“EMPORIO DEI LEGAMI”: OCCASIONE DI RIFLESSIONE E DI CONFRONTO di Roberto NEGRONI

L’intervento firmato da undici autorevoli rappresentanti del sistema locale di aiuto alla componente più debole e vulnerabile della comunità verbanese fornisce un’ampia e argomentata documentazione circa il percorso che ha condotto all’apertura dell’Emporio dei Legami. Sono loro grato per aver raccolto l’invito, formulato nel mio intervento ospitato da VerbaniaSettanta, a raccogliere questa “occasione di riflessione e confronto”.

Nello scrivere quelle righe mi proponevo, anche raccogliendo voci ascoltate da più parti in quei giorni, di esporre e di condividere i dubbi e gli interrogativi che quell’iniziativa mi pare sollevi, entro una cornice di civile confronto, non tanto su finalità e obiettivi, che senz’altro apprezzo e di cui i soggetti coinvolti sono sufficienti garanti, quanto sui significati complessivi che paiono scaturire dalla realizzazione.

Le opinioni mie o di chi, come me, queste vicende le considera dall’esterno come semplice osservatore, per quanto interessato e partecipe, difficilmente possono coincidere con quelle di chi invece ne vive i processi dall’interno: differente è il punto di vista, come pure l’intensità del coinvolgimento e la valutazione delle priorità. Ciascuna di queste posizioni prospettiche gode dei propri vantaggi e fa i conti con i propri limiti; il confronto, cioè il reciproco ascolto e la reciproca comprensione, credo sia il passaggio essenziale all’acquisizione di una migliore visione dello specifico e dell’insieme. Così, almeno per me, è stata la lettura della replica dei rappresentanti.

Questa necessità di affinare la visione appare ancora più necessaria considerando il contesto odierno in cui le attività di aiuto e sostegno indirizzate agli ultimi della società si collocano. Un contesto principalmente definito dai due fattori richiamati nella replica: l’alta e crescente complessità del reale e, in particolare, del sociale e la rapidità e sostanziale ingovernabilità del cambiamento. Da ciò discende, per un verso, l’estrema difficoltà ad elaborare soddisfacenti letture di una realtà sempre più sfuggente entro grovigli di connessioni e, per un altro verso, la cronica instabilità delle analisi e delle soluzioni ai problemi che da quelle dipendono.

Con questi fattori che condizionano il nostro tempo stiamo facendo i conti ormai da qualche decennio, fiumi di inchiostro si sono versati, al punto che anche la nostra vista ne ha risentito. Credo che noi tutti si abbia almeno un po’ imparato a remare in queste acque sempre agitate, scansando ingenui riduzionismi e sciocche alchimie semplificatorie di ciò che semplice non è e non può essere. O, almeno, testardamente ci proviamo.

Come la cassetta delle idee e delle interpretazioni, anche la cassetta degli attrezzi di chi deve agire e operare soffrirà perciò una permanente instabilità, necessiterà di costante attenzioni, di tempestivi adattamenti e aggiornamenti, non di certo ispirati da giudizi aprioristici, ma da quei capisaldi che, dopo la teoria, la prassi ha confermato nel tempo essere i fondamenti dell’azione in campo sociale: la deistituzionalizzazione e l’inclusione. Capisaldi che certamente necessitano anch’essi di adattamento al contingente, a volte perfino di qualche deroga, di cauti sconfinamenti (questa a me pare essere la cifra delle esperienze degli Empori della Solidarietà), entro però processi che riescano a mantenersi coerenti con gli assunti fondanti.

Assunti fondanti, e concludo, che sappiamo non essere però categorie assolute, universalmente riconosciute, ma figli di tradizioni, di linee di pensiero, di ispirazioni, in una parola di una cultura che ha goduto e gode di vasta condivisione, ma non è unanimemente accettata ed è oggi sempre più avversata da forze ispirate a modelli diversi, escludenti e re-istituzionalizzanti.

Questo è il contributo che posso offrire: non polemiche e, meno che mai, lezioncine o giudizi, ma cose risapute con un’esortazione a vigilare sempre il cammino intrapreso

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EMPORIO DEI LEGAMI: CONTRASTO ALLA POVERTÀ E ALLO SPRECO ALIMENTARE

Abbiamo letto con interesse l’articolo, a tratti provocatorio, dal titolo “Un Emporio: tra compassione e integrazione” sulla recente apertura del market sociale di Verbania a firma di Roberto Negroni su ‘Verbania70’, integrato dal commento di Claudio Zanotti.

Il dibattito certamente ci coinvolge perché chiamati in causa quali sostenitori – a detta dell’autore – di coloro che, attraverso l’apertura dell’Emporio, promuovono logiche di re-istituzionalizzazione e marginalizzazione delle povertà.

Ringraziamo gli autori per l’occasione che ci forniscono per spiegare e provare ad approfondire l’analisi che ci ha condotto in questi anni a decidere di organizzare meglio la rete distributiva degli aiuti alimentari sul territorio e introdurre alcuni elementi di innovazione sociale, che hanno riguardato l’animato processo che ha portato all’apertura dell’Emporio e anche il traguardo conseguito.

Sarebbe certamente interessante sviluppare gli aspetti sociologici, economici e psicologici del fenomeno dell’impoverimento e delle disuguaglianze sociali che coinvolgono ampie fasce di popolazione nel mondo contemporaneo, in Italia e certamente anche nella nostra Verbania. E’ un tema – quello della povertà –  che la crisi di questi ultimi anni ha ributtato sul tavolo del ricco Epulone, perché i Lazzaro sono diventati troppi e si spostano in ogni dove nel mondo per cercare – soprattutto nella parte ricca del pianeta – le briciole con cui sfamarsi.

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Questa immagine è presente anche nella città di Verbania e ha profondamente cambiato la natura e le caratteristiche della vulnerabilità sociale e della povertà.

Lo sanno bene gli sportelli di Servizio Sociale del Consorzio e del Comune, i Centri di Ascolto delle Caritas o della Croce Rossa o di altre associazioni, cui sempre più si rivolgono persone vulnerabili o emarginate, monofamiliari soprattutto di età avanzata (viste le caratteristiche demografiche del nostro territorio),  escluse dal mondo produttivo; va inoltre evidenziato – per non cadere nel rischio di mistificare una realtà che vuole vedere solo una parte del problema –  che spesso sono persone escluse anche dal mondo “protetto” della cooperazione sociale, che non riesce più a “integrare” nel sistema produttivo cittadini molto compromessi dal punto di vista delle autonomie psicologiche o fisiche o semplicemente con profili professionali fragili e discontinui.

Si rivolgono infine al sistema degli aiuti alimentari anche persone immigrate (loro sì, tra i pochi a generare figli in un’Italia sempre più vecchia), che non sono quelle dei recenti flussi migratori, ma famiglie straniere con permessi di soggiorno di lunga durata, che per effetto della crisi sono state le prime espulse dal mercato del lavoro e che lo stesso, ora, non rivuole più, perché l’onda di rabbia contro lo straniero ha travolto anche legami solidali precedentemente costruiti.

Nell’affrontare l’analisi delle strategie per contrastare l’impoverimento non è corretto secondo noi non guardare anche questa faccia della medaglia, fermandosi solo a una lettura –  un po’ anacronistica e che non tiene conto della complessità odierna – secondo la quale è “sufficiente” attivare, magari con molta fatica e impegno, percorsi di integrazione per affrontare in chiave illuministica il problema dell’esclusione sociale. L’Emporio dei Legami nasce da un faticoso e lungo lavoro di analisi, di interrogativi, di avanzamenti e retrocessioni compiuto da tutti i soggetti – pubblici e del no profit – che in questi lunghi anni a Verbania si sono sempre occupati di contrasto alla povertà e che vedono nell’esperienza dell’Emporio un’evoluzione moderna e avanzata di una, e non certo la sola, possibile azione di sostegno alla vulnerabilità della società verbanese.

E’ evidente che il fenomeno sia molto complesso e richieda risposte composite e diversificate: lavorare in questo ambito significa tener conto dei bisogni di coloro che possono realisticamente essere supportati per ripartire in contesti di autonomia dai servizi ma anche  – e forse soprattutto, dal nostro punto di vista – di coloro che, avendo meno strumenti, opportunità e contesti facilitanti, hanno bisogno anche di vedere garantiti diritti essenziali: l’accesso al cibo è certamente uno di questi.

L’Emporio dei Legami non è l’unico strumento, ce ne rendiamo perfettamente conto. E’ un’azione che si inserisce in un sistema di opportunità e interventi che vede tutte le organizzazioni promotrici, impegnate in esperienze e progetti antichi e più recenti,  promuovere percorsi di integrazione sociale: dall’inserimento lavorativo di soggetti in condizione di svantaggio (es. Divieto di Sosta, Gruppo Abele, Camminare Insieme) a tirocini formativi per disoccupati di lunga durata in assistenza economica (progetto L.O.V.E. del Consorzio o cantieri di lavoro del Comune), dall’accompagnamento all’attivazione di processi di autodeterminazione nella ricerca del lavoro o nell’inserimento sociale (Consorzio, Gruppo Abele e Centro di ascolto Caritas di Pallanza) a strumenti per favorire la ricerca e il mantenimento dell’alloggio (Comune), dalla sostenibilità delle spese essenziali dell’abitare quali affitto e utenze (Caritas Intra, Pallanza e Trobaso, Avap, Croce Rossa Italiana di Verbania, Consorzio) alla co-responsabilizzazione dei cittadini ai bisogni della comunità più in difficoltà (raccolte alimentari, eventi di raccolta fondi dedicati); dal garantire servizi essenziali quali le cure sanitarie e luoghi di accoglienza temporanei (Comune e Caritas di Intra) alla generazione di imprese sociali, capaci di creare economia e valore (emblematiche le esperienze del Ristorante sociale di Gattabuia e del negozio etico Sottosopra).

E ci limitiamo a queste ben sapendo che l’elenco non è esauriente.

Veniamo all’Emporio che si chiama, appunto, Emporio dei Legami perché è  in primo luogo una realtà sociale, che nasce davvero – credeteci – da un’esperienza di lunga condivisione tra le organizzazioni aderenti e tra queste e i cittadini, che in questi anni hanno avuto bisogno anche di aiuti alimentari, trovando sempre nei centri preposti persone attente e sensibili. L’Emporio vuole diventare un luogo, un terminale dove al centro vengono valorizzate proprio le relazioni tra le persone, relazioni che si basano sulla fiducia reciproca e sull’offrire spazi di dignità alla richiesta di aiuto. Ai cittadini, che dovranno avere alcuni requisiti di accesso, verrà offerto uno spazio accogliente dove poter fare la spesa, dando a ciascuno la responsabilità di scegliere i prodotti del paniere secondo le esigenze familiari. La logica non è quella assistenzialistica (decido io cosa mettere nel tuo pacco mensile), ma “capacitante” (ti accompagno perché tu possa esprimere i tuoi bisogni e, responsabilmente, scegliere cosa meglio risponde alle tue esigenze).

Chi si occupa di innovazione sociale sa bene che oggi mettere la persona al centro significa in primo luogo valorizzare le relazioni tra le persone della comunità, del territorio: questi legami includono i bisogni ma non si limitano ad essi; sono relazioni che hanno bisogno di accompagnamenti, di sviluppare rapporti circolari tra i cittadini, le organizzazioni e il contesto di riferimento. I Centri di ascolto nascono da questa lettura: la vulnerabilità ha bisogno di trovare luoghi di ascolto accoglienti e di accompagnamento. L’Emporio dei Legami è l’evoluzione di uno di questi luoghi relazionali, capaci di rigenerare legami solidali tra agio e disagio.

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Ma vorremmo evidenziare un altro elemento caratterizzante le esperienze ormai diffuse in tutta Italia degli empori solidali, aspetto completamente trascurato dall’articolo in questione. Ci riferiamo all’obiettivo di promuovere e sviluppare nella cultura cittadina la sensibilità al contrasto allo spreco alimentare e al contrario incentivare comportamenti virtuosi di riuso dei beni e delle risorse. Tema che ci pare molto contemporaneo e per nulla “ghettizzante”.

I promotori dell’Emporio infatti intendono rivedere e  potenziare ulteriormente i rapporti con la rete della distribuzione alimentare commerciale grande e piccola presente in città: grande distribuzione e  piccoli esercenti, che trattano derrate alimentari ma anche prodotti per l’igiene della persona e della casa, nonché prodotti della scolastica per i minori,  possono entrare a collaborare nella rete solidale dell’ Emporio dei Legami, conferendo l’invenduto o le eccedenze o i prodotti vicini alla scadenza.

Questo gesto, che richiede da parte dell’Emporio anche una capacità organizzativa moderna ed efficiente e una reputazione di affidabilità, che dovrà conquistarsi sul campo, può diventare volano di ulteriori legami solidali. Infatti grazie alla Legge Gadda del 19 agosto 2016 contro lo spreco alimentare l’azienda che dona all’Emporio può beneficiare delle agevolazioni fiscali sull’IVA.

E’ un ulteriore aspetto importante del progetto appena avviato perché rinforza la convinzione che ormai le azioni sociali, che producono valore sociale e un impatto concreto, sono quelle che sanno creare economie circolari, entro le quali tutti i soggetti coinvolti – cittadini compresi – possono vedere rappresentate le proprie istanze.

Riteniamo quindi che lo sforzo “educante”, che l’Emporio si impegna a sviluppare a favore di una cultura contro lo speco delle risorse, attenta alla promozione di economie sostenibili e di supporto formativo alla gestione consapevole del bilancio familiare, sia un obiettivo che vada sostenuto e promosso da tutti coloro che, guardando alla dimensione sociale dell’impegno politico, sono anche osservatori delle dinamiche cittadine.

In ultimo, il percorso che ci ha portato a costruire insieme l’esperienza dell’Emporio si sta dimostrando un volano molto interessante di aggregazione di un volontariato disponibile, sempre più competente e desideroso di innovarsi: l’Emporio, mettendo insieme le energie già esistenti, sta aggregando nuove persone… e di questi tempi pensiamo che sia un dato da non trascurare e un bel segnale della nostra città. Sarà la bontà del progetto, la sua realizzazione e la sua gestione, nonché la credibilità della squadra che ci diranno per il futuro se il passo è stato nella giusta direzione, quello cioè di creare nuovi legami solidali.

Per chi volesse approfondire, consigliamo di leggere il Primo rapporto sugli empori solidali in Italia pubblicato nel 2018 http://www.caritasitaliana.it/caritasitaliana/allegati/7979/report_emporisolidali_standard_20181204.pdf

Noi certamente continuiamo a metterci la faccia, aperti al confronto e alla riflessione ma attenti anche a non accettare giudizi aprioristici in relazione a fenomeni sociali con cui quotidianamente facciamo i conti, e che mutano con la stessa rapidità con cui evolvono i processi economici. Cerchiamo di mantenere aggiornata la cassetta degli attrezzi, conservando ciò che del passato ha ancora senso e provando a modificare ciò che ha perso di utilità.

Insieme.

 

Erika Bardi – Villa Olimpia Ristorante Sociale

Rosanna Casazza – Centro Ascolto Caritas Pallanza

Andrea Colombo – Associazione Sottosopra

Giovanni De Benedetti – Centro Ascolto Caritas Intra

Chiara Fornara – Consorzio Servizi Sociali del Verbano

Paolo Micotti – Centro Ascolto Caritas Pallanza

Franco Milan Spozio – Centro Ascolto Caritas Pallanza

Walter Mosini – Centro Ascolto Caritas Pallanza

Graziano Occhetta – Associazione Gruppo Abele

Don Roberto Salsa – Parrocchia San Leonardo

Tullia Taloni – Associazione Volontari Ammalati psichici

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UN “EMPORIO” TRA COMPASSIONE E INTEGRAZIONE di Roberto NEGRONI

Questa iniziativa per un verso offre pragmatica risposta ad un problema reale presente nella società locale. Per un altro verso però, la scelta di dare vita, preferendola ad altre possibili soluzioni, ad uno spazio “separato”, che è oggetto paradigmatico di una visione non inclusiva della diversità, pare porsi in una prospettiva che non risulta coerente con quella logica inclusiva, reintegrativa e deistituzionalizzante dello svantaggio sociale che richiede modalità d’azione volte non a separare ma ad integrare e che, fattore non trascurabile, è storico retaggio e prassi consueta degli attori, pubblici e associativi, che operano in questo territorio.

L’apertura a Verbania dell’Emporio dei Legami, nella vecchia sede del Circolo Socialista di via Roma a Intra, è una risposta al conclamato bisogno di aiuto all’accesso al mercato alimentare che manifesta una consistente quota di popolazione ed è, nello stesso tempo, la rinascita nel segno di una sostanziale continuità di quello storico luogo cittadino.

Secondo notizie riportate dalla stampa locale, “sono un migliaio, secondo stime più ottimistiche 800, le persone che a Verbania faticano a mettere assieme pranzo e cena” (VCO24 del 16.02.2019), circa quattrocento famiglie in cui sono presenti bambini, giovani, adulti senza lavoro e vecchi soli. Non quindi una condizione di generica ristrettezza e privazione, condizione presente in strati ben più ampi della società, ma di una povertà che sconfina nell’indigenza, in cui alla penuria si sostituisce la mancanza dell’essenziale e dei mezzi per potervi accedere. Una condizione estrema che, stando a quei numeri, relega ai margini della vita sociale più del tre per cento della popolazione verbanese: una quota rilevante. Raramente la città, la cui storia dal dopoguerra ad oggi non è certo stata sempre rose e fiori, ha vissuto fasi altrettanto critiche.

L’apertura del social market trova perciò motivazione e sollecitazione in diffusi e pressanti bisogni largamente riconosciuti, come sta a dimostrare l’ampia convergenza a sostegno del progetto di enti, di istituzioni e dell’associazionismo sociale e, in quanto concreta risposta ad un problema riconosciuto, suscita una vasta e istintiva condivisione.

Ma induce anche a una riflessione.

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La storia del welfare italiano ha vissuto dagli anni Settanta del Novecento fino a tempi recenti un percorso piuttosto lineare, che si è sostanziato nella scelta di rinunciare ai percorsi, ai luoghi e agli spazi specificamente dedicati ad un accudimento/mantenimento separato dalla società in cui tradizionalmente erano relegate le diverse manifestazioni sociali del disagio, della disabilità, della marginalità, propri di una visione escludente del diverso, a favore di una opposta visione inclusiva, volta all’integrazione, capace cioè di ricondurre le “persone” portatrici di quegli svantaggi, come allora si diceva, entro i circuiti della socialità.

È sufficiente, per intendersi, richiamare alcuni dei passi più noti e significativi di quella conversione, come la legge 180/78 (legge Basaglia), la 517/77 (abolizione delle classi differenziali), la 663/86 (legge Gozzini), la 104/92 (diritti delle persone con disabilità), nonché tutti quei processi di destituzionalizzazione che portarono a preferire soluzioni comunitarie (e spesso micro-comunitarie) inserite nel tessuto urbano e sociale al tradizionale ed estraniante ricorso alle grandi strutture.

Un processo tendente perciò ad escludere il ricorso a luoghi, a spazi e a percorsi separati per le situazioni di svantaggio sociale, perché marginalizzanti, cioè più ancora escludenti di quanto già lo svantaggio di per sé esclude; un processo, invece, espressamente e programmaticamente mirato all’integrazione (o reintegrazione) e, ove possibile, al riscatto sociale mediante tutte le forme e i modi propri dell’inclusione nel circuito delle relazioni sociali.

Negli ultimi decenni – complici la velenosa miscela generata dalla crisi fiscale degli Stati, dalla conseguente crisi dei sistemi statali di welfare, dalle più recenti crisi economiche, dal dilagante verbo neo-liberista e dalle risorte chiusure identitarie promotrici di frammentazioni e di egoismi sociali – si fanno incalzanti i segnali di un rallentamento dell’anzidetta prospettiva inclusiva e di un riemergere di visioni tendenzialmente (quando non esplicitamente) marginalizzanti e re-istituzionalizzanti rispetto alle situazioni di svantaggio sociale. Le quali, più che in forme radicalmente escludenti (ma l’approccio alla questione immigrazione dell’attuale governo italiano qualcosa ci sta facendo vedere), paiono manifestarsi in quelle modalità proprie del conservatorismo americano, con un approccio al problema che viene definito compassionevole, in cui, più che l’ispirazione samaritana, sembra però prevalere il paternalismo padronale.

I ceti benestanti, un po’ per pietismo e un po’ per prevenire maggiori conflitti, si incaricano di provvedere, sia con organizzazioni proprie che con apparati pubblici, a mitigare le sofferenze di chi sta ai gradini più bassi della società, operando però una snaturante semplificazione di una questione notoriamente complessa (l’aggravarsi storico delle disuguaglianze nelle società progredite), cioè senza una programmatica finalità di riscatto e avallando una sostanziale logica di separazione in cui spazi, luoghi e percorsi di vita sociale rimangano o tornino ad essere separati, entro un quadro concettuale di una società frammentata e classista. Torna l’antica regola: ciascuno al suo posto.

Questa prospettiva non è estranea al nostro Paese: se ci limitiamo a considerare anche soltanto quei provvedimenti normativi citati in precedenza, ci rendiamo conto di quanto ciascuno di essi sia stato e sia oggetto di crescenti ripensamenti, spesso indotti da difficoltà, carenze ed errori attuativi, ma anche e sempre più dall’emergere anche in Italia, non diversamente che in altri Paesi, di estesi moti di reazione orientati, più o meno consapevolmente e intenzionalmente, ad azzerare cinquant’anni di progresso sociale.

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Indicatori di queste tendenze sono le ricorrenti tentazioni e le spinte verso un ritorno a nuove forme di istituzionalizzazione di situazioni che proprio nella liberazione da rigidi ed estranianti vincoli avevano trovato nuovi percorsi di emancipazione (a ben vedere, è questo uno dei rischi che corrono iniziative pure meritorie come gli Empori della Solidarietà cui l’iniziativa verbanese si ispira).

È la collocazione in questo difficile contesto che rende emblematica una iniziativa in sé positiva quale è l’apertura dell’Emporio dei Legami, dando luogo a un dilemma che però può, offrendo occasione di riflessione e confronto, risultare salutare.

Questa iniziativa infatti, per un verso, senz’altro offre pragmatica risposta ad un problema reale presente nella società locale. Per un altro verso però, la scelta di dare vita, preferendola ad altre possibili soluzioni, ad uno spazio “separato”, che è oggetto paradigmatico di una visione non inclusiva della diversità, pare porsi in una prospettiva che non risulta coerente con quella logica inclusiva, reintegrativa e deistituzionalizzante dello svantaggio sociale che richiede modalità d’azione volte non a separare ma ad integrare e che, fattore non trascurabile, è storico retaggio e prassi consueta degli attori, pubblici e associativi, che operano in questo territorio.

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Le acute riflessioni di Roberto Negroni richiamano alla memoria un episodio solo apparentemente minore della breve e sciagurata stagione destro-leghista (2009-2013). La Giunta decise allora di dirottare le persone assistite dal Comune dalla mensa sociale di Villa Olimpia, dove pagavano il pasto con il buono/ticket dato loro dai servizi sociali dell’Amministrazione, a un’apposita, separata “mensa per poveri” realizzata con mezzi (e personale) di fortuna in un locale dell’ex “Rosa Franzi” di Intra. Allora il centrosinistra in minoranza contestò la scelta, sostenendo che il pranzo consumato nelle stesse sale di Villa Olimpia dall’impiegato della banca o della Prefettura “in pausa” e dalla persona in condizioni di bisogno significava autentica volontà di integrazione “entro i circuiti della socialità” di tutti i cittadini. Come analoga volontà esprimeva, ad esempio, la scelta di assegnare spazi di emergenza abitativa alle persone in difficoltà entro edifici (la stessa villa Olimpia o immobili residenziali del Comune) ove stabilmente risiedevano persone in condizioni di “normalità” socio-economica e non in qualche più o meno improvvisato “dormitorio”; o la scelta di gestire i progetti “pasti a domicilio” e “s-corta” (utilizzo dei cibi freschi prossimi alla scadenza recuperati presso i supermercati) attraverso i servizi della mensa sociale “Gattabuia” di Villa Olimpia, che si rivolgevano indistintamente a chi poteva e a chi non poteva pagarseli, garantendo attraverso la mediazione operativa del Comune la riservatezza delle persone, l’inclusività della prestazione e “socialità universale” del servizio. Integrazione e non separazione. Socialità e non “compassionevolismo”.  (c.z.)

 

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LARISSA E LE DONNE DI TREBLINKA

“Il punto di resistenza è sopravvissuto per sessant’anni alla dissoluzione dell’odio concentrazionario al quale si era vittoriosamente opposto; ha dato senso, valore e significato a un’intera, prestigiosa esistenza. Larissa ha continuato a vivere in Giovanni Giovannini. L’amore della giovane infermiera russa, che la risacca della guerra ha portato a morire nel cuore della Germania, resta vivissimo nella nostra memoria. E riscatta integralmente l‘umiliazione estrema delle donne in cerchio a Treblinka. Queste donne hanno vinto per noi l’orrore indicibile del nazismo.”

Vorrei scusarmi da subito con le autorità presenti oggi in questa sala – numerose e prestigiose – se mi rivolgerò, con le brevi considerazioni che mi accingo a svolgere, prevalentemente ai giovani studenti che oggi sono qui a celebrare con noi la Giornata della Memoria. D’altro canto, non posso dimenticare di essere innanzitutto un insegnante di Liceo, che anche questa mattina ha incontrato in classe i suoi allievi di Prima Scientifico. Ed ora incontro come Sindaco ragazzi di poco più grandi, molti dei quali provenienti dall’Istituto ove presto servizio.

Vi confesso che, prendendo la parola, avverto una grande preoccupazione. E cioè che  questa manifestazione, questa Giornata, possa in qualche modo essere da voi avvertita come la ripetizione stanca di un rito, di un atto dovuto, di un  gesto faticosamente imposto dal calendario delle celebrazioni ufficiali. Perché ciò non accada è indispensabile che sia da subito ben chiaro ove si radica l’attualità di questa celebrazione. E io credo che essa risieda in un doppio movimento dell’intelligenza.

Il primo si manifesta nello sforzo doloroso teso ad indagare in tutte le sue aberranti sfaccettature le molteplici manifestazioni di quello che mi sento di definire un male impossibile e indicibile. Impossibile, perché mai l’intelligenza umana avrebbe potuto immaginare un male assoluto come quello della Shoah, se esso non si fosse concretamente materializzato nell’universo concentrazionario nazista; indicibile, perché le parole per definirlo, circoscriverlo e giudicarlo sono state faticosamente trovate soltanto dopo la sua terribile epifania, nei sessanta e più anni che ci separano da quella tragica vicenda.

Il secondo movimento consiste invece nel riconoscere i punti di resistenza che pure si sono formati, sono esistiti e si sono tenacemente conservati nel cuore del male assoluto e che hanno preservato, nel tempo dell’aberrazione impossibile e indicibile, il senso dell’umano. Perché alla preservazione del senso dell’umano nel tempo del male assoluto dobbiamo non solo la vittoria della democrazia sul totalitarismo nazista, ma anche la capacità di elaborare razionalmente una vicenda concepita come impossibile dall’intelligenza e dalla ragione.

Una riflessione definitiva sul male assoluto della Shoah ci viene offerta da un testimone più volte evocato anche questa mattina: Primo Levi. Nel testo I sommersi i e salvati, che lo scrittore torinese dedica all’analisi, lucidissima e disperata, dell’universo concentrazionario nazista, Levi descrive l’incredibile normalità della logica, del criterio, del principio organizzatore del lager nazista: il principio della “massima afflizione”. Non era sufficiente sopprimere fisicamente e crudelmente il deportato: costui doveva essere sottoposto – prima dell’eliminazione fisica – alla massima afflizione possibile. E Levi ci propone un esempio terribile del principio di massima afflizione, senza peraltro ricorrere – come potremmo forse attenderci – alle forme più note e raccapriccianti di violenza: le camere a gas, i forni crematori, le impiccagioni, le fucilazioni, le torture. Levi evoca invece un gruppo di donne in quarantena a Treblinka nel canicolare luglio del ’44: a queste donne i nazisti impongono per diversi giorni un “lavoro”. Esso consiste nel trasferire con le mani la sabbia da un mucchio che ciascuna donna ha dinanzi a sé al mucchio che sta di fronte alla donna che si trova alla propria destra. Per giorni queste donne trasferiscono la sabbia da un mucchio all’altro, in un assurdo gesto circolare che riporta più volte la stessa sabbia dinanzi alla stessa donna.

Questa la massima afflizione imposta ai deportati. E Franz Stangl, ex comandante di Treblinka, intervistato dopo la guerra, al giornalista che gli chiede per quale ragione a quegli uomini, che sarebbero stati comunque uccisi, venisse inflitto un sovrappiù di sofferenza e di umiliazione, risponde che la massima afflizione era funzionale alla rimozione di ogni sentimento di pietà e di compassione umana nei soldati addetti all’eliminazione fisica dei prigionieri. Dunque, anche il principio di massima afflizione rispondeva a una logica di lucida ed efficiente pianificazione organizzativa dell’annientamento fisico dei deportati. Male assoluto. Impossibile, se non fosse accaduto. Indicibile, se non avessimo faticosamente trovato le parole per dirlo.

Il punto di resistenza che voglio proporre alla vostra riflessione ce lo offre Giovanni Giovannini, che è stato giornalista, direttore e presidente de “La Stampa” di Torino. Nel 1943 Giovannini è militare dell’esercito italiano; l’armistizio lo sorprende in Francia, dove viene catturato dai Tedeschi e inviato in un campo di internamento in Germania. La vicenda è narrata in un diario scritto su un quaderno dalla copertina nera, che Giovannini solo qualche anno fa ha accettato di pubblicare. Il testo, intitolato Il quaderno nero, si ricapitola e si rivela in un punto. Nell’aprile del 1945 l’autore, internato a Volkertshausen, viene curato da una giovane prigioniera ucraina, Larissa, 20 anni, travolta dalla guerra quando era studentessa al primo anno di Medicina e per questo motivo utilizzata dopo la cattura come infermiera nei campi di internamento. Tra Giovannini e Larissa nasce un amore tenerissimo e tenacissimo. Ecco il punto di resistenza al male assoluto: la naturale attrazione tra un uomo e una donna, che in un solo istante dissolve la trama di violenza che governa l’universo concentrazionario. I due non conoscono nulla l’uno dell’altra, parlano lingue diverse, vengono da storia diverse e incomponibili, vivono all’interno di un sistema che mortifica l’espressione del sentimento amoroso e annulla le prospettive. Eppure si amano intensamente.

Il crollo del regime nazista, l’avanzata degli Alleati, la fuga verso l’Italia separano Giovanni e Larissa. I tentativi di Giovannini di ritrovare la donna amata si rivelano frustranti. Soltanto all’inizio del ’46 una comunicazione dalla Germania informa l’uomo della sorte di Larissa. Una sorte condensata in un participio passato: erschossen, fucilata. Da chi, non si sa: forse tedeschi, forse sovietici. Ma il punto di resistenza non si dissolve: per sessant’anni Giovannini, prestigioso giornalista, editore e intellettuale, conserva nel portafogli il biglietto sgualcito con l’ultimo appunto di Larissa, che si rammarica di non avere potuto seguire l’uomo che amava. Il punto di resistenza è sopravvissuto per sessant’anni alla dissoluzione dell’odio concentrazionario al quale si era vittoriosamente opposto; ha dato senso, valore e significato a un’intera, prestigiosa esistenza. Larissa ha continuato a vivere in Giovanni Giovannini.

L’amore della giovane infermiera russa, che la risacca della guerra ha portato a morire nel cuore della Germania, resta vivissimo nella nostra memoria. E riscatta integralmente l‘umiliazione estrema delle donne in cerchio a Treblinka. Queste donne hanno vinto per noi l’orrore indicibile del nazismo.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

Verbania-Fondotoce, Casa della Resistenza, 24 gennaio 2007

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A ROMA COME A VERBANIA, DA SOLI NON SI VA DA NESSUNA PARTE di Diego BRIGNOLI

Chiusi nella nostra cinta daziaria Verbania è destinata a vivacchiare. Occorre che la nostra città assuma con coraggio il ruolo di capoluogo, si metta alla testa di proposte e impegni che includano gli “altri”. Un percorso complicatissimo e dall’esito affatto scontato ma obbligato, inevitabile. Chi altri lo può fare? Occorre che Verbania impari a valorizzare le sue peculiarità, le sue eccellenze. Il futuro non appare particolarmente roseo, occorre avere dei sogni, dei progetti. E occorre fare squadra.

Ho preferito ultimamente dedicare il mio tempo a tematiche di ampio respiro. Temi che possono apparire oziosi a fronte delle pragmatiche questioni del vivere quotidiano e dell’amministrare.  Non credo sia occupazione irrilevante. Penso anzi sia indispensabile uno sforzo di approfondimento per ripartire dai fondamentali, dai fondamenti stessi della nostra democrazia, dalla cultura, dalle idee, dal pensiero largo. È il momento che stiamo vivendo che lo impone. Non solo il pensiero  che più mi appartiene, di sinistra, ma l’intero pensiero democratico, liberale, internazionalista, rischiano di essere spazzati via, di rimanere esclusi ed estranei. Un patrimonio di idee messe all’angolo per i prossimi venti o trent’anni.

Siamo di fronte all’eliminazione di qualsivoglia crescita culturale, alla demolizione delle competenze; un oggi fatto di editti dai balconi, ostentati toni muscolari, paternalismo autoritario, isolazionismo, personalizzazione e leaderismo, caratterizzazione degli aspetti privati e personali in una demenziale rincorsa sui social, progressiva e inarrestabile delegittimazione dei corpi intermedi, un attacco forsennato alle istituzioni democratiche, all’equilibrio tra potere esecutivo e potere legislativo. È di questi giorni e queste ore l’indecoroso spettacolo di un parlamento umiliato, offeso, privato del diritto-dovere persino di discutere il bilancio dello Stato. Personalmente ho votato per chi sta all’opposizione, mi è naturale approvarne le proteste; ma non sto parlando della sola opposizione. Come possono i membri della maggioranza accettare una simile situazione? Cosa può pensare chi ha votato per una maggioranza che esclude i suoi rappresentanti dalle decisioni?

Una simile situazione non può non avere ripercussioni diffuse ed estese, con metastasi nell’intero corpo sociale. Qualche anno fa definii la nostra città afflitta da un sentimento di “rancorosa depressione”;  oggi è il Censis che descrive gli Italiani disorientati, arrabbiati, intolleranti e incattiviti, confusi da una sorta di “sovranismo psichico”.  La stagione dell’arroganza, e una larga parte di sinistra non ne è stata indenne, ha lasciato un paese di incazzati, in cui primeggiano individualismo e insoddisfazione. Qui e ovunque. Mi si accuserà di eccesso di pessimismo. Mi auguro sia così.

I primi mesi del prossimo anno saranno probabilmente decisivi, anche se nulla in politica è definitivo,  con una serie di importanti appuntamenti elettorali: amministrative, regionali ed europee. Sempre che nulla accada al governo nazionale. È sempre difficile avviarsi ad una campagna elettorale specie se giocata su così svariati fronti. Prevarranno, e già cominciano ad emergere, i soliti vecchi riti: candidature più o meno condivise, vecchi e nuovi posizionamenti, programmi che non scontentino nessuno. Poco spazio per ragionamenti che vadano oltre lo stretto orizzonte spazio temporale della scadenza elettorale e che inesorabilmente soffrirebbero dell’effimero consenso di governanti che, come spesso accade, ben presto ne perderebbero memoria.

Credo invece sia il tempo di impostare qualche ragionamento, aperto, lungimirante, forse, ahimè, complesso e dall’esito incerto; ma le troppe semplificazioni non aiutano a ricostruire. Ovunque, a qualunque livello, occorre ricucire legami, appartenenze, comunità. L’esatto contrario di quanto sta avvenendo, con un’agenda politica impostata sul “prima gli Italiani”, che poi si declina in prima la mia regione, la mia città, il mio quartiere, il mio condominio, insomma, “prima io”. Ognuno per sé, in una sorta di localismo sovranista, di padroni a casa propria in case sempre più piccole e chiuse.

Confesso di non essermi mai troppo appassionato alle tematiche di autonomia e specificità. Credo esista un enorme bisogno di rispetto e di attenzione alle esigenze delle persone, di tutte le persone, indipendentemente dal luogo di provenienza o di residenza. È una questione di democrazia, di uguaglianza. Il continuo inseguire richieste di autonomia rischia di accentuare quelle disuguaglianze il cui superamento è (o dovrebbe essere) il principale motore della politica. Richieste  che assumono peraltro due diversi aspetti: da un lato la richiesta di salvaguardare la propria posizione di privilegio (mantengo sul mio territorio, a beneficio dei miei cittadini, quanto lo Stato preleva), dall’altra la richiesta di particolari trattamenti in virtù di vere o presunte ragioni di disagio, di fatica, di sfiga. È il caso delle ricche regioni del nord che tramite referendum (Veneto e Lombardia) o tramite contrattazione con lo Stato centrale (Emilia Romagna e, in misura minore, Piemonte) chiedono maggior autonomia; ed è  il caso della nostra provincia che tenta di salire sul carro della ricca e benevola Lombardia e che a più riprese tenta di affermare una propria specificità.  Non voglio certo dire che non esistano differenze e specificità; positive o negative, favorevoli e svantaggiose. È evidente a tutti che il nostro territorio abbia una propria specificità, peraltro ufficialmente  riconosciuta (Legge Regionale n.8 del 20 aprile 2015) ma che non ha sortito effetti.   Da qui i malumori, il disagio, le firme pro referendum, l’ennesima ragione di incazzatura.   So bene di non attirarmi i favori di molti. Facile, molto più facile, assecondare o prospettare benefici e miglioramenti per chi ci è più prossimo. Che poi ciò si avveri non ha molta importanza, la colpa è comunque degli “altri”. Mi spiace, rimango dell’idea che non ci si salvi da soli e che  quella che molti chiamano ormai “la secessione dei ricchi del nord” sia una proposta pericolosa. Perché mai i cittadini delle regioni più ricche avrebbero diritto a servizi maggiori?  Chiaro che di maggiore autonomia regionale si possa ragionare, anzi forse in qualche caso ciò comporterebbe una più attenta gestione della spesa. Ma da lì a chiedere l’autonomia per tutte le 23 materie per cui sarebbe possibile ce ne corre. Sanità, istruzione, previdenza complementare, potere di interdizione sulle grandi opere a diretta competenza delle regioni del nord: la realizzazione del progetto e del disegno a lungo accarezzati dalla lega. Mi spiace che anche regioni a ben diversa guida si siano (chi più chi meno) aggregate. Sempre più soli, isolati, estranei: davvero in un mondo dominato dall’economia globale qualcuno può pensare di andarci da solo? Davvero qualcuno può pensare  di poter affermare la propria autonomia anche nei confronti di una Germania pigliatutto? Consiglio a veneti e lombardi di prendere lezioni di tedesco.

La gestione di tutto questo pare essere a totale guida leghista, nella mani della ministra Erika Stefani, con il M5S legato dal “contratto”: la negazione della politica fatta di accordo e mediazione, l’affermazione del “questo a te questo a me”. I tempi stringono, il premier Conte ha annunciato l’avvio del negoziato entro la metà di febbraio. Non so cosa dirà il Presidente Mattarella, garante dell’unità nazionale,  nel discorso di Capodanno, confido nella sua ferma saggezza.

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 Possono queste mie riflessioni, oltre a  non essere condivise, apparire estranee al contesto  locale. Il meccanismo è sempre lo stesso: da soli non si va da nessuna parte, chiudere le frontiere è inutile e dannoso. Come ha giustamente sottolineato Giovanni Margaroli da queste pagine,  senza immigrati l’Italia scompare, e Verbania prima ancora. Chiusi nella nostra cinta daziaria Verbania è destinata a vivacchiare. Occorre che la nostra città assuma con coraggio il ruolo di capoluogo, si metta alla testa di proposte e impegni che includano gli “altri”. Dannata parola, maledetti campanili! Occorre che Verbania sappia guardare oltre, ai territori dell’entroterra divisi tra comuni in affanno con i quali intavolare trattative e ragionamenti complessivi, non maldestri referendum. Un percorso complicatissimo e dall’esito affatto scontato ma obbligato, inevitabile. Chi altri lo può fare? Occorre che Verbania impari a valorizzare le sue peculiarità, le sue eccellenze. Peculiarità ed eccellenze che non sono racchiuse  nei labili confini comunali: qualità della vita, offerta turistica, natura e ambiente. Su questi temi occorrono collaborazione, strategie comuni, visioni generali,  forse anche un po’ di generosità. Il futuro non appare particolarmente roseo, occorre avere dei sogni, dei progetti. E occorre fare squadra. Verbania dovrà esserne all’altezza.

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ANZIANI, VIAGGIATORI E LITIGIOSI. MA L’AMBIENTE E’ UN PARADISO di Giovanni MARGAROLI

L‘analisi puntuale della recente classifica del Sole 24 ore, che penalizza fortemente il VCO rispetto allo scorso anno, ci aiuta a cogliere le dinamiche che caratterizzano il nostro territorio e a vincere la superficialità e la banale approssimazione di molti commenti “social”. Ma soprattutto conferma che i punti di forza della nostra provincia in tempi di radicale transizione socio-economica e demografica restano il turismo, i servizi alla persona e l’offerta culturale.  

La lettura dei dati dell’annuale classifica del Sole24ore sulla qualità della vita ha visto retrocedere la nostra provincia di ben 47 posizioni rispetto allo scorso anno.  Fedeli al costume politico di gran voga oggi, i social si sono scatenati cercando il colpevole. Tuttavia, lasciando da parte il livore e la cialtroneria che caratterizzano gran parte del dibattito politico, mi sono chiesto cosa mai fosse successo per registrare un arretramento così pesante.

Qualche premessa è doverosa: queste classifiche hanno un senso per definire la posizione reciproca delle varie province; ne hanno molto meno per la definizione del valore assoluto della qualità della vita. La seconda premessa è questa: i parametri assunti per la valutazione della classifica non rimangono gli stessi di anno in anno; i ricercatori correggono il tiro tenendo presente sia le mutate condizioni al contorno sia il significato intrinseco del parametro. Ad esempio, fino al 2017 uno dei parametri utilizzati per il settore ‘Ambiente e servizi’ era  il ‘Consumo di suolo”, vale a dire la percentuale di territorio costruito sul totale. Il VCO era al secondo posto nel 2017 e questo contribuiva grandemente a migliorare la sua posizione. Evidentemente i ricercatori si sono resi conto di quanto fosse fallace il parametro nelle province montane e l’hanno tolto, lasciandolo per i capoluoghi all’interno di un parametro specifico, denominato Icity rate, di cui parlerò più avanti. Attenzione dunque a fare confronti azzardati. Da ultimo i parametri non pesano tutti allo stesso modo.

Come sempre bisognerebbe studiare un po’ (nel caso specifico davvero poco). Ed ecco qualche modesta spiegazione dalla quale invito chi legge a trovare qualche indicazione su dove andiamo e su cosa sarebbe meglio fare. Esaminiamo ogni singolo settore.

AMBIENTE E SERVIZI

Perdiamo ben 29 posizioni in un anno. Urca! Ma esaminando uno per uno i parametri adottati scopriamo che solo due sono stati mantenuti dal 2017 al 2018. E sono precisamente: l’Ecosistema Urbano (molto importante, indice di Lega Ambiente) in cui il VCO perde tre posizioni, passando da 8 a 11 e la Spesa sociale pro capite degli enti locali per minori/disabili/anziani, parametro definito dal prestigioso Istituto Tagliacarne, in cui il VCO guadagna ben 15 posizioni (da 61 a 46).

Gli altri parametri sono tutti cambiati. Sono scomparsi Emigrazione Ospedaliera (nel 2017 il VCO era in posizione 96, cioè facciamo un sacco di rumore per tenerci i nostri ospedali ma andiamo a curarci in Lombardia), il numero di Sportelli più ATM (i bancomat) più i POS (le macchinette per pagare con le carte nei negozi (pos. 25), la Spesa in Farmaci (pos. 97), il già citato Consumo di suolo (pos. 2) e infine la Banda larga (cioè la percentuale di popolazione coperta con 30 Mb) (pos. 94).

Sono stati introdotti nel 2018 cinque nuovi parametri, in sostituzione di quelli cancellati e indicati sopra: Home banking (pos. 62), Rischio idrogeologico (pos. 43), I city rate (riferito al solo capoluogo di provincia, pos. 57), Speranza di vita media alla nascita (pos. 76) e Indice climatico di escursione termica (pos. 55).  A parte il rischio idrogeologico che noi percepiamo molto alto per le vicende delle nostre strade statali e provinciali e che invece ci vede nella metà superiore della classifica, salta all’occhio la bassa speranza di vita, che ci pone a tre quarti classifica e probabilmente risente del fatto che in questi ultimi anni è arrivata a compimento la generazione che ha lavorato nelle fabbriche e in condizioni certo più insalubri di oggi.

Guardando i due anni insieme emerge quindi un quadro ambientale molto buono (siamo undicesimi), una crescente attenzione ai più deboli,  ma un sistema molto arretrato dal punto di vista dei servizi,  a partire da quelli sanitari, (sicuramente anche in peggioramento per l’insostenibilità non solo economica, ma soprattutto tecnica, delle tre sedi ospedaliere) e nell’ICity rate, che merita qualche considerazione a parte.

L’ICity rate, elaborato dal Forum Pubblica Amministrazione (società del gruppo Digital360), e che riguarda solo le città capoluogo, è già di per sé un indice di grado superiore, perché tiene conto di tanti parametri (occupazione, ricerca e innovazione, solidità economica, trasformazione digitale, energia, partecipazione civile, inclusione sociale, istruzione, attrattività turistico-culturale, rifiuti, sicurezza e legalità, mobilità sostenibile, verde urbano, suolo e territorio, acqua e aria). Il concetto che sta alla base del calcolo di questo indice è che è impossibile pensare alla innovazione tecnologica e alla digitalizzazione in un contesto arretrato dal punto di vista dei servizi essenziali per la città. Se volete approfondire leggete qui (http://www.meteoweb.eu/2018/10/icity-rate-2018-citta-smart/1166157/). Perché noi siamo così indietro? Perché siamo piccoli? No, nella prima metà della graduatoria si trovano cittadine come Lecco (pos. 33), Aosta (pos. 39), Sondrio (pos. 46), Gorizia (pos. 50). Perché siamo una provincia multipolare? Forse, però in pos. 24 troviamo Forlì-Cesena, in posizione 25 Monza-Brianza, in posizione 42 il Sud Sardegna.

In calce a questa breve analisi tenterò di suggerire qualche spiegazione per capire la nostra posizione.

AFFARI E LAVORO

I due anni sono interamente paragonabili. Non ci sono variazioni nei parametri. Viaggiamo decisamente nelle parti basse della classifica (da posizione 73 a posizione 75), con un peggioramento netto del Rapporto tra impieghi e depositi bancari (perdiamo 23 posizioni) cioè i soldi raccolti dalle banche non vengono reinvestiti sul territorio. In peggioramento anche le Differenze salariali tra uomini e donne, dove la nostra provincia perde 24 posizioni. Perdiamo 16 posizioni nel Tasso di occupazione e 14 posizioni nel Tasso di disoccupazione giovanile.

Cresce invece il numero di start up innovative (+30 posizioni) ma bisogna essere molto cauti. Ci sono delle agevolazioni fiscali per le aziende che esistono da meno di cinque anni e che rispondano a certi requisiti. Le maglie per l’iscrizione a uno speciale albo sono piuttosto larghe quindi molte aziende si iscrivono, anche se poi non è detto che abbiano diritto alle agevolazioni.  Quindi il dato (3,7 start up innovative ogni 1.000 aziende, corrispondente alla 75ma posizione), che fornisce Infocamere, dovrebbe essere accompagnato dall’analisi dei risultati nel tempo per essere considerato un valore positivo sostenibile.

Dai punteggi del settore Affari e Lavoro emerge un territorio in forte crisi, se si considera che già dal 2016 al 2017 aveva perso in questo settore ben 22 posizioni e sarebbe ancora retrocesso, se non ci fosse questo dato delle start up che però, come detto, va preso con cautela:  scarsa imprenditorialità e scarsissimi investimenti, pochissime opportunità per i giovani e peggioramento delle condizioni di lavoro delle donne.

RICCHEZZA E CONSUMI

In questo settore, se esaminiamo i parametri rimasti uguali  dal 2017 al 2018 (Depositi pro capite, PIL pro capite, Canoni medi di locazione, Spesa media per famiglia in beni durevoli e Protesti pro capite) più o meno siamo nelle stesse posizioni in bassa classifica, tranne per i la spesa in beni durevoli che ci colloca in 36ma posizione e per i protesti che peggiorano di ben 12 posizioni (da 9 a 21).

Tra i criteri scomparsi dal 2017 al 2018 ci sono gli Acquisti on line, che ci vedevano al terzo posto (con gioia dei commercianti locali sempre più in crisi) e l’Importo delle pensioni, piuttosto alto (eravamo in posizione 45). I nuovi criteri introdotti sono i Prezzi medi di vendita delle case (posizione 51) e, molto interessante, la Spesa pro capite per viaggi e turismo, in cui siamo la quinta provincia italiana.

Insomma, una provincia di vecchi pensionati piuttosto benestanti che girano allegramente il mondo con i soldi erogati dall’INPS dopo aver comprato i biglietti aerei e gli alberghi via web.

 DEMOGRAFIA E SOCIETA’

Il settore Demografia e Società non presenta sorprese. Siamo in fondo in fondo alla classifica per Numero laureati tra 25 e 30 anni (posizione 100) e addirittura a 104 per Tasso di natalità.

Dietro a noi ci sono Biella e la Sardegna del Sud. Recuperiamo un po’ di posizioni (dal 23simo posto del 2017 siamo saliti al 13mo) per l‘Acquisizione di cittadinanza italiana ogni mille stranieri residenti. Piccolissimo segno positivo che potrebbe dare fiato anche al tasso di natalità in futuro.

I nuovi parametri introdotti nel 2018 ci vedono ancora malmessi: siamo in posizione 86 per Tasso di mortalità e in posizione 91 per Tasso di fecondità.  Complessivamente nel settore Demografia e società dal 2017 al 2018 perdiamo 26 posizioni in classifica, anche se l’indice di vecchiaia ci fa guadagnare tre posizioni, ma perché peggiorano gli altri, non perché miglioriamo noi. Il valore assoluto infatti passa dal 225 del 2017 al 230 del 2018: significa che per ogni 100 bambini da 0 a 14 anni ci sono 230 anziani con più di 65 anni. Napoli è a 112.  Solo per avere un’idea, Algeria ed Egitto sono a 12,5 anziani per 100 bambini, Nigeria, Senegal e Somalia sono a 7,5 anziani per 100 bambini, l’Albania è a 17. Basterebbero questi numeri per capire che senza immigrazione l’Italia muore e tra i primi a morire c’è il VCO. Nulla di nuovo, lo sa anche Salvini, che contribuisce entusiasticamente ed efficacemente alla rovina del Paese: questa non è demagogia ma demografia!

GIUSTIZIA E SICUREZZA

Qui siamo sempre in alta classifica, anche se passiamo dalla prima all’ottava posizione. Non metto in conto di fare analisi più approfondite, siamo una provincia sicura in cui la giustizia funziona bene. L’unico dato negativo e su cui vale la pena riflettere è quello dei Delitti di stupefacenti, responsabile dell’arretramento perché ci vede posizionati al 63mo posto: è solo perché siamo territorio di transito o perché sono aumentati i consumi anche nelle fasce adulte della popolazione?  Curiosa (siamo nella classifica 2017) la 96ma posizione nel sottosettore Truffe e frodi informatiche. L’essere molto anziani ci rende più vulnerabili a questo tipo di crimini.

CULTURA E TEMPO LIBERO

Nell’Offerta culturale, introdotta nel 2018, siamo molto bassi in classifica (pos. 76). In realtà questo parametro è molto discutibile dal momento che la fonte è la Siae, stessa e unica fonte del parametro Spettacoli, spesa al botteghino (qui siamo in 75ma posizione). La spesa pro capite per spettacoli è 16,7 €/anno contro i 174,7 €/anno di Verona e i 106,6 di Milano. Naturalmente è la media di Trilussa. Ma ciò non toglie che la nostra sia una cifra molto bassa.

Sembra comunque molto riduttivo che l’unica fonte di questi due parametri sia la Siae. Moltissimi eventi culturali non sono segnalati alla Siae. Ad esempio, di tutte le mostre organizzate dal Museo del Paesaggio in questi anni, solo una ha dovuto versare dei soldi alla Siae perché due autori erano iscritti e non erano ancora passati i 70 anni dalla morte. Stesso discorso vale per le conferenze e per gli incontri con autori (per esempio LetterAltura o Domosofia), o per i laboratori artistici, per l’arte terapia, tutte cose che è difficile non fare rientrare nell’offerta culturale.

Nel 2017 c’era un parametro interessante, scomparso l’anno dopo. Era la Spesa dei viaggiatori stranieri, in € pro capite. Per il VCO il valore era 1.347 € e ci trovavamo in posizione 13, dietro alle città d’arte e ad alcune province con altissimo flusso turistico come Rimini.  A conferma del fatto che il settore turistico è quello su cui puntare.

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CONCLUSIONI

Queste classifiche, con i loro limiti, ci confermano ciò che già sappiamo, ma la riflessione aiuta probabilmente a capire meglio cosa fare.

Sappiamo già che le prospettive di sviluppo della nostra provincia sono legate esclusivamente al turismo e ai servizi alle persone. Le leve di questo possibile sviluppo vanno ricercate nella sicurezza, nell’offerta di servizi di qualità, nell’offerta culturale e soprattutto nel paesaggio e nell’eccellenza ambientale dove, vale la pena di ricordare, siamo all’undicesimo posto in Italia.

Ci sono alcune cose sulle quali concentrare l’attenzione:

  • Settore turistico. L’iniziativa imprenditoriale, sempre strettamente dipendente dalla demografia (non si può pensare che siano gli anziani a fare impresa) e dai vincoli orografici e normativi è praticamente azzerata. Cosa si può fare? Certamente concentrare l’attenzione sulla preparazione degli operatori. In questo senso la vicenda del Maggia richiede il massimo dello sforzo per essere risolta. Una cosa che non emerge dalle statistiche ma è indubitabile è che negli ultimi venti anni la qualità dell’offerta enogastronomica nel territorio è migliorata in modo esponenziale, soprattutto in Ossola, ma non solo. E’ la strada giusta. Se i ragazzi del Maggia rimangono qui e aiutano a fare impresa possiamo arrestare o rallentare il processo di invecchiamento. Le amministrazioni devono fare poi ogni cosa in loro potere per migliorare la ricettività sia in quantità ma anche in qualità. Si sa che gli spazi per nuovi alberghi sono ridottissimi; allora è utile guardare alle altre offerte complementari (B&B, Airbnb e affini) in modo meno ostile e più positivo. Le analisi di mercato indicano che questo tipo di offerta attira segmenti di domanda diversi da quelli degli alberghi e quindi in aggiunta a questi ultimi. Le sovrapposizioni sono modeste (pare meno del 25%), il che significa che è un’offerta che incoraggia a viaggiare un pubblico che non andrebbe in hotel. Certo c’è il problema di normare il fenomeno sia dal punto di vista della qualità che da quello fiscale.
  • Servizi alle persone. Anche qui abbiamo alcune leve su cui giocare. C’è una scuola per infermieri che funziona bene; ci sono strutture sanitarie private prestigiose; il nuovo ospedale, che sarà sicuramente innovativo e moderno, attirerà professionalità mediche più alte che oggi sono respinte da una situazione che le tre sedi rendono tecnicamente ingestibile. L’ospedale nuovo può essere una importante leva di sviluppo. A questo aggiungiamo i passi che si stanno facendo per potenziare la medicina territoriale (Case della Salute, la sperimentazione di un welfare innovativo con ‘La Cura è di Casa’ e il progetto Consenso con l’infermiera di comunità), che indicano una strada di accelerazione verso l’integrazione socio sanitaria del territorio. Tutte cose che possono attirare pensionati attivi a stabilirsi da noi creando lavoro per i giovani, italiani e immigrati. Qui la Regione può fare tanto, attuando una politica di incentivazione degli investimenti pubblici e privati, sostenendo i processi di formazione professionale e di integrazione. Ma anche l’Azienda Sanitaria Locale (principale azienda del VCO) deve giocare un ruolo da protagonista e non di chiusura all’innovazione.
  • L’offerta culturale.  L’offerta culturale nel territorio è vastissima. A volte in estate ci sono quattro o cinque iniziative sovrapposte, spesso dirette allo stesso pubblico. Manca tuttavia la capacità di concentrare il sostegno su quelle più produttive ed efficaci dal punto di vista economico. Non possiamo pensare di modificare la struttura della domanda. I nostri turisti sono persone mature e anziane per l’alberghiero, famiglie per l’extra alberghiero. Chi pensa di cambiare l’offerta per attirare i giovani fa solo proposte velleitarie. C’è poi il turismo di prossimità (quello che va e viene in giornata) che non è un segmento da sottovalutare, anche se non interessa le strutture ricettive. Su tutti questi segmenti (tranne quello dei campeggi e degli autobus, difficilissimi da intercettare) l’offerta culturale è leva di marketing importante, se affiancata e sinergica a quella principale, rappresentata dalle Isole Borromee e da Villa Taranto. Molto è stato fatto negli ultimi anni. Domodossola con Casa De Rodis e Palazzo San Francesco e Verbania con la rinascita del Museo del Paesaggio e le stagioni del Maggiore hanno fatto fare un grande salto di qualità all’offerta culturale. Ma è necessario che le amministrazioni non disperdano le risorse verso iniziative spot che non hanno nessun effetto positivo sull’ attrattività turistica.

Vorrei infine ritornare sul parametro indicato come ICity rate, di cui abbiamo parlato all’inizio. Questo parametro, che vede in testa alla classifica Milano, ci dice che è inutile parlare di innovazione e digitalizzazione se questi interventi non si innestano su un contesto sociale inclusivo e partecipativo e su servizi efficienti.

Siamo così tanto indietro in questa classifica per tre ragioni fondamentali: perché la popolazione è vecchia, perché non siamo capaci di fare sistema e infine perché Verbania (anche per le prime due ragioni) non riesce a svolgere appieno il suo ruolo di capoluogo, perché alla fine un capoluogo ci vuole, che sia capace di fare da volano per tutte e tre le anime del VCO. Ma tra le tre ragioni, quella che veramente fa da freno allo sviluppo è la seconda. La perenne litigiosità, il campanilismo, l’incapacità di collaborare tra amministrazioni, gli odi irrazionali quando non surreali sono un limite fortissimo allo sviluppo del territorio. Chi alimenta la frammentazione e la divisione è responsabile del lento ma inesorabile degrado che lascerà ai nostri figli su questo territorio. Guardate bene gli indicatori che formano la graduatoria di ICity rate e pensate per ciascuno di essi quale salto di qualità si potrebbe generare se su temi come l’inclusione sociale, l’attrattività turistico-culturale, l’aria e il suolo, la mobilità, la partecipazione civile, ecc. si generasse un atteggiamento collaborativo e coerente di tutte le amministrazioni del  Verbano Cusio Ossola, superando le divisioni partitiche o addirittura personalistiche. In questo contesto si deve poter parlare anche di una sorta di ‘rifondazione’ del Distretto Turistico. Con chi ci sta. Gli altri pensino al loro condominio e contribuiscano a far morire i loro comuni, assumendosene la responsabilità. Io penso che l’iniziativa debba essere di Verbania. E’ un dovere.

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