PENSIAMO E COMUNICHIAMO DA VERBANESI ? di Federico MINIONI

Pensiamo un po’ più in grande, pensiamo non solo al nostro orticello, pensiamo che se la comunicazione fa “bene” anche ad altri è un beneficio per tutta la comunità. Aiutiamo e consigliamo le associazioni, le aziende, i giornalisti (che sono un “veicolo” comunicativo importante) a usare il nome Verbania, alle persone in generale a far capire loro che le frazioni sono solo una parte della città e non sono comuni a sé stanti

Sono figlio di un pallanzese che, non appena è nata Verbania, si è convintamente trasformato in verbanese; lavorando a Verbania mi trovo molto spesso a dover spiegare a turisti, a clienti in qualche città si trovano, e lo stesso vale per quando spiego ai miei fornitori dove è la mia azienda. La confusione all’esterno della città è elevata ma il dramma è che tale confusione esiste ed è profondamente radicata anche in chi a Verbania ci è nato, ci vive, ci lavora.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una pubblicità “Intra on Ice” che promuoveva una pista di pattinaggio sotto la tettoia del vecchio imbarcadero in corso Mameli, facendo le solite considerazioni nella mia mente: perseveriamo a rimanere divisi e a pubblicizzare il nostro orticello. Questa mattina, invece, il manifesto che i miei occhi hanno intercettato tra i tanti è “Verbania on Ice” che pubblicizza una pista di pattinaggio in piazza Garibaldi. Queste due pubblicità sono una delle tante iniziative che, nel solco del “pensiamo esclusivamente ai nostri interessi più ristretti”, continuano a mostrare all’interno e all’esterno della nostra città una comunità profondamente divisa e per niente incline a trovare una via comune da percorrere per il bene di tutti.

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Tralascio per il momento la critica alla doppia e identica iniziativa perché il mio intento è un altro. Una città che per ignoranza, per pigrizia, per campanilismo e anche per menefreghismo fa fatica a diventare grande e che appare sempre come una “non città”, come un “non luogo”. Se leggiamo i giornali, quotidiani e settimanali, ci imbattiamo costantemente in giornalisti che perseverano anche loro su questa strada che fa tutto meno che il bene di Verbania, titoli del tipo “A Intra i mercatini….”, “A Suna la festa di ….”, “A Pallanza il concerto di…”, mescolati, ogni tanto, con “a Verbania…” sono la normalità; come se i nomi delle tre frazioni fossero e dovessero essere conosciuti a chi da questi luoghi vive lontano, pensiamo ad esempio a una persona qualsiasi che su internet si imbatte in questi titoli e non in titoli dove compaia esclusivamente il nome della città di Verbania. Diffondere a 80 anni dalla nascita di Verbania ancora i nomi delle frazioni è un danno all’immagine della città, un danno per il turismo perché bisognerebbe essere convinti dell’unicità della città e usare solo il nome di Verbania per farsi conoscere, per far conoscere le numerose iniziative che il nostro comune offre.

Purtroppo questo “campanilismo” e senso di appartenenza alle singole frazioni cittadine è molto radicato nelle persone più anziane ma il dramma è che si è trasmesso anche a chi anziano non lo è. Nella comunicazione di tante aziende e imprese presenti in città spesso il nome di Verbania non compare proprio, ma compare esclusivamente il nome di una delle frazioni, generando confusione a chi legge e a chi, soprattutto dall’esterno, ci cerca o cerca Verbania. A quanti è capitato di essere fermati da turisti in cerca di “Verbania”, mentre erano già in città ma erano convinti di essere a “Pallanza” o a “Intra”? Quante volte sulle mappe, purtroppo non solo realizzate da privati, comparivano i nomi di “Pallanza” e “Verbania” affiancati come se fossero due entità separate? Per quale motivo ci si spinge ancora oggi a parlare delle frazioni quando potremmo, senza paura e senza timore di non essere trovati, parlare esclusivamente di Verbania?

La confusione è tale che per anni la stazione ferroviaria era quella di “Pallanza” (oggi sul sito di Trenitalia si chiama Verbania-Pallanza, non si capisce per quale motivo), le prime uscite autostradali non indicavano Verbania, le cartine indicavano solo le frazioni, i giornali hanno quasi sempre fatto lo stesso, idem le televisioni; e questi comportamenti sono frutto dei nostri errori di comunicazione verso l’esterno.

Il nome della città, fortunatamente, e grazie a iniziative importanti, si sta diffondendo in Italia e nel mondo, ma se vogliamo veramente essere riconosciuti, trovati, dovremmo fare uno sforzo, che poi è veramente piccolo, di pensare da verbanesi, di usare nella nostra comunicazione solo il nome “Verbania”. Anche l’amministrazione dovrebbe consigliare, per non dire pretendere, che la pubblicità delle manifestazioni, di qualunque dimensione esse siano, sia fatta in modo esclusivo con il nome della città e non dimenticandola e mettendo, purtroppo a volte unicamente, il nome di una delle sue frazioni.

Siamo nell’era digitale, in un era dove le notizie si diffondono così rapidamente che errori di questo tipo faranno sempre più fatica ad essere corretti. Cerchiamo di sentirci più verbanesi, cerchiamo di parlare di Verbania, di usare il nome della nostra città il più possibile; più si comunica all’esterno il nome della nostra città, più chi legge identificherà più facilmente chi siamo e dove siamo.

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Pensiamo un po’ più in grande, pensiamo non solo al nostro orticello, pensiamo che se la comunicazione fa “bene” anche ad altri è un beneficio per tutta la comunità. Aiutiamo e consigliamo le associazioni, le aziende, i giornalisti (che sono un “veicolo” comunicativo importante) a usare il nome Verbania, alle persone in generale a far capire loro che le frazioni sono solo una parte della città e non sono comuni a sé stanti (perché ci sono persone che pensano dell’esistenza del comune di Intra o di Pallanza, nel 2019!), facciamolo conoscere in modo chiaro e univoco; facciamo in modo che un turista in qualunque parte della città si senta a Verbania.

Probabilmente molti sorrideranno e penseranno che questa sia una banalità che non cambierà le cose, che non porterà benefici tangibili, ma la necessità di farsi riconoscere, di farsi trovare è sempre più importante e solo se tutti facciamo un piccolo passo in avanti cominceremo a costruire un’idea di comunità, di città che guarda al futuro e non al “come eravamo”.

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FUSIONE DI COMUNI PER UN GRANDE CAPOLUOGO di Giuseppe GRIECO

Il terzo punto del contributo di Claudio Zanotti apparso su Verbania 70 titolato Un nuovo ospedale, una vera provincia, un grande capoluogo ha risvegliato in me alcuni convincimenti che covavo sopiti da molto tempo riguardo il ruolo e l’organizzazione dei servizi di quella parte della provincia del VCO che abbiamo a lungo chiamato “del Basso Toce”.

Può risultare scontato indugiare sulla definizione di conurbazione attribuibile a questa parte di territorio; infatti la zona collinare confinante con Verbania, Gravellona Toce, Baveno, Mergozzo, fruiscono di servizi di trasporto, scolastici, sanitari, sportivi, commerciali, amministrativi che sono palesemente inscindibili.

Questa fitta e atavica rete di relazioni mi appare molto più solida e avvertita del concetto di tripolarità sul quale, come ricordato da Zanotti, si è fondata la provincia del Verbano Cusio Ossola.

Non a caso, dagli inizi degli anni ’70 i Comuni del “Basso Toce” hanno pensato e realizzato insieme i trasporti pubblici, lo smaltimento di rifiuti, i piani regolatori e tanto altro; Verbania, città policentrica e di recente costituzione, non ha faticato a concertare con altre comunità il proprio futuro.

Nel secolo scorso in Italia sono state costituite, per fusione, alcune nuove città tra cui Imperia nel 1923 (unione di Porto Maurizio ed Oneglia); Verbania è il risultato di progressive fusioni avvenute a breve distanza tra il 1927 ( aggregazione di Arizzano inferiore, Trobaso, Zoverallo e poi Unchio ad Intra e di Suna e Fondotoce a Pallanza) ed il 1939 (fusione tra Intra e Pallanza).

Dopo quel periodo, eccezion fatta per Lametia Terme, le fusioni di Comuni hanno riguardato quasi esclusivamente comuni di dimensioni molto ridotte; solo ultimamente assistiamo a fusioni o proposte di fusioni tra comuni di dimensioni significative.

Sono già riuniti in unico Comune le città di Corigliano e Rossano in Calabria (oltre 70.000 abitanti), e, molteplici sono le proposte di fusione che si stanno elaborando in tutta Italia: Pescara con 9 comuni limitrofi per 268.000 abitanti, Pordenone con cinque comuni per oltre 95.000 abitanti, i comuni della riviera del Brenta per 76.000 abitanti, i sulla riviera adriatica della provincia di Forlì, solo per citare alcuni tra i tantissimi casi.

Alcuni Comuni vogliono fondersi perché troppo vicini tra loro per offrire servizi duplicati a pochi chilometri di distanza, altri perché la lontananza da città di rilevanti dimensioni rende impraticabile la fruizione di servizi senza unire le forze;  per il “basso toce” entrambe le motivazioni mi appaiono presenti.

Una buona parte delle questioni affrontate dai Comuni sono, sempre più, risolvibili solo travalicando la cinta daziaria delle proprie municipalità e…nei casi in cui non fosse possibile superare la cinta…può essere utile allargarla.

 

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UN NUOVO OSPEDALE, UNA VERA PROVINCIA, UN GRANDE CAPOLUOGO di Claudio ZANOTTI

La nuova “crisi del decennio” innescata dalla localizzazione del nuovo ospedale certifica il definitivo fallimento della “provincia tripolare”, ingombrante e inutile totem fondativo che ci accompagna e ci danneggia da quasi trent’anni. Il Vco ha certamente bisogno di un nuovo ospedale, ma ancora di più di una vera provincia e di un grande capoluogo.

Il bagno di folla di sabato 16 novembre al Palabattisti di Verbania ha chiuso la prima fase della mobilitazione contro l’inutile e dannoso ospedaletto provinciale del duo Cirio-Preioni e a favore di un vero ospedale unico e nuovo da realizzare nel più tecnicamente idoneo dei tre siti individuati dai sindaci del Verbano nella piana baricentrica Gravellona-Feriolo-Fondotoce-Ornavasso in un documento (leggi qui, al punto 2) che ha raccolto oltre 11.000 firme in un paio di settimane. Tra l’altro, è stato motivo di soddisfazione per il gruppo redazionale di VB70 rilevare che il cuore della proposta contenuta nel documento dei sindaci riprende letteralmente e valorizza sul piano politico i contenuti del pezzo pubblicato il 1 novembre su queste pagine virtuali (leggi qui, prima e seconda proposta): un segnale importante di vitalità dell’area politica che si riconosce nel Centrosinistra, ancora in grado di proporre soluzioni largamente condivise per il valore intrinseco che esprimono. Chiusa questa prima fase, si impone qualche ulteriore riflessione. E questa volta in chiave “politicamente scorretta”.

Primo punto.

Il tempo delle (inutili) mediazioni è finito, come ha plasticamente dimostrato la vicenda del progetto di ospedale collinare a Ornavasso imposto (nei modi, nei tempi e nel posto sbagliati) dalla Giunta Chiamparino proprio quattro anni fa. Fu quella una scelta di evidente tatticismo politico-elettorale, pensata per ottenere l’assenso ossolano in forza della localizzazione di Ornavasso all’imbocco della valle.

Per quanto concerne la sanità ospedaliera, da anni ormai nel Verbano e nel Cusio ci siamo psicologicamente (e non solo) attrezzati a considerare Novara-Borgomanero, Varese e Milano come i veri ospedali hub e spoke. Lo sono da quando la filiera destro-leghista insediatasi tra 2009 e 2010 in Regione (Cota), Provincia (Nobili) e Comune (Zacchera) ha distrutto – non riuscendo a comprenderlo – il progetto dell’ospedale unico plurisede: progetto impegnativo e ambizioso elaborato da Valpreda/Artesio/Robotti con le Amministrazioni locali a guida centrosinistra tra 2006 e metà 2009, ma l’unico che realisticamente avrebbe potuto assicurare nel breve/medio termine un miglioramento complessivo della sanità ospedaliera del Vco, costruendo nel contempo le condizioni per realizzare nel medio-lungo termine un nuovo ospedale unico provinciale.

Contro il Plurisede (chi fosse interessato, può leggere qui come sarebbe dovuto essere, e non è stato e mai sarà) ha remato – tra 2010 e 2012 – la classe politica provinciale destro-leghista, trovando un’interessata e potente sponda nella burocrazia medico-primariale dell’Asl appoggiata dall’allora direttore generale nominato dalla Giunta Cota. A metà 2014 si insedia la Giunta Chiamparino, che prima seppellisce senza funerali e autopsia il Plurisede, poi impone nel novembre 2014 con un diktat (rimangiato) la chiusura di uno dei due Dea (quello del “Castelli”), resta muta per un anno e infine nel novembre 2015 in una manciata di settimane lancia la proposta “prendere o lasciare” dell’ospedale provinciale unico sulla collina di Ornavasso. Proposta discutibile e assai debole, come il gruppo redazionale di VB70 documentò (in tempo reale e completamente inascoltato) su queste virtuali colonne. Proposta tanto debole e discutibile che in quattro anni – nonostante il sostegno pressoché plebiscitario dell’Assemblea dei Sindaci dell’Asl – ha prodotto relazioni descrittive dell’opera e il rendering della struttura da utilizzare per  le slide nelle conferenze-stampa. Insomma, quattro anni per arrivare nei dintorni del punto zero.

Ha avuto così buon gioco e strada spianata l’arrogante e assurda provocazione del duo Cirio-Preioni di fare l’ospedaletto provinciale da 250 posti tra Villa e Domo per garantire la spendibilità di un po’ di stipendi pubblici nella città del sindaco Pizzi. E a questa arrogante e assurda provocazione la risposta non potrà che essere un’opposizione a tutto campo sostenuta da una controproposta immediatamente percorribile , visto che tra Ornavasso pianura, Gravellona/Feriolo e Gravellona/Fondotoce ci sono ben tre aree potenzialmente idonee per un vero ospedale unico provinciale da 350 posti. Poi non se ne farà nulla, ma come detto già da ora i nostri hub e spoke stanno tra Novara, Varese e Milano (e Borgomanero).

Secondo punto

La nuova guerra sulla sanità ospedaliera (leggere qui l’abbondante silloge di articoli degli ultimi 9 anni) altro non è che l’ultima manifestazione di quella “sindrome del decennio” di cui si parla in questo articolo, antico ma attualissimo. La sindrome del decennio è l’ossessione del cupio dissolvi che con regolare e impressionante ciclicità ogni dieci anni travolge il Vco e certifica l’invincibile immaturità non solo della sua classe politica, ma anche del suo tessuto civile e sociale. La fiammeggiante meteora dell’Uopa a ridosso degli anni ’80; la guerra del “doppio capoluogo” nel 90-92; lo scontro sull’ospedale unico a Piedimulera all’inizio degli anni 2000; il blitz della Regione destro-leghista (come sempre…) nel 2011 per cedere il “Castelli” ai privati e a fare del “San Biagio” l’ospedale unico provinciale; ora, alla regolare scadenza del decennio, ancora l’ospedale come totem identitario dell’Ossola.

Sul terreno resta il cadavere politico della Provincia “tripolare”, dopo un’agonia iniziata con l’amministrazione destro-leghista del 2009 (quella, per intenderci, che ha causato il dissesto finanziario plurimilionario sui canoni idrici), divenuta inarrestabile già nel 2011 (leggi qui) e consumatasi vent’anni dopo la sua istituzione per decreto: insomma, fine della storia. Da oltre sette anni il cadavere della “Tripolare” viene trascinato qua e là, simulando una residua vitalità che da tempo ormai nessuno vede ma che non si ha il coraggio di dichiarare.

Non si tratta però di buttare il bambino (l’istituzione “Provincia”) con l’acqua sporca (l’interpretazione fallimentare del suo totem fondativo, cioè la “Tripolarità”). Al contrario, si tratta di operare su due piani: da un lato mettere “in sicurezza” la Provincia come articolazione istituzionale (e costituzionale) del territorio, grazie alla quale i cittadini del Vco hanno visto crescere in qualità e quantità numerosi servizi pubblici di competenza statale, regionale e provinciale, accessibili senza doversi sobbarcare lunghe trasferte a Novara; dall’altro, sgombrare il campo dalla mitologia tripolare, generatrice esclusivamente di tensioni localistiche che hanno lacerato e immobilizzato il territorio e hanno causato i maggiori problemi proprio alla “subarea” – quella ossolana – il cui ceto politico le ha forsennatamente cavalcate con una spregiudicatezza autodistruttiva.

Terzo punto

Pienamente consapevoli del declino irreversibile della “Tripolare”, già nel maggio del 2012 scrivevamo testualmente: “Siamo probabilmente al “tana libera tutti”, all’interno del quale anche (e soprattutto) la città di Verbania ha il dovere di ripensare radicalmente il suo futuro. Dove indirizzare il nostro sguardo? Ancora, in via esclusiva, all’entroterra montano e alpino del Vco, come è stato fatto per quasi cinquant’anni…..con una generosità oggi mortificata? Oppure è tempo di guardare al potenziale straordinario rappresentato dal lago e dalle sue sponde verbanesi, novaresi, varesine e ticinesi? Si sta chiudendo un’epoca e la politica non può limitarsi a contemplarne il disfacimento.”

Bene. L’epoca si è davvero chiusa. Dunque, che fare? Se considerassimo solo il destino di Verbania, in attesa dei primi atti di programmazione pluriennale dell’Amministrazione insediatasi da pochi mesi, potrebbero tornare utili alcuni spunti contenuti in contributi ancora abbastanza attuali (qui e qui). Ma l’archiviazione de facto della fallimentare “idea tripolare” impone un sovrappiù di visione, che contribuisca a ridefinire in maniera del tutto nuova il profilo di una città capoluogo di provincia. E già la definizione di “città” sembra andare stretta. Meglio sarebbe se si mettesse coraggiosamente a tema la necessità di andare oltre la cinta daziaria comunale tracciata nel ’39 e parlare di “area capoluogo”, assumendo e valorizzando il concetto di conurbazione, di cui s’è parlato di recente proprio in materia di ospedale unico (vedi qui). Il continuum demografico, urbanistico ed edilizio che dai Comuni dell’immediato entroterra verbanese si prolunga verso Gravellona, Baveno e Mergozzo (ma non è azzardato considerare anche Casale Corte Cerro e persino Omegna) esprime un’integrazione di servizi e di funzioni, un’omogeneità territoriale e una consolidata, comune esperienza di indirizzi progettuali e pratiche di pianificazione alle quali è tempo di dare una definitiva e permanente veste giuridico-amministrativa.

Si tratta insomma di passare da una città-capoluogo di 30.000 abitanti a una vera conurbazione-capoluogo (magari come nuovo Comune unificato: “Città dei Laghi”) di almeno 50.000 abitanti in grado di esprimere politiche comuni, di gestire unitariamente servizi già oggi sovramunicipali e di proporsi con una voce sola agli interlocutori istituzionali (Provincia, Regione, Stato), associativi e di categoria. A questo obiettivo avevano iniziato a lavorare sin dal 2006 dieci Amministrazioni Comunali (leggi qui) di quella che allora venne chiamata “Area dei Laghi”, sulla base di orientamenti e indirizzi (leggi qui) che tredici anni dopo appaiono non solo pienamente attuali, ma addirittura troppo timidi nel proporre le ragioni di una convergenza di intenti e di un processo di fusione in grado di costituire quella “massa critica” indispensabile (oggi molto più di ieri) per dare attuazione a una provincia che, a trent’anni dalla legge istitutiva (la n. 142 del giugno 1990), ha inanellato più fallimenti che successi.

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MARCO PARACHINI, IL TEMPO DELLA POLITICA E QUELLO DELL’AMICIZIA di Claudio ZANOTTI

Un’amicizia indissolubile si costituisce quando due persone salgono insieme un gradino della vita destinato a segnare per sempre le loro esistenze. Poi gli anni scorrono, gli eventi si accavallano, le scelte contingenti possono dividere, il destino compie il suo corso, talvolta oscuro e incomprensibile. Ma quel gradino scalato insieme resta indelebile.

Anche se da quella serata sono trascorsi quasi trentacinque anni, nei giorni – pochi ma infiniti – dell’agonia silenziosa di Marco Parachini gli spazi della mia casa sono stati ininterrottamente abitati dal profilo slanciato, elegante e discreto di un giovane poco più che ventenne al quale il tavolo domestico – adibito a improvvisata postazione di lavoro per la campagna elettorale delle “Comunali” del 1985 –  offriva per la prima volta l’opportunità di rivelare i tratti di una personalità politica spiccata  e fascinosa, che i decenni a venire si sarebbero incaricati di mostrare con evidenza a tutta la nostra comunità cittadina.

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In quelle ormai remote giornate di primavera nasceva una storia di impegno e di dedizione di lungo respiro. Intorno a quel tavolo la sinistra dc verbanese poneva le basi di un successo elettorale tanto inatteso quanto robusto, destinato a replicarsi nelle elezioni del 1990. Di quell’area politica, che aveva in Benigno Zaccagnini e Mino Martinazzoli i leader nazionali e in Alessandro Giordano, Gianfranco Astori ed Enrico Nerviani i punti di riferimento territoriali, Marco Parachini fu per una dozzina d’anni un interprete appassionato e impegnato, ricoprendo – accanto alle responsabilità amministrative nel Consiglio e nella Giunta Comunale di Verbania – incarichi politici a livello locale e provinciale nella Dc prima e nel Partito Popolare poi. Ma il luogo di elezione del suo lavoro, destinato a rafforzarsi progressivamente e a caratterizzarne la presenza pubblica, fu la dimensione municipale, verso la quale lo chiamava in maniera irresistibile l’interesse profondo per la storia della sua città, di cui precocemente colse la complessità determinata dal progressivo “farsi” della comunità verbanese nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Un amore intenso e solidamente coltivato per tutta la vita, che mai deragliò in ostentazione erudita: per Marco la piena consapevolezza della storia della città e del suo patrimonio culturale costituiva la premessa indispensabile per “pensarne” politicamente il futuro, per dare concretezza e respiro a una vocazione che meglio di altri aveva prima intuito e poi tradotto in coerenti contenuti progettuali e programmatici.

Non è un caso che il primo incarico amministrativo sia stato quello di Consigliere Delegato al Decentramento, conferitogli dal sindaco Francesco Imperiale all’inizio del 1986: ebbe così modo, a soli 23 anni, di entrare nel cuore delle problematiche cittadine attraverso la diuturna fatica del confronto con le cinque Circoscrizioni, che allora ancora esprimevano una vitalità e un’autorevolezza smarritesi nei decenni successivi. La gavetta circoscrizionale gli consentì di assumere nel 1989 l’incarico di Assessore al Commercio e alla Viabilità, in sostituzione di Giuseppe Ravasio, passato ad altro incarico. E subito diede prova di visione, lungimiranza e rocciosa determinazione: a lui si deve la scelta di pedonalizzare, ripavimentare e riqualificare piazza Ranzoni a Intra, allora ridotta a squallido parcheggio, sfidando –  in un vero e proprio “battesimo del fuoco” – l’aggressiva e miope reazione di molti esercenti e di qualche forza politica pronta a tutto pur di raccattare una manciata di voti. Ha avuto ragione, come la storia del centro storico di Intra degli ultimi trent’anni ampiamente dimostra. E altre importanti scelte sono legate al suo determinante contributo: ricordo, a mo’ di esempio, i parcheggi di attestamento del Piano Tognoli, la proposta di pista ciclabile Villa Giulia-Villa Taranto, il terzo ponte veicolare a S. Anna, la revisione del Piano Commerciale. Il ritorno in Giunta nell’autunno del 1993 segnò l’avvio della seconda fase della sua militanza politico-amministrativa, nel corso della quale si dedicò a quella che probabilmente è stata la “passione” di una vita, l’urbanistica, mettendo mano al nuovo Piano Regolatore Comunale che, approvato definitivamente tra il 2003 e il 2006, è ancora oggi vigente.

Il 1998 rappresenta un profondo discrimine nella vita politica di Marco Parachini. A luglio si dimette polemicamente dalla Giunta Reschigna e pochi mesi dopo, nella primavera del 1999, lascia il Partito Popolare, di cui era segretario cittadino. A giugno si candida a sindaco con una lista civica e, salvo due brevi e poco significative parentesi (nel 2007 si iscrive al PD e nel 2009 entra nella lista di Forza Italia per le Comunali), abbandona i riferimenti politici nazionali e caratterizza la sua attività pubblica in chiave esclusivamente civica e municipale. E’ la storia di questi ultimi vent’anni, nel corso dei quali dà vita prima alla lista “Cittadini per Verbania” (1999-2004), poi alla lista “Riformisti per Verbania” (2004-2007) e infine a “Comunità.Vb” (2014-2019)

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Questa sommaria ricostruzione di quasi quarant’anni di vita politica dice qualcosa di Marco Parachini, ma non dice tutto. Non dice, ad esempio, del suo profilo temperamentale, che nascondeva un’innata dolcezza sotto una scorza di burbera e ruvida schiettezza; non dice della sua sagacia intellettuale, che mal sopportava la superficialità parolaia che qualche incauto interlocutore gli infliggeva, senza sapere che per lui le parole erano – morettianamente parlando – importanti, tanto importanti che ne usava poche, e tutte e sempre e solo quelle che servivano; non dice della sua ritrosia a manifestare con evidenza sentimenti che preferiva avvolgere in un pudore tanto silenzioso quanto eloquente; non dice della tetragona fermezza con la quale sosteneva nel contraddittorio la bontà di posizioni a lungo meditate, che non erano mai frutto di cieca cocciutaggine, pronto però a rimetterle in discussione di fronte all’interlocutore che riconoscesse attrezzato e competente; non dice della visceralità dell’amore per la città nella quale è vissuto tutti i giorni della sua vita, che ha servito con dedizione appassionata e disinteressata; non dice della finezza, della pulizia, dell’eleganza e della superiore qualità della sua scrittura, sia quando dava corpo a robuste e convincenti proposte amministrative, sia quando trasformava in deliziose narrazioni spunti minimi di vita cittadina osservati dall’aprica Campasca; non dice del naturale carisma che lo rendeva interlocutore ricercato e gli ha permesso di agire con riconoscibilità e autorevolezza sulla scena politica locale, pur senza avere alle spalle una più robusta organizzazione di partito; non dice dell’intensità e della profondità degli affetti personali che ha coltivato per il figlio, per la moglie, per i fratelli, per la memoria del padre e della madre.

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Un’amicizia indissolubile si costituisce quando due persone salgono insieme un gradino della vita destinato a segnarne per sempre le esistenze. Poi gli anni scorrono, gli eventi si accavallano, le scelte contingenti possono dividere, il destino compie il suo corso, talvolta oscuro e incomprensibile. Ma quel gradino scalato insieme resta indelebile. La scelta di impegnare la nostra esistenza – l’unica manciata di decenni che ci è dato di vivere – servendo nella politica la comunità alla quale apparteniamo è il gradino che Marco e io – e con noi Fabrizio, Paolo, Maurizio, Pino – abbiamo raggiunto insieme in quella ormai lontana primavera di trentacinque anni fa.

Per questa ragione oggi avverto che non solo un ciclo della vita politica della nostra città si chiude definitivamente, ma che anche una parte di me se n’è andata per sempre. Marco Parachini ha lasciato il gradino sul quale si sono dipanate le nostre esistenze. Per questa ragione oggi, muovendomi per casa, rivedo continuamente questo giovane, avverto le sue parole e ascolto i suoi silenzi, lo osservo tormentarsi con le dita la barba incipiente sul bel volto leggermente reclinato.

L’amicizia vince il tempo e lo azzera.

 

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UN’AZIONE IN TRE MOSSE CONTRO LA “PROPOSTA INDECENTE” DI CIRIO E PREIONI di Claudio ZANOTTI

Dopo la sortita del duo Cirio-Preioni è necessaria un’azione politica risolutiva dell’Assemblea dei Sindaci dell’Asl articolata in tre passaggi: rigetto integrale della proposta della Regione; individuazione di un’area baricentrica idonea scelta fra i tre siti già ora disponibili e potenzialmente adatti; indizione di un referendum provinciale nel caso in cui la Regione persistesse nella sua sciagurata decisione. 

A una settimana dalla formalizzazione da parte del duo Cirio-Preioni della scelta peggiore in materia di sanità provinciale, l’opinione pubblica vive una fase di altissima fibrillazione: si susseguono le prese di posizione di partiti e di amministratori contro l’ospedaletto spoke cardine nella piana tra Villadossola e Domodossola e il declassamento del “Castelli” a (transitorio) nosocomio territoriale di prossimità. A dar manforte a questa opposizione, il variegato mondo social con la creazione di affollatissimi gruppi pro Castellipro ospedale baricentrico.

In attesa che alla sacrosanta indignazione e all’esegesi forsennata e inutile del concetto di “baricentrico” (questione ormai risolta in via definitiva da Roberto Negroni qui) si affianchi un ragionamento politico in grado di neutralizzare la sciagurata decisione destro-leghista, ci permettiamo di suggerire un’azione articolata in tre passaggi.

Primo passaggio. Dopo l’irrituale e scenografica sortita al Tecnoparco di venerdì 25 ottobre è necessario ricondurre la questione dell’ospedale nuovo/unico entro i luoghi istituzionalmente deputati a esprimere una posizione, ovvero la Rappresentanza e l’Assemblea dei Sindaci dell’Asl 14. Una posizione forte, inequivoca e ormai indifferibile, che si sostanzi nell’approvazione di una deliberazione di totale rigetto della soluzione (?) presentata al Tecnoparco della Regione Piemonte per le molte e fondate ragioni che in questi giorni sono state riproposte da amministratori, forze politiche, Consigli Comunali, associazioni di categoria e operatori del settore sanitario. Un atto deliberativo in questi termini con il voto dei Comuni del Verbano, del Cusio e della Bassa Ossola rappresenterebbe un insuperabile punto fermo di cui la Regione non potrebbe non tenere conto quando si accingesse a formalizzare con atto deliberativo e/o tecnico-amministrativo il progetto illustrato la scorsa settimana .

Secondo passaggio. Come atto coerentemente conseguente all’assunzione di una deliberazione di totale rigetto, l’Assemblea dei Sindaci dovrebbe valutare l’opportunità di formalizzaare l’avvio di un procedimento amministrativo per l’individuazione di un’area idonea alla realizzazione di un ospedale unico provinciale spoke di primo livello (350 posti letto) attraverso l’approntamento di uno studio di fattibilità che – nel rispetto delle procedure previste dal Codice degli Appalti (cosa purtroppo non fatta nel caso del progetto insostenibile di Ornavasso-collina) – metta a confronto più siti potenzialmente adatti (zone pianeggianti collocate nel baricentro demografico della provincia) e indichi il migliore sulla base di parametri come: 1) l’accessibilità viabilistica e con mezzi pubblici; 2) i vincoli geologico-ambientali e le condizioni urbanistiche; 3) le condizioni morfologiche, geotecniche e costruttive; 4) i costi.

E tre siti  potenzialmente adatti sono già stati proposti nelle scorse settimane. I sindaci di Verbania e di Gravellona Toce hanno messo a disposizione due aree nei rispettivi Comuni: quella tra Fondotoce e Gravellona compresa tra Gran Casa Cusiana Metalli e quella nel Piano Grande tra Gravellona e Feriolo poco oltre l’imbocco della nuova galleria per Omegna. Il sindaco di Ornavasso ha invece ipotizzato l’utilizzo di un’area pianeggiante lungo il Toce in direzione Gravellona. Si realizzi rapidamente uno studio di fattibilità mediante comparazione tra questi tre siti e, in base ai parametri suindicati, si individui quello più idoneo da proporre alla Regione. Lì potrà sorgere il nuovo ospedale spoke della provincia.

Terzo passaggio. Se, a fronte dell’individuazione da parte dell’Assemblea dei Sindaci dell’area più idonea fra le tre proposte, la Regione mantenesse ferma la proposta di ospedale provinciale tra Villadossola e Domodossola, procedere all’indizione di un referendum provinciale per sciogliere in via definitiva il nodo della localizzazione, chiedendo alla popolazione del Vco di scegliere tra la proposta della Regione (ospedaletto spoke nella piana tra Villa e Domo e ospedaletto di prossimità al “Castelli”) e quella dell’Assemblea dei Sindaci (ospedale unico spoke da 350 posti nel sito individuato fra i tre potenzialmente idonei di cui al punto precedente).

E’ tempo ormai che la politica torni a farsi carico delle responsabilità che le competono.

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OSPEDALE UNICO DEL VCO. LA SOLUZIONE MIGLIORE E QUELLA PEGGIORE di Claudio ZANOTTI

Dati oggettivi, ragionevolezza e buon senso dicono che la soluzione più razionale e convincente per localizzare il nuovo ospedale unico provinciale è rappresentata dall’area tra Gran Casa e Cusiana Metalli, nel cuore della grande conurbazione Verbania-Gravellona-Omegna. Ma Destra e Lega si preparano a una scelta di segno opposto: la peggiore che si possa immaginare. 

Con il recentissimo articolo di Roberto Negroni pubblicato su queste pagine si può definitivamente archiviare la vexata quaestio della “baricentro” provinciale per il nuovo ospedale: esso dovrà sorgere all’interno di un’area “conurbata”. E poiché le “aree conurbate” del Vco sono due (asse Verbania-Gravellona-Omegna e asse Villa-Domo-Crevola), o qua o là.

Dati oggettivi, ragionevolezza e buon senso dicono Verbania-Gravellona-Omegna. Lungo questo asse si registrano il maggior numero di residenti (105.000 contro 54.000), il maggior afflusso turistico (2.500.000 presenze/anno contro 203.000) e la maggiore concentrazione di infrastrutture e di servizi di viabilità/trasporto (svincolo autostradale, confluenza delle statali 33 e 34 e della strada provinciale 229, stazione ferroviaria di Verbania, passaggio di tutte le più importanti linee di trasporto pubblico locale).

All’interno della conurbazione Verbania-Gravellona-Omegna in queste ultime, concitate e confuse settimane sono state ipotizzate tre possibili localizzazioni: l’area Fondotoce-Gravellona (tra Gran Casa e Cusiana Metalli), proposta per questa destinazione sin dal 2006 da chi scrive, allora sindaco di Verbania, e rilanciata un paio di mesi fa dall’attuale sindaco; un’area pianeggiante tra Gravellona e Feriolo proposta dal Comune di Gravellona; l’area pianeggiante lungo il Toce all’uscita di Ornavasso, in direzione Gravellona, rilanciata in “zona Cesarini” prima delle elezioni di maggio dal sindaco di Ornavasso e dagli amministratori regionali. Al netto di risolvibili questioni di messa in sicurezza idrogeologica della prima e della terza, l’area Fondotoce-Gravellona presenta – più delle altre due – caratteristiche di elevata idoneità ad accogliere il nuovo ospedale unico. Vediamole in rapida sintesi.

A poche centinaia di metri dall’area Gran Casa-Cusiana Metalli si trovano lo svincolo autostradale e la stazione ferroviaria, mentre sulla statale 34 transitano e intersecano le fermate i mezzi delle più importanti linee di trasporto pubblico locale (Verbania-Omegna, Verbania-Domodossola, Verbania-Stresa-Arona-Novara, Domodossola-Stresa-Arona-Novara, Verbania-Cannobio, Verbania-Piancavallo..). Dal punto di vista urbanistico il sito di Verbania è in classe II di pericolosità geologica, per almeno 70.000 mq, e parzialmente soggetto a vincolo idrogeologico non boscato, tutto quindi edificabile, e dispone di un’altra area adiacente, sempre pianeggiante, in classe IIIa, inedificabile e soggetta vincolo ambientale, ma utilizzabile a parco per almeno altri 80.000 mq, fino al fiume Toce; la prima zona, ben esposta a Sud, e di dimensioni pari, tanto per intenderci, a quella del nuovo ospedale di Legnano (74.000 mq e 550 posti letto), può essere utilizzata mediante variante urbanistica senza particolari difficoltà.

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Queste condizioni erano presenti già nel novembre del 2015, quando l’Assemblea dei Sindaci del Vco e la Regione Piemonte approvarono la localizzazione del nuovo ospedale nella collina sopra Ornavasso. Fu una decisione sbagliata che da queste pagine cercammo di impedire con una serie di documentati e approfonditi interventi, i cui contenuti non intendiamo in queste sede riprendere, ma che possono essere letti in questi quattro articoli. Una decisione figlia del tatticismo praticato dal centrosinistra, allora forza di maggioranza in Regione e nei più importanti Comuni del Vco, convinto che la soluzione-Ornavasso fosse l’unica in grado di raccogliere il consenso di Domodossola e di altri Comuni ossolani, per i quali il nuovo ospedale non sarebbe stato immaginabile al di fuori dell’Ossola “geografica”.  Un diktat incomprensibile, al quale non è difficile far risalire anche il fallimento ormai certificato dell’irrazionale scelta dell’ospedale “di collina” di Ornavasso.

Oggi la responsabilità di decidere qualcosa sull’assetto ospedaliero del Vco torna in mano allo schieramento destro-leghista, maggioranza in Regione. Uno schieramento che su questo tema in vent’anni non ha mai saputo elaborare una proposta ragionata, articolata e convincente, dovendosi escludere dal novero delle proposte ragionate il progetto di ospedale unico a Piedimulera contenuto nel Piano Aress del 2002. Il Presidente della Regione Piemonte, Cirio, ha annunciato che il 25 ottobre saranno rese note le decisioni della Giunta, anche se i rumors di corridoio parlano di ospedale unico provinciale a Domodossola (San Biagio o ospedale nuovo?) e di conferimento ai privati del Castelli.

Non ci sarebbe scelta peggiore.

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