasporto (svincolo autostradale, confluenza delle statali 33 e 34 e della strada provinciale 229, stazione ferroviaria di Verbania, passaggio di tutte le più importanti linee di trasporto pubblico locale).

All’interno della conurbazione Verbania-Gravellona-Omegna in queste ultime, concitate e confuse settimane sono state ipotizzate tre possibili localizzazioni: l’area Fondotoce-Gravellona (tra Gran Casa e Cusiana Metalli), proposta per questa destinazione sin dal 2006 da chi scrive, allora sindaco di Verbania, e rilanciata un paio di mesi fa dall’attuale sindaco; un’area pianeggiante tra Gravellona e Feriolo proposta dal Comune di Gravellona; l’area pianeggiante lungo il Toce all’uscita di Ornavasso, in direzione Gravellona, rilanciata in “zona Cesarini” prima delle elezioni di maggio dal sindaco di Ornavasso e dagli amministratori regionali. Al netto di risolvibili questioni di messa in sicurezza idrogeologica della prima e della terza, l’area Fondotoce-Gravellona presenta – più delle altre due – caratteristiche di elevata idoneità ad accogliere il nuovo ospedale unico. Vediamole in rapida sintesi.

A poche centinaia di metri dall’area Gran Casa-Cusiana Metalli si trovano lo svincolo autostradale e la stazione ferroviaria, mentre sulla statale 34 transitano e intersecano le fermate i mezzi delle più importanti linee di trasporto pubblico locale (Verbania-Omegna, Verbania-Domodossola, Verbania-Stresa-Arona-Novara, Domodossola-Stresa-Arona-Novara, Verbania-Cannobio, Verbania-Piancavallo..). Dal punto di vista urbanistico il sito di Verbania è in classe II di pericolosità geologica, per almeno 70.000 mq, e parzialmente soggetto a vincolo idrogeologico non boscato, tutto quindi edificabile, e dispone di un’altra area adiacente, sempre pianeggiante, in classe IIIa, inedificabile e soggetta vincolo ambientale, ma utilizzabile a parco per almeno altri 80.000 mq, fino al fiume Toce; la prima zona, ben esposta a Sud, e di dimensioni pari, tanto per intenderci, a quella del nuovo ospedale di Legnano (74.000 mq e 550 posti letto), può essere utilizzata mediante variante urbanistica senza particolari difficoltà.

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Queste condizioni erano presenti già nel novembre del 2015, quando l’Assemblea dei Sindaci del Vco e la Regione Piemonte approvarono la localizzazione del nuovo ospedale nella collina sopra Ornavasso. Fu una decisione sbagliata che da queste pagine cercammo di impedire con una serie di documentati e approfonditi interventi, i cui contenuti non intendiamo in queste sede riprendere, ma che possono essere letti in questi quattro articoli. Una decisione figlia del tatticismo praticato dal centrosinistra, allora forza di maggioranza in Regione e nei più importanti Comuni del Vco, convinto che la soluzione-Ornavasso fosse l’unica in grado di raccogliere il consenso di Domodossola e di altri Comuni ossolani, per i quali il nuovo ospedale non sarebbe stato immaginabile al di fuori dell’Ossola “geografica”.  Un diktat incomprensibile, al quale non è difficile far risalire anche il fallimento ormai certificato dell’irrazionale scelta dell’ospedale “di collina” di Ornavasso.

Oggi la responsabilità di decidere qualcosa sull’assetto ospedaliero del Vco torna in mano allo schieramento destro-leghista, maggioranza in Regione. Uno schieramento che su questo tema in vent’anni non ha mai saputo elaborare una proposta ragionata, articolata e convincente, dovendosi escludere dal novero delle proposte ragionate il progetto di ospedale unico a Piedimulera contenuto nel Piano Aress del 2002. Il Presidente della Regione Piemonte, Cirio, ha annunciato che il 25 ottobre saranno rese note le decisioni della Giunta, anche se i rumors di corridoio parlano di ospedale unico provinciale a Domodossola (San Biagio o ospedale nuovo?) e di conferimento ai privati del Castelli.

Non ci sarebbe scelta peggiore.

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DI BARICENTRI, OSPEDALI E QUESTIONI CONNESSE di Roberto NEGRONI

Il nuovo ospedale unico provinciale va realizzato “in zona baricentrica”, e questo ce lo ripetiamo da un paio di decenni. Ma quale “baricentro”? Non certo quello “geografico”, che è un’astrazione insensata, ma quello “demografico”, identificabile in una delle due “conurbazioni” provinciali: quella sull’asse Verbania-Omegna-Gravellona (105.000 residenti, più valli e presenze turistiche) e quella Villadossola-Domodossola-Crevoladossola (54.000 abitanti, più valli e presenze turistiche). Valutino i lettori.

Considerato che il rovello dell’ospedale unico del VCO sta per essere squadernato ancora una volta dalla Regione sul tavolo apparecchiato degli appetiti localistici, con tutto il suo carico incendiario e conflittuale, può forse essere utile ricapitolare qualcosa di quanto detto e sentito in quasi vent’anni in cui il fiato e l’inchiostro non sono certo stati risparmiati. Niente di nuovo, soltanto provare a rimettere a fuoco qualche considerazione, da qualcuno espressa e da tanti di buon senso facilmente compresa, che pare avere rilevanza per il tema in questione.

Di questo tema, l’ospedale unico provinciale, forse molto si potrebbe dire e discutere, ma ciò che sempre si è imposto, scatenando passioni e interessi più o meno nobili, è stato un nodo soltanto: DOVE COLLOCARLO? Diciamo anche, tanto per sgombrare il campo, che in caso contrario, cioè nel caso che l’atteso pronunciamento regionale sentenziasse per l’ospedale plurisede, quel tavolo di cui sopra si è detto sarebbe prontamente sparecchiato e si procederebbe ad altri meno febbrili mercati. Ma se la scelta, come pare dalle indiscrezioni che circolano, sarà per l’unicità, allora il dilemma resta uno solo: DOVE?

In realtà, una risposta è stata da tempo data e ribadita: in un’area baricentrica.

Bene, ma baricentrica a cosa? Per un solido geometrico la cosa è facile, perfino per la Torre di Pisa, ma qui non è come con certi stati e contee americani disegnati con squadra e righello: per un territorio con una forma che sembra uno scarabocchio, con una morfologia accidentata e complicata che peggio è difficile immaginare e, in più, irregolarmente antropizzato, di facile non c’è nulla; a meno che non si intenda premiare soltanto egoismi di campanile e consorterie periferiche, lasciando mano libera a consueti calcoli di retrobottega. Il criterio della baricentricità rimane centrale e irrinunciabile, se non si intende dare via libera a soluzioni malandrine, tanto irrazionali quanto mistificatorie, destinate a produrre disastri da scaricare poi sulle spalle della gran maggioranza dei cittadini che in questo territorio vive.

Il criterio della baricentricità assume però, in questo caso, almeno due diversi significati. Uno è quello della baricentricità geografica, direttamente mutuato dalla geometria del territorio: si ricerca un punto, o meglio un’area, che sia centrale rispetto alla conformazione, cioè rispetto al perimetro; impresa ardua in un territorio dalla morfologia tormentata da una complessa e fitta orografia e dalla presenza nella porzione centrale di un vasto parco nazionale.

Con un’operazione semplificatoria e drasticamente riduzionista, una via di uscita però si trova. In fondo, è un criterio non diverso da quello della divisione di una torta: il VCO si compone, come dice l’acronimo, di tre aree, Verbano Cusio Ossola (qualcuno ha provato a ritagliarne una quarta, Vergante, ma pochi l’hanno presa bene); carta geografica alla mano, si vede subito che l’Ossola ne occupa una parte prevalente (1605 kmq e 37 Comuni); il Verbano (457 kmq e 24 Comuni) e il Cusio (198 kmq e 13 Comuni) parti significativamente minori. Secondo questo criterio, è chiaro che all’Ossola spetterebbe una fetta di torta ben più grande delle altre due, ed è da questa evidenza che è derivato un imperativo, indiscusso da vent’anni: l’ospedale unico deve stare in territorio ossolano.

Nella prima ipotesi che fu formulata, la scelta fu di un baricentro accentuatamente “ossolano”, a Piedimulera (progetto Aress del 2002); nella successiva ipotesi, che individuava nell’area compresa tra Gravellona Toce e Ornavasso un’area più ragionevolmente baricentrica, andava comunque salvato l’imperativo della dislocazione ossolana, individuando in un remoto lembo di terra ornavassese, sopraelevato in altura e  prossimo al confine cusiano, ma pur sempre in territorio ossolano, il compromesso che avrebbe salvato capre e cavoli (2015). Ma il ricorso al TAR della nuova amministrazione di Domodossola (febbraio 2018) contro questa soluzione e il cambio di colore politico del governo regionale, di quest’anno, rimettono tutto in discussione. L’esplicita recente proposta dell’amministrazione del capoluogo ossolano di promuovere Domodossola a nuovo baricentro non ha migliorato la situazione, perché, di fatto, chiude la porta ad una visione provinciale e della sola Ossola si preoccupa.

La soluzione ornavassese, che non è certo la migliore possibile (ma perché lo sia occorrerebbe forse violare il sacro tabù della collocazione dell’ospedale in terra ossolana), darebbe corpo alla speranza dei residenti del VCO di poter forse un giorno disporre di una struttura ospedaliera al passo con i tempi e con i propri bisogni, speranza che nessun’altra soluzione parrebbe poter sostenere. Vi è infatti, e palesemente, un altro aspetto da considerare: come anticipato in precedenza, un secondo e ben più importante significato che il criterio di baricentricità in questi casi assume: quello di baricentro demografico.

In questo quadro concettuale, la tripartizione della provincia perde significato, mentre centrale rilevanza assume un altro fattore organizzativo del territorio: la presenza di aree gravitazionali, cioè di centri attrattivi per la presenza di attività sociali economiche e culturali e per le relative offerte di servizi verso cui anche le popolazioni di aree circostanti gravitano. Nel caso di questa provincia, a causa delle modalità con cui sono avvenuti in passato i processi di urbanizzazione, più che di singoli centri è il caso di riferirsi a quegli aggregati urbani attrattivi che sono definiti conurbazioni. In questo territorio provinciale sono essenzialmente due. Quella da tempo definita e riconosciuta come Conurbazione dei Laghi, che corrisponde sostanzialmente all’asta Verbania-Gravellona-Omegna, su cui gravitano (limitatamente ai territori provinciali): l’area cannobina, la sponda del Lago Maggiore con i propri entroterra fino a Belgirate, l’intera area Cusiana e i Comuni della Bassa Ossola (l’aggregazione dei Comuni di Mergozzo, Ornavasso, Premosello, Pieve Vergonte e Vogogna al Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano testimonia, ad esempio, questa gravitazione). L’altra conurbazione presente nel territorio provinciale è identificabile nell’asta Villadossola-Domodossola-Crevoladossola, su cui gravita la Media e Alta Ossola con il suo intero sistema vallivo.

Ora, se il baricentro geografico non dispone di una sicura unità di misura che lo possa definire, ma viene stimato in base a criteri approssimativi, non verificabili empiricamente, quindi aleatori, azzardati, tutt’altro che sicuri, il baricentro demografico, cioè il centro di attrazione della gravitazione territoriale, la sua affidabile unità di misura ce l’ha ed è la quantità di popolazione gravitante, che può essere calcolata con buona e sicura approssimazione.

Nel caso di cui ci occupiamo, una struttura ospedaliera (ma sarebbe meglio parlare di sistema sanitario, che comprenda anche la necessaria sanità territoriale), è del tutto evidente che è alla distribuzione della popolazione che occorre badare, più che ad astratti esercizi cartografici, perché è da essa che si può dedurre il fabbisogno di servizi sanitari. Sommando la popolazione del Verbano, del Cusio e di quella Bassa Ossola gravitante sull’asta Verbania-Gravellona-Omegna, si ottiene un totale intorno ai 105.000 residenti. Compiendo la stessa operazione per il bacino gravitazionale dell’asta Villadossola-Domodossola-Crevoladossola, si ottiene un totale di circa 54.000 residenti (dati ISTAT, al 01.01.2019).

Come è noto, alla vasta dimensione del territorio ossolano corrisponde l’accentuata montuosità e la dispersione della popolazione, alle ridotte dimensioni dell’area meridionale della provincia corrisponde invece un’alta densità abitativa. Se appare innegabile il diritto di una ridotta popolazione dispersa a non vedere penalizzata la propria possibilità di accesso ai servizi, appare altrettanto evidente che sarebbe pressoché impossibile motivare nel merito che tipologie di strutture che sono il cardine di quei servizi possano collocarsi lontano da dove maggiore è la concentrazione dell’utenza.

A un’ulteriore considerazione occorre però accennare. Il VCO è territorio ad alta rilevanza turistica, occorre perciò calcolare che, soprattutto nei mesi estivi ma anche in misura ridotta per il resto dell’anno, la potenziale utenza anche dei servizi sanitari sale. Ma, ancora una volta, questa espansione si manifesta in misura accentuatamente differente tra le diverse zone. Nel 2018, nei primi cinque Comuni turistici del lago (nell’ordine: Verbania, Baveno, Stresa, Cannobio, Cannero) le presenze turistiche sono state complessivamente 2.505.291; nei primi cinque Comuni turistici della montagna (nell’ordine: Domodossola, Macugnaga, Formazza, Santa Maria Maggiore, Vogogna) le presenze turistiche sono state complessivamente 203.286 (dati CCIAA del VCO). La disparità della potenziale domanda di sanità è tale da non necessitare di commenti.

Dove collocare allora il baricentro demografico del VCO? Questa faccenda del baricentro geografico e di quello demografico assomiglia un po’ a quella del polo geografico e del polo magnetico della terra: il primo è una pura convenzione, fatta tanto per intendersi, ma che non influisce direttamente sulla vita di chi abita il pianeta; cosa che di certo non si può dire per il secondo. Guai scambiare l’uno per l’altro.

In conclusione, questo è soltanto un aspetto, anche se di certo non il meno importante, del complesso processo decisionale che dovrebbe portare alle scelte strategiche, cioè per i decenni a venire, in materia di organizzazione della sanità del territorio provinciale; altre dovranno completare e integrare un piano complessivo, la cui credibilità e le cui possibilità di riuscita risiedono però interamente soltanto in un approccio da parte dei decisori politici improntato a meticolosa conoscenza e a visione prospettica dei problemi, a metodi rigorosi di selezione delle possibili opzioni e a quell’onestà intellettuale che sola consente di discernere nel groviglio degli interessi il bene comune.

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ORNAVASSO E LA MONTAGNA INCANTATA di Italo ISOLI

Sul tema della sanità provinciale la confusione è massima e l’attenzione è concentrata quasi esclusivamente sulla localizzazione del futuro ospedale e non sulla struttura complessiva del servizio sanitario della provincia. Sulla base dei documenti disponibili è però possibile tentare qualche chiarimento.

Su Verbania Notizie e altri blog locali si sono lette in questi ultimi tempi  le proposte della Lega (Preioni) sulla sanità del VCO, con l’auspicio del nuovo ospedale unico a Domo e la privatizzazione del Castelli, le risposte  del PD   e del Comitato della salute del VCO che ribadiscono  la scelta dell’Ospedale unico di Ornavasso, o, qualora non fosse perseguibile, il sito fra Fondotoce e Gravellona, poi la proposta del Sindaco di Gravellona per un nuovo sito sul proprio territorio, poi ancora quelle della Lega Salvini Verbania con l’appoggio del sindaco di Omegna Marchioni e di nuovo la “Difesa del Castelli” da parte della  lista civica “Insieme per Verbania Albertella sindaco”. La confusione è massima e l’attenzione è concentrata quasi esclusivamente sulla localizzazione del futuro ospedale e non sulla struttura complessiva del servizio sanitario della provincia.

Sulla base dei documenti disponibili è però possibile tentare qualche chiarimento.

1. “Il nuovo Ospedale Unico dell’Azienda Sanitaria Locale del Verbano Cusio Ossola”. Il progetto, del 12 Ottobre 2016 , è reperibile sul sito dell’ASL VCO ed è suddiviso in tre parti, da cui si ricavano le seguenti sintetiche informazioni:

PARTE I – Inquadramento territoriale, ambientale e urbanistico. Questa prima parte non contempla uno studio di fattibilità sulle possibili aree utilizzabili in quanto già oggetto di precedenti scelte che hanno condotto la Regione Piemonte  all’individuazione del sito di Ornavasso e oggi ancora oggetto di discussione o addirittura di rifiuto a favore di Ornavasso pianura. Il documento è quindi uno studio di carattere descrittivo di tutte le condizioni geografiche, geologiche, ambientali, forestali, viabilistiche del sito già individuato.

PARTE II – L’Azienda Sanitaria Locale del Verbano Cusio Ossola

Questa seconda parte descrive il contesto del territorio e la struttura aziendale, come segue:

A) Nell’ASL VCO sono presenti attualmente due presidi ospedalieri a gestione diretta:

– Il Castelli di Verbania come Spoke,  dotato di Dipartimento di Emergenza e Accettazione (DEA di I livello)

– Il S. Biagio di Domodossola, secondo la programmazione regionale, come ospedale di base, dotato di pronto soccorso in quanto relativo a zone particolarmente disagiate, ovvero distante più di 90 minuti da hub o spoke di riferimento.

Ambedue i presidi hanno bacino di utenza inferiore agli standard. Nel 2016 a seguito di intesa fra Regione e Conferenza dei Sindaci anche il S. Biagio è un DEA di I livello in attesa di attivazione di un nuovo ospedale Unico

B) Ad Omegna è presente un Centro Ortopedico di Quadrante con ruolo di Ospedale Monospecialistico, con un Punto di Primo Intervento

C)Sono presenti anche presidi privati convenzionati: la casa di Cura L’Eremo di Miazzina e l’Istituto di ricovero e cura San Giuseppe di Piancavallo, L’Istituto Auxologico Italiano a Villa Caramora a Intra, oltre al recente Garofalo di Gravellona Toce.

D) Complessivamente gli ospedali del VCO coprono il 63.5 % del bisogno dei ricoveri ordinari mentre il rimanente 37.5 % è relativo a mobilità passiva in ambito regionale o extra regionale, per un valore economico di circa 35 milioni di euro/anno e prevalentemente legato a malattie cardiocircolatorie o neoplastiche.

E) I costi di gestione complessiva dei tre ospedali assommano a € 9.617.800/annui

F) Il livello di qualità strutturale dei tre presidi è compreso fra 50 e 75 % e l’età convenzionale di vita utile tra il 70 e il 100 %

G) I costi di adeguamento complessivo dei due ospedali è di 74.5 milioni, mentre quello della sostituzione integrale è di 215.4 milioni

H) Pertanto l’ASL VCO punta alla realizzazione di un nuovo presidio ospedaliero in luogo delle attuali strutture.

I) Nessuna informazione fornisce il documento della parte II, circa il riutilizzo dei due ospedali attuali.

PARTE III – Il nuovo Ospedale Unico dell’Azienda Sanitaria Locale VCO

 La descrizione del nuovo ospedale unico prende le mosse dall’enunciazione di un nuovo modello di assistenza sanitaria. Gli obbiettivi sono i seguenti:

  • Integrazione con la rete dei servizi territoriali;
  • Decongestionamento del Pronto Soccorso con ricadute sul dimensionamento della struttura
  • Assistenza prevalente alle forme acute (con riduzione dei posti letto).
  • Gestione dell’emergenza e urgenza.
  • Diagnosi e terapia ad alta tecnologia
  • Servizi diurni di Day Hospital

Il modello funzionale e organizzativo sarà il seguente:

  • Spoke di Primo livello con Dipartimento di emergenza e accettazione (DEA) di I livello
  • Tre livelli di cura: livello 1 (intensivo subintensivo), Livello 2 (Acuti), Livello 3 (post acuti), solo in parte collocato in ambito ospedaliero piuttosto che in quello territoriale

La dimensione del nuovo ospedale prevede un bacino di utenza di 171.400 abitanti e un numero di posti letto pari a 3.7 per 1000 abitanti e pertanto per un totale di 353 posti letto (non tornano i conti).

 

2. Gli ospedali di montagna.

Il tema della trasformazione dei piccoli ospedali decentrati in un ospedale unico non è limitato al nostro territorio ma è attualissimo in Italia e trasversale anche alle forze politiche, ma con tesi e posizioni  diverse da provincia a provincia, con particolare intensità di discussione nelle aree con problemi viabilistici e di accessibilità che acuiscono le resistenze alle trasformazioni e agli abbandoni delle strutture esistenti.

A conferma di queste diffuse contraddizioni vanno citate i confronti in corso nella vicina  Provincia di Sondrio sul tema dell’ospedale unico del capoluogo, fortissimamente voluto dai Sindaci, prevalentemente leghisti, ma anche  con alcune resistenze di comitati locali a difesa degli ospedali di montagna.

Il tema degli “ospedali di montagna” ricorre  infatti spesso nei confronti/conflitti  sulla riorganizzazione della sanità  nelle provincie montane.

Oggettivamente i cosiddetti  ospedali di montagna  non sono mai stati collocati su versanti montani non urbanizzati  se non quelli dell’ottocento o del secolo scorso destinati alla cura e alla prevenzione della tubercolosi, ora abbandonati o trasformati in RSA, come Miazzina o Piancavallo, nel Verbano, Cuasso al Monte a Varese o quelli svizzeri, come Davos, di interesse anche letterario per “La montagna Incantata” di Thomas Mann.

I veri ospedali di montagna destinati al pronto soccorso e alle relative degenze brevi o lunghe sono invece sempre stati collocati in aree urbane poste allo sbocco di valli montane o di ambiti territorialmente e geomorfologicamente complessi, come il San Biagio per l’Ossola e la Vigezzo, il Madonna del Popolo  di Omegna per la Val Strona e il Cusio, il Castelli per il Verbano e la Valle Cannobina, o come gli ospedali della Valtellina e della Val Chiavenna per la Provincia di Sondrio o come quelli della Valle Agordina e del Cadore nella Provincia di Belluno, tutte valli montane con i loro vecchi ospedali ancora ben funzionanti ma spesso in odore di smantellamento come DEA, a favore di nuovi ospedali unici, collocati ex-novo o ristrutturati, però praticamente sempre ancora nei capoluoghi provinciali, con relativi dibattiti come quello nella nostra provincia montana , ma anche in altre provincie non montane.

In questo senso, la collocazione teorica migliore di un ospedale unico del VCO avrebbe dovuto essere a Gravellona Toce, ma la scarsa preveggenza degli amministratori ha privilegiato le attività commerciali e ha consumato tutto il suolo utilizzabile, fatto salvo quello abilmente recuperato  dalla clinica privata del Garofalo (oggi sembra ulteriormente ampliabile con l’acquisizione  del fabbricato di fronte).

Il tema dell’ospedale unico in zone montane è ovviamente assai diverso da quello delle zone di pianura ed è fortemente connesso con il tema dello spopolamento delle aree montane, della viabilità e del dissesto idrogeologico, di cui sembra che nessuno stia parlando in ambito sanitario.

 

3. La Sanità territoriale e il Decreto Balduzzi

 Non siamo comunque soli sia in Piemonte che nel resto dell’Italia. Sembra però che, in particolare nel VCO, tutti si siano concentrati sul tema dell’ospedale unico come struttura in grado o meno di risolvere le carenze degli ospedali esistenti e nessuno, per lo meno i politici con le loro dichiarazioni di partito preso, sembra voler approfondire effettivamente l’organizzazione della sanità prevista dal Decreto Balduzzi (con particolare riferimento all’Art.1),  che, almeno nelle intenzioni, giustifica le aggregazioni/sostituzioni  in ospedali unici di quelli esistenti, come soluzione ai problemi di efficienza e di costi, spesso anche con riduzioni di personale.

Tale organizzazione non prevede però solo le aggregazioni in ospedali unici ma soprattutto altre importanti, come le  Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) monoprofessionali e le Unità Complesse di Cure Primarie (UCCP) o Case della salute, con più specializzazioni e servizi socioassistenziali.

Nelle prime i medici di base si dovrebbero alternare in modo da garantire l’erogazione delle prestazioni per tutto l’arco della giornata, dalle 8.00 alle 20.00 e, sembra di capire, con alcuni turni, anche per le intere 24 ore.

Esistono a Omegna, Crevoladossola, quella minimalista di Verbania e quella più complessa di Cannobio che sembra aspirare a diventare una UCCP, ma il processo appare lungo in quanto sembra  che i medici di base non siano ancora tutti convinti e, al contempo, è stato più  volte affermato  che le vere UCCP dovrebbero insediarsi nelle attuali sedi del Castelli e del San Biagio, ma nessuno ne parla chiaramente in dettaglio..

Il Comitato della salute del VCO dice che sarà naturale e logico che le UCCP vengano ospitate negli ospedali attuali e quindi Castelli, San Biagio e Quadrante di Omegna, mentre le cosiddette “acuzie” e i relativi ricoveri verrebbero trattati nel nuovo ospedale di Ornavasso.

Purtroppo al paragrafo 8.3 della Terza Parte del progetto di nuovo ospedale unico riportato sul sito dell’ASL è detto testualmente che Saranno interessati dall’attivazione delle procedure amministrative dei rispettivi Piani Regolatori i Comuni di Verbania e Domodossola, affinché le aree che attualmente ospitano gli ospedali cittadini, alla luce di specifiche valutazioni di carattere territoriale e urbane, vengano valorizzate ai fini della loro successiva alienazione, ai sensi dell’Art, 58 della Legge 06.08.2006 n. 133, anche in relazione dell’eventuale applicazione dei disposti di cui all’Art. 53, commi 6 e 12 del Dlgs 163/2006 e smi”.

L’affermazione è fortemente condizionante le previsioni di medicina territoriale e pertanto le vere domande a riguardo dovrebbero essere le seguenti:

Cosa sono le Unità Complesse di Cure Primarie in un contesto come quello del VCO ?

  • Nel caso della realizzazione di un ospedale unico in una nuova localizzazione, le UCCP saranno localizzate nelle due sedi storiche del Castelli e del San Biagio, che non saranno quindi smantellate?
  • In caso affermativo quale assetto organizzativo avranno e quali prestazioni e attività sanitarie erogheranno le due UCCP ?
  • Svolgeranno anche servizi di pronto soccorso e a che livelli e con che orari ?
  • Quale strumentazione minima sarà disponibile e quale personale sanitario sarà presente?
  • Verranno utilizzate anche per la lungodegenza?
  • Quali saranno di conseguenza i loro costi? E da dove prenderà l’ASL le previste risorse per gli annunciati risparmi (9 milioni/anno) per finanziare i mutui delle imprese che costruiranno il nuovo ospedale?

Appare ovvio che, qualora a queste domande fosse data convincente risposta, le UCCP rappresenterebbero ancora per i cittadini il primo luogo di assistenza sociosanitaria “normale” e l’ospedale unico il luogo dell’emergenza per le cosiddette “acuzie” e, pertanto, anche la localizzazione di quest’ultimo potrebbe diventare meno problematica.

Ma allora la ricerca di una fittizia baricentricità geografica e politica diventerebbe un falso problema e dovrebbe prevalere unicamente il criterio dell’accessibilità, dei costi e della rapidità progettuale ed esecutiva..

 

4. Ulteriori dimenticanze da colmare.

Sia che la nuova sede venga riconfermata a Ornavasso, sia che un eventuale nuovo governo regionale leghista individui un’altra collocazione geografica, esistono  ulteriori dimenticanze da colmare e sono quelle  delle viabilità di accesso a qualsiasi struttura sanitaria da migliorare:

  • Lo svincolo di Baveno verso Nord (oggi per un abitante di Baveno o Stresa è più vicino l’ospedale di Borgomanero che non quello di Verbania e tantomeno quello futuro di Ornavasso)
  • La riapertura della galleria di Omegna (con considerazioni analoghe per gli abitanti del Cusio o di quelli del Verbano verso il COQ)
  • L’eventuale ripresa del progetto di collegamento fra l’ultima galleria in uscita sulla vecchia SS.n. 33 e l’entrata alla superstrada a Gravellona, mediante viadotto e ponte sul Toce (sempre per motivi analoghi ai precedenti).
  • La difesa dal rischio idrogeologico delle strade statali n. 34 del Lago Maggiore,  la  337 della Valle Vigezzo, la n- 659 della val Formazza, la n. 549 della valle Anzasca, per citare le principali, e della varie provinciali fra cui prioritarie la SP75 della valle Cannobina e la SP52 della val Strona.
  • Magari anche la revisione del progetto di circonvallazione di Verbania, in una possibile versione minimalista.

Troppo?

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“EMPORIO DEI LEGAMI”: OCCASIONE DI RIFLESSIONE E DI CONFRONTO di Roberto NEGRONI

L’intervento firmato da undici autorevoli rappresentanti del sistema locale di aiuto alla componente più debole e vulnerabile della comunità verbanese fornisce un’ampia e argomentata documentazione circa il percorso che ha condotto all’apertura dell’Emporio dei Legami. Sono loro grato per aver raccolto l’invito, formulato nel mio intervento ospitato da VerbaniaSettanta, a raccogliere questa “occasione di riflessione e confronto”.

Nello scrivere quelle righe mi proponevo, anche raccogliendo voci ascoltate da più parti in quei giorni, di esporre e di condividere i dubbi e gli interrogativi che quell’iniziativa mi pare sollevi, entro una cornice di civile confronto, non tanto su finalità e obiettivi, che senz’altro apprezzo e di cui i soggetti coinvolti sono sufficienti garanti, quanto sui significati complessivi che paiono scaturire dalla realizzazione.

Le opinioni mie o di chi, come me, queste vicende le considera dall’esterno come semplice osservatore, per quanto interessato e partecipe, difficilmente possono coincidere con quelle di chi invece ne vive i processi dall’interno: differente è il punto di vista, come pure l’intensità del coinvolgimento e la valutazione delle priorità. Ciascuna di queste posizioni prospettiche gode dei propri vantaggi e fa i conti con i propri limiti; il confronto, cioè il reciproco ascolto e la reciproca comprensione, credo sia il passaggio essenziale all’acquisizione di una migliore visione dello specifico e dell’insieme. Così, almeno per me, è stata la lettura della replica dei rappresentanti.

Questa necessità di affinare la visione appare ancora più necessaria considerando il contesto odierno in cui le attività di aiuto e sostegno indirizzate agli ultimi della società si collocano. Un contesto principalmente definito dai due fattori richiamati nella replica: l’alta e crescente complessità del reale e, in particolare, del sociale e la rapidità e sostanziale ingovernabilità del cambiamento. Da ciò discende, per un verso, l’estrema difficoltà ad elaborare soddisfacenti letture di una realtà sempre più sfuggente entro grovigli di connessioni e, per un altro verso, la cronica instabilità delle analisi e delle soluzioni ai problemi che da quelle dipendono.

Con questi fattori che condizionano il nostro tempo stiamo facendo i conti ormai da qualche decennio, fiumi di inchiostro si sono versati, al punto che anche la nostra vista ne ha risentito. Credo che noi tutti si abbia almeno un po’ imparato a remare in queste acque sempre agitate, scansando ingenui riduzionismi e sciocche alchimie semplificatorie di ciò che semplice non è e non può essere. O, almeno, testardamente ci proviamo.

Come la cassetta delle idee e delle interpretazioni, anche la cassetta degli attrezzi di chi deve agire e operare soffrirà perciò una permanente instabilità, necessiterà di costante attenzioni, di tempestivi adattamenti e aggiornamenti, non di certo ispirati da giudizi aprioristici, ma da quei capisaldi che, dopo la teoria, la prassi ha confermato nel tempo essere i fondamenti dell’azione in campo sociale: la deistituzionalizzazione e l’inclusione. Capisaldi che certamente necessitano anch’essi di adattamento al contingente, a volte perfino di qualche deroga, di cauti sconfinamenti (questa a me pare essere la cifra delle esperienze degli Empori della Solidarietà), entro però processi che riescano a mantenersi coerenti con gli assunti fondanti.

Assunti fondanti, e concludo, che sappiamo non essere però categorie assolute, universalmente riconosciute, ma figli di tradizioni, di linee di pensiero, di ispirazioni, in una parola di una cultura che ha goduto e gode di vasta condivisione, ma non è unanimemente accettata ed è oggi sempre più avversata da forze ispirate a modelli diversi, escludenti e re-istituzionalizzanti.

Questo è il contributo che posso offrire: non polemiche e, meno che mai, lezioncine o giudizi, ma cose risapute con un’esortazione a vigilare sempre il cammino intrapreso

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EMPORIO DEI LEGAMI: CONTRASTO ALLA POVERTÀ E ALLO SPRECO ALIMENTARE

Abbiamo letto con interesse l’articolo, a tratti provocatorio, dal titolo “Un Emporio: tra compassione e integrazione” sulla recente apertura del market sociale di Verbania a firma di Roberto Negroni su ‘Verbania70’, integrato dal commento di Claudio Zanotti.

Il dibattito certamente ci coinvolge perché chiamati in causa quali sostenitori – a detta dell’autore – di coloro che, attraverso l’apertura dell’Emporio, promuovono logiche di re-istituzionalizzazione e marginalizzazione delle povertà.

Ringraziamo gli autori per l’occasione che ci forniscono per spiegare e provare ad approfondire l’analisi che ci ha condotto in questi anni a decidere di organizzare meglio la rete distributiva degli aiuti alimentari sul territorio e introdurre alcuni elementi di innovazione sociale, che hanno riguardato l’animato processo che ha portato all’apertura dell’Emporio e anche il traguardo conseguito.

Sarebbe certamente interessante sviluppare gli aspetti sociologici, economici e psicologici del fenomeno dell’impoverimento e delle disuguaglianze sociali che coinvolgono ampie fasce di popolazione nel mondo contemporaneo, in Italia e certamente anche nella nostra Verbania. E’ un tema – quello della povertà –  che la crisi di questi ultimi anni ha ributtato sul tavolo del ricco Epulone, perché i Lazzaro sono diventati troppi e si spostano in ogni dove nel mondo per cercare – soprattutto nella parte ricca del pianeta – le briciole con cui sfamarsi.

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Questa immagine è presente anche nella città di Verbania e ha profondamente cambiato la natura e le caratteristiche della vulnerabilità sociale e della povertà.

Lo sanno bene gli sportelli di Servizio Sociale del Consorzio e del Comune, i Centri di Ascolto delle Caritas o della Croce Rossa o di altre associazioni, cui sempre più si rivolgono persone vulnerabili o emarginate, monofamiliari soprattutto di età avanzata (viste le caratteristiche demografiche del nostro territorio),  escluse dal mondo produttivo; va inoltre evidenziato – per non cadere nel rischio di mistificare una realtà che vuole vedere solo una parte del problema –  che spesso sono persone escluse anche dal mondo “protetto” della cooperazione sociale, che non riesce più a “integrare” nel sistema produttivo cittadini molto compromessi dal punto di vista delle autonomie psicologiche o fisiche o semplicemente con profili professionali fragili e discontinui.

Si rivolgono infine al sistema degli aiuti alimentari anche persone immigrate (loro sì, tra i pochi a generare figli in un’Italia sempre più vecchia), che non sono quelle dei recenti flussi migratori, ma famiglie straniere con permessi di soggiorno di lunga durata, che per effetto della crisi sono state le prime espulse dal mercato del lavoro e che lo stesso, ora, non rivuole più, perché l’onda di rabbia contro lo straniero ha travolto anche legami solidali precedentemente costruiti.

Nell’affrontare l’analisi delle strategie per contrastare l’impoverimento non è corretto secondo noi non guardare anche questa faccia della medaglia, fermandosi solo a una lettura –  un po’ anacronistica e che non tiene conto della complessità odierna – secondo la quale è “sufficiente” attivare, magari con molta fatica e impegno, percorsi di integrazione per affrontare in chiave illuministica il problema dell’esclusione sociale. L’Emporio dei Legami nasce da un faticoso e lungo lavoro di analisi, di interrogativi, di avanzamenti e retrocessioni compiuto da tutti i soggetti – pubblici e del no profit – che in questi lunghi anni a Verbania si sono sempre occupati di contrasto alla povertà e che vedono nell’esperienza dell’Emporio un’evoluzione moderna e avanzata di una, e non certo la sola, possibile azione di sostegno alla vulnerabilità della società verbanese.

E’ evidente che il fenomeno sia molto complesso e richieda risposte composite e diversificate: lavorare in questo ambito significa tener conto dei bisogni di coloro che possono realisticamente essere supportati per ripartire in contesti di autonomia dai servizi ma anche  – e forse soprattutto, dal nostro punto di vista – di coloro che, avendo meno strumenti, opportunità e contesti facilitanti, hanno bisogno anche di vedere garantiti diritti essenziali: l’accesso al cibo è certamente uno di questi.

L’Emporio dei Legami non è l’unico strumento, ce ne rendiamo perfettamente conto. E’ un’azione che si inserisce in un sistema di opportunità e interventi che vede tutte le organizzazioni promotrici, impegnate in esperienze e progetti antichi e più recenti,  promuovere percorsi di integrazione sociale: dall’inserimento lavorativo di soggetti in condizione di svantaggio (es. Divieto di Sosta, Gruppo Abele, Camminare Insieme) a tirocini formativi per disoccupati di lunga durata in assistenza economica (progetto L.O.V.E. del Consorzio o cantieri di lavoro del Comune), dall’accompagnamento all’attivazione di processi di autodeterminazione nella ricerca del lavoro o nell’inserimento sociale (Consorzio, Gruppo Abele e Centro di ascolto Caritas di Pallanza) a strumenti per favorire la ricerca e il mantenimento dell’alloggio (Comune), dalla sostenibilità delle spese essenziali dell’abitare quali affitto e utenze (Caritas Intra, Pallanza e Trobaso, Avap, Croce Rossa Italiana di Verbania, Consorzio) alla co-responsabilizzazione dei cittadini ai bisogni della comunità più in difficoltà (raccolte alimentari, eventi di raccolta fondi dedicati); dal garantire servizi essenziali quali le cure sanitarie e luoghi di accoglienza temporanei (Comune e Caritas di Intra) alla generazione di imprese sociali, capaci di creare economia e valore (emblematiche le esperienze del Ristorante sociale di Gattabuia e del negozio etico Sottosopra).

E ci limitiamo a queste ben sapendo che l’elenco non è esauriente.

Veniamo all’Emporio che si chiama, appunto, Emporio dei Legami perché è  in primo luogo una realtà sociale, che nasce davvero – credeteci – da un’esperienza di lunga condivisione tra le organizzazioni aderenti e tra queste e i cittadini, che in questi anni hanno avuto bisogno anche di aiuti alimentari, trovando sempre nei centri preposti persone attente e sensibili. L’Emporio vuole diventare un luogo, un terminale dove al centro vengono valorizzate proprio le relazioni tra le persone, relazioni che si basano sulla fiducia reciproca e sull’offrire spazi di dignità alla richiesta di aiuto. Ai cittadini, che dovranno avere alcuni requisiti di accesso, verrà offerto uno spazio accogliente dove poter fare la spesa, dando a ciascuno la responsabilità di scegliere i prodotti del paniere secondo le esigenze familiari. La logica non è quella assistenzialistica (decido io cosa mettere nel tuo pacco mensile), ma “capacitante” (ti accompagno perché tu possa esprimere i tuoi bisogni e, responsabilmente, scegliere cosa meglio risponde alle tue esigenze).

Chi si occupa di innovazione sociale sa bene che oggi mettere la persona al centro significa in primo luogo valorizzare le relazioni tra le persone della comunità, del territorio: questi legami includono i bisogni ma non si limitano ad essi; sono relazioni che hanno bisogno di accompagnamenti, di sviluppare rapporti circolari tra i cittadini, le organizzazioni e il contesto di riferimento. I Centri di ascolto nascono da questa lettura: la vulnerabilità ha bisogno di trovare luoghi di ascolto accoglienti e di accompagnamento. L’Emporio dei Legami è l’evoluzione di uno di questi luoghi relazionali, capaci di rigenerare legami solidali tra agio e disagio.

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Ma vorremmo evidenziare un altro elemento caratterizzante le esperienze ormai diffuse in tutta Italia degli empori solidali, aspetto completamente trascurato dall’articolo in questione. Ci riferiamo all’obiettivo di promuovere e sviluppare nella cultura cittadina la sensibilità al contrasto allo spreco alimentare e al contrario incentivare comportamenti virtuosi di riuso dei beni e delle risorse. Tema che ci pare molto contemporaneo e per nulla “ghettizzante”.

I promotori dell’Emporio infatti intendono rivedere e  potenziare ulteriormente i rapporti con la rete della distribuzione alimentare commerciale grande e piccola presente in città: grande distribuzione e  piccoli esercenti, che trattano derrate alimentari ma anche prodotti per l’igiene della persona e della casa, nonché prodotti della scolastica per i minori,  possono entrare a collaborare nella rete solidale dell’ Emporio dei Legami, conferendo l’invenduto o le eccedenze o i prodotti vicini alla scadenza.

Questo gesto, che richiede da parte dell’Emporio anche una capacità organizzativa moderna ed efficiente e una reputazione di affidabilità, che dovrà conquistarsi sul campo, può diventare volano di ulteriori legami solidali. Infatti grazie alla Legge Gadda del 19 agosto 2016 contro lo spreco alimentare l’azienda che dona all’Emporio può beneficiare delle agevolazioni fiscali sull’IVA.

E’ un ulteriore aspetto importante del progetto appena avviato perché rinforza la convinzione che ormai le azioni sociali, che producono valore sociale e un impatto concreto, sono quelle che sanno creare economie circolari, entro le quali tutti i soggetti coinvolti – cittadini compresi – possono vedere rappresentate le proprie istanze.

Riteniamo quindi che lo sforzo “educante”, che l’Emporio si impegna a sviluppare a favore di una cultura contro lo speco delle risorse, attenta alla promozione di economie sostenibili e di supporto formativo alla gestione consapevole del bilancio familiare, sia un obiettivo che vada sostenuto e promosso da tutti coloro che, guardando alla dimensione sociale dell’impegno politico, sono anche osservatori delle dinamiche cittadine.

In ultimo, il percorso che ci ha portato a costruire insieme l’esperienza dell’Emporio si sta dimostrando un volano molto interessante di aggregazione di un volontariato disponibile, sempre più competente e desideroso di innovarsi: l’Emporio, mettendo insieme le energie già esistenti, sta aggregando nuove persone… e di questi tempi pensiamo che sia un dato da non trascurare e un bel segnale della nostra città. Sarà la bontà del progetto, la sua realizzazione e la sua gestione, nonché la credibilità della squadra che ci diranno per il futuro se il passo è stato nella giusta direzione, quello cioè di creare nuovi legami solidali.

Per chi volesse approfondire, consigliamo di leggere il Primo rapporto sugli empori solidali in Italia pubblicato nel 2018 http://www.caritasitaliana.it/caritasitaliana/allegati/7979/report_emporisolidali_standard_20181204.pdf

Noi certamente continuiamo a metterci la faccia, aperti al confronto e alla riflessione ma attenti anche a non accettare giudizi aprioristici in relazione a fenomeni sociali con cui quotidianamente facciamo i conti, e che mutano con la stessa rapidità con cui evolvono i processi economici. Cerchiamo di mantenere aggiornata la cassetta degli attrezzi, conservando ciò che del passato ha ancora senso e provando a modificare ciò che ha perso di utilità.

Insieme.

 

Erika Bardi – Villa Olimpia Ristorante Sociale

Rosanna Casazza – Centro Ascolto Caritas Pallanza

Andrea Colombo – Associazione Sottosopra

Giovanni De Benedetti – Centro Ascolto Caritas Intra

Chiara Fornara – Consorzio Servizi Sociali del Verbano

Paolo Micotti – Centro Ascolto Caritas Pallanza

Franco Milan Spozio – Centro Ascolto Caritas Pallanza

Walter Mosini – Centro Ascolto Caritas Pallanza

Graziano Occhetta – Associazione Gruppo Abele

Don Roberto Salsa – Parrocchia San Leonardo

Tullia Taloni – Associazione Volontari Ammalati psichici

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