LA SASSONIA E LA SUA PIAZZA, MISURA DEL DESTINO DELLA CITTA’ di Claudio ZANOTTI

Ha ancora senso oggi parlare di “cuore” della città, cioè di un disegno politico complesso (per qualità urbanistica, edilizia, architettonica, funzionale) in grado di edificare e di rendere finalmente visibile la vocazione unitaria di Verbania, superando la frammentazione dei borghi originari e rendendo ragione di un’ambizione che ha guidato e sostenuto la passione di più di una generazione di amministratori?”

Qualche giorno fa il Consiglio Comunale ha approvato l’inserimento nel Documento Unico di Programmazione del progetto del primo lotto del parcheggio interrato di piazza F.lli Bandiera. La decisione del Consiglio, assunta a tamburo battente nonostante la complessità dei nodi tecnici del progetto del primo lotto e la rilevante problematicità urbanistica del disegno complessivo di intervento sulla piazza (ne abbiamo trattato in questo articolo), merita una breve riflessione critica proprio per quanto concerne quest’ultimo aspetto.

Il dibattito quarantennale sul destino della piazze Mercato e (soprattutto) F.lli Bandiera ha ruotato intorno alle funzioni pubbliche da assegnare a quest’area strategica della città, allo scopo di realizzare una riuscita cucitura urbanistica tra i quartieri della Sassonia e di S. Anna – ad un tempo “periferici” rispetto ai borghi di riferimento di Intra e di Pallanza e “centrali” rispetto alla nuova geografia urbana di Verbania – e di creare finalmente il “cuore” del Comune nato quasi ottant’anni fa. Concluso l’addensamento demografico di S Anna con il completamento del Piano Edilizia Economica e Popolare varato negli anni ’70 e fisicamente uniti i due quartieri con la costruzione del Terzo Ponte nel 2004, restava l’obiettivo più complesso e ambizioso: fare della grande piazza della Sassonia il “cuore” del nuovo centro cittadino.

Questo disegno aveva infine preso forma nel grande progetto di un nuovo polo a fortissima vocazione culturale e sociale, imperniato su quattro luoghi di elevato valore simbolico, storico e architettonico: il nuovo teatro in piazza F.lli Bandiera arricchito da spazi commerciali e di ristorazione; l’ex Camera del Lavoro recuperata a rinnovate funzioni pubbliche (Ufficio del Cittadino/Urp, Ufficio Turistico, servizi decentrati della biblioteca civica, ecc.); la piazza attrezzata per eventi culturali all’aperto compresa tra teatro ed ex Camera del Lavoro; la Casa Ceretti come terza prestigiosa sede espositiva del Museo del Paesaggio. Insomma, un complesso di luoghi e di funzioni in grado di essere un volano straordinario per la riqualificazione terziario-direzionale e commerciale non solo del quartiere, ma di tutta Intra (l’idea suggestiva di creare un grande centro commerciale “aperto” e senza soluzione di continuità tra il centro storico della “contrada” e la Sassonia). L’arrivo nel 2009 del destro-leghismo ha distrutto per sempre questo disegno, confinando il teatro nel “non-luogo” urbanistico dell’ex arena.

Che cosa ha a che fare il progetto di recentissima approvazione di piazza F.lli Bandiera con l’idea di ricucire urbanisticamente S. Anna e Sassonia e di fare di quest’ultima il “cuore culturale e sociale” della nuova Verbania? Poco o forse nulla. Gli attuali parcheggi verranno interrati (80 con il primo lotto, 170 con il secondo se e quando si farà) e sulla piattaforma rialzata di accesso al piano sotterraneo sarà realizzato uno spazio pedonale attrezzato con essenze botaniche compatibili con il suolo d’appoggio e con sedute e brevi percorsi pedonali di varia tipologia.
SassoniaRidimensionata la suggestione del rendering, che abbiamo imparato in questi anni a considerare – appunto – suggestione, quale funzione potrà svolgere questa piazza/piattaforma botanico-pedonale una volta realizzata? Sarà fruita come una sorta di parco urbano di quartiere, in un contesto peraltro a limitata attrattività per la scarsa presenza di luoghi di aggregazione (esercizi commerciali, uffici pubblici, bar/ristoranti)? Quali nuove, stabili, importanti funzioni collettive renderanno vissuta e ricercata dalla nostra comunità cittadina quest’area liberata dallo stazionamento veicolare di superficie? L’ambizione di costruire intorno agli importanti addensamenti demografici della Sassonia e di S. Anna, separati da un torrente ma fisicamente uniti da un ponte veicolare e ciclopedonale, il “cuore” della nuova città a ottant’anni dalla sua unificazione amministrativa, può davvero essere realisticamente affidata a questa piazza che i documenti di bilancio dicono costerà 7,5 milioni? A proposito di piazze, a meno di un chilometro dalla Sassonia possiamo considerare il destino di piazza Città Gemellate, anch’essa realizzata sopra un parcheggio pubblico, contornata da edifici residenziali e pure arricchita dalla presenza di Bennet, del Centro per l’Impiego e di qualche esercizio commerciale. E’ divenuta spazio di aggregazione anche solo per il quartiere che la ospita? A qualche lustro dalla sua edificazione, possiamo dire di no.

Queste poche righe si chiudono però su un interrogativo più radicale e inquietante. Ha ancora senso oggi parlare di “cuore” della città, cioè di un disegno politico complesso (per qualità urbanistica, edilizia, architettonica, funzionale) in grado di edificare e di rendere finalmente visibile la vocazione unitaria di Verbania, superando la frammentazione dei borghi originari e rendendo ragione di un’ambizione che ha guidato e sostenuto la passione di più di una generazione di amministratori? Questa città, che oggi appare invecchiata, litigiosa e querula, conserva ancora memoria della sfida a cui la storia del secondo ‘900 l’ha chiamata?

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ACETATI: LA PAROLA AL MONDO AMBIENTALISTA

Il gruppo ambientalista, il gruppo ecologisti e l’ARCI, attraverso la commissione ambiente e stili di vita, sottopongono alla Città e all’Amministrazione Comunale di Verbania le seguenti riflessioni relative all’area Acetati sulla quale attualmente è vivo il dibattito cittadino.

E’ di tutta evidenza che detta area detenga un’importanza strategica fondamentale per la futura evoluzione della Città, anche in considerazione della sua baricentrica collocazione urbanistica e della notevole estensione in termini di superficie.

Una strategia di sviluppo di quest’area non può risolversi con soluzioni affrettate o dettate da opportunità economiche contingenti (vedi esclusivo interesse del privato) a scapito di soluzioni ragionate in prospettiva, attraverso un’analisi e uno studio di quelle che potrebbero prefigurarsi come le componenti caratterizzanti il futuro socio-economico, culturale e ambientale della nostra Città. Tale obiettivo non può essere perseguito in modo semplicistico e riduttivo, ma deve avvalersi della consulenza e dell’apporto di strumenti e dati più scientifici, unitamente a un’indagine conoscitiva delle future esigenze del territorio.

A questo proposito, visto il preminente interesse della comunità cittadina sul destino dell’area in questione, pare opportuno un coinvolgimento consapevole di tutti gli organismi democratici e partecipativi, delle associazioni, del mondo economico, dei cittadini per aprire un dibattito serio che miri a un utilizzo dell’area proprio per dare risposte ai bisogni ed alle prospettive della città. Pensare ad un nuovo sviluppo che sia ambientalmente sostenibile, ovvero che non dilapidi e depauperi il patrimonio naturale, deve rappresentare un caposaldo delle scelte da compiere. Bisogna dare un respiro lungo e guardare lontano con perspicacia alle proposte sul futuro socio urbanistico dell’area se si vuole davvero cambiare strada e dare speranze nuove alla città.

L’area ex Acetati può rappresentare una grande opportunità per pensare ad innovazioni produttive ad alto contenuto tecnologico sia nei settori economici primari che secondari, uno spazio per rilevanti iniziative sociali, culturali, espositive ed economiche e di servizi alle persone innovativi e di grande qualità che si distinguano per originalità e siano in grado di esercitare attrattiva a livello locale, nazionale e internazionale. (È di questi giorni ad es la notizia che nel centro urbano di Tunisi hanno realizzato la “città della cultura” che esercita già suggestioni e interessi per le sue caratteristiche di unicità e di innovazione)

Verbania rappresenta poi la porta di accesso a importanti aree protette che possono rappresentare un elemento importante per un turismo naturalistico, ecologico, culturale e wilderness. Si pensi alla Riserva Naturale di Fondotoce, area naturalistica unica in Verbania e luogo di migrazioni di importanza europea, alla Riserva della Santissima Trinità di Ghiffa, Patrimonio mondiale dell’UNESCO, al Parco Nazionale della Valgrande, una delle aree selvagge più vaste d’Europa. Va assolutamente superata una visione localistica e parcellizzata di tali ricchezze presentando unitariamente in un centro informativo, espositivo e scientifico elementi e aspetti unici del nostro territorio e della nostra Provincia quali le ricchezze naturalistiche, storico-culturali e museali ampiamente presenti nel nostro territorio.

Si ritiene poco lungimirante e innovativo ricadere nell’ ormai anacronistica logica dei poli commerciali, già ampiamente diffusi nel nostro territorio, che non possono far altro che impoverire e appiattire il tessuto economico cittadino a scapito di un riconoscimento e di una volontà di valorizzazione di cui le potenzialità dei nostri luoghi sono meritevoli.

Di conseguenza riteniamo inoltre che la destinazione commerciale di una parte dell’area, prevista nell’ambito del master plan recentemente reso pubblico, sia del tutto sconveniente anche perché rappresenterebbe un elemento di grave penalizzazione dell’attuale assetto commerciale e artigianale di dettaglio che, a nostro avviso, andrebbe invece potenziato in  qualità e specificità  a favore di una migliore attrattiva turistica e per   ridare anima e vitalità ai nostri centri storici come luoghi di incontro e di socialità.

Si presenta finalmente l’occasione per una riqualificazione e valorizzazione dell’area in questione, dopo una fase storica che ha visto la presenza di attività industriali nel centro cittadino che hanno notevolmente alterato l’equilibrio ambientale e paesaggistico.

Riteniamo  altresì fondamentale un serio e prioritario intervento di bonifica dell’intera area per riconsegnarla come rinnovata risorsa alla fruizione collettiva.

Bisogna sciogliere con determinazione e nella massima sicurezza tutti i nodi ambientali relativi alla situazione dell’area industriale. Le problematiche relative alla presenza di inquinanti, dei pozzi per l’approvvigionamento idrico della città e la recente constatazione dell’aumento della temperatura delle acque nel sottosuolo vanno affrontate prioritariamente. In tal senso indichiamo come indispensabile la consulenza di enti preposti ai monitoraggi ambientali quali ad esempio iI Cnr e l’Arpa e le istituzioni sanitarie locali.

Siamo inoltre consapevoli dell’attuale tendenza presente a livello globale che vincola le scelte urbanistiche all’obiettivo di perseguire sul territorio una cultura il più possibile “green”, privilegiando in particolare la riqualificazione dei nuclei urbani attraverso l’insediamento di zone a parco ecologico, all’interno delle quali si realizzi un giusto equilibrio tra ecosistema, benessere delle persone e sviluppo di attività produttive compatibili con tale  filosofia.

Verbania, 2 dicembre 2018

Pizzardi Giancarlo         Spezia  Marica            Zorzit Marcella       Ciuffetelli Roberto    

Caruso Paolo           Gabasio Laura            De Ambrogi Gianni                Auguadro Tiziano 

Prezioso Dario         Maglio Flavio             Serafini Livio

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VERBANIA, IL VCO E IL CICLO DEI RIFIUTI. C’ERA UNA VOLTA……. di Claudio ZANOTTI, Nico SCALFI, Alice DE AMBROGI, Riccardo BREZZA

Oggi di ciclo dei rifiuti e di politiche ambientali a forte contenuto di innovazione e a elevato valore sociale non parla nessuno. E il nostro territorio, che in passato è stato all’avanguardia nell’organizzazione dei servizi (la raccolta porta-porta), nella gestione di processi industriali complessi (la termovalorizzazione del rifiuto indifferenziato) e nella valorizzazione della frazione riciclabile, rischia non solo di perdere la posizione di riconosciuta qualità conquistata con non poca fatica, ma anche di smarrire la memoria di quello che in un passato ancora abbastanza recente ha saputo essere e realizzare.

Due anni e mezzo fa da queste pagine il PD verbanese avanzava una serie di proposte per rilanciare – attraverso la società pubblica che ne gestisce i servizi, cioè ConSer Vco spa – le politiche ambientali nel settore delicato e strategico del ciclo dei rifiuti. Gli anni sono passati, ma la poco confortante situazione fotografata allora non è cambiata. Anzi, forse è peggiorata.

Le proposte erano cinque: 1) investire sull’impiantistica leggera nel segmento del trattamento, della differenziazione e della valorizzazione del rifiuto; 2) portare la raccolta differenziata all’80% in tutto il bacino provinciale; 3) riequilibrare i conti di ConSer Vco, gravemente compromessi negli anni (2009-2014) del destro-leghismo in Comune e in Provincia; 4) valutare la realizzazione di un’impiantistica complessa nel settore della produzione di energia da biomasse; 5) dare alla società un vertice collegiale (un CdA di tre persone, ad esempio) espressione delle amministrazioni del territorio, in grado di perseguire efficacemente gli obiettivi appena riepilogati, in utile sinergia con gli altri pletorici organi (il COUB, la commissione di controllo analogo..) che la legge regionale impone. Dei cinque obiettivi, uno solo è stato perseguito con un certo successo: il graduale miglioramento dei conti dell’azienda. Un risultato non da poco, ma che nasconde il sostanziale immobilismo in materia di politiche attive dei rifiuti.

Per quanto concerne le percentuali di raccolta differenziata (vedi qui le tabelle RD Piemonte), il Vco nel triennio 2014-2017 è passato dal  64% al 69%: un incremento di 5 punti, leggermente inferiore a quello del Piemonte (dal 53,5 al 59,6), cresciuto di 6 punti; e se nel 2014 il Vco era – insieme a Novara – al vertice della classifica regionale, nel 2017 è slittato al terzo posto. Il Comune di Verbania, che una decina d’anni fa era al primo posto in Italia tra i comuni capoluogo per raccolta differenziata (72%), oggi totalizza una percentuale del 76,2: sempre un ottimo risultato, ma non più di vertice. Se poi consideriamo le percentuali degli altri due Comuni capofila di area, il quadro risulta meno confortante: Omegna al 66,9%, Domodossola al 63,4%. E poi Gravellona all’84%, Villadossola al 64,4%, Cannobio al 72,3%, Stresa al 74%, Baveno al 70,6%, Crevoladossola al 70,1%, Casale al 76,7%.

Già solo questi dati ci dicono che esiste un margine elevato di miglioramento. I Comuni con popolazione superiore ai 10.000 abitanti più virtuosi a livello nazionale totalizzano percentuali tra l’85 e il 90% (vedi qui), mentre i nostri sono sotto il 70%. E se è vero che sono i Comuni sotto i 5.000 abitanti ad ottenere i risultati in assoluto più ragguardevoli, le località del Vco dovrebbe stazionare stabilmente nella top ten della classifica nazionale. Ma così non è. L’estensione alla maggior parte dei Comuni della provincia (partendo dai più grandi che ancora non si sono “convertiti”) della raccolta porta-porta con il “sacco conforme” è una priorità non più rinviabile.

Sull’impiantistica leggera non si è fatto sostanzialmente nulla. Restano pienamente attuali le indicazioni del 2016, quando si suggeriva di verificare “la possibilità di realizzare e gestire sul territorio della provincia uno o più impianti a tecnologia semplice (ma a elevato impiego di manodopera) per la separazione, il trattamento, la valorizzazione e la commercializzazione della massa imponente di materiale (carta, cartone, vetro, plastica, legno, vegetali, metalli..) derivante da raccolta differenziata e oggi conferito pressoché interamente a impianti privati fuori provincia. Esistono (in ConSer Vco e nella rete delle cooperative che con ConSer collaborano) competenze e professionalità per studiare questa opportunità di business ecologico-ambientale, esteso magari anche al Quadrante“. Oggi il nodo dell’impiantistica leggera deve fare i conti con i vincoli posti all’area di Mergozzo dal PAI (Piano Assetto Idrogeologico) in relazione ai rischi di esondazione del Toce, di cui in queste settimane stanno discutendo ConSer Vco, il COUB e la Provincia. E’ noto infatti che a Mergozzo, nel sito su cui sorge anche l’ormai dismesso termovalorizzatore, si trovano gli edifici e gli impianti di trattamento della frazione differenziata del rifiuto.

A proposito di collaborazione e cooperazione, suscita sorpresa e sconcerto il fatto che nei mesi scorsi ConSer abbia effettuato una gara per l’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti nei 35 Comuni del Vco nei quali operavano da molti anni – per scelta consapevole e lungimirante delle Amministrazioni di un tempo – le cooperative sociali del territorio. La gara, costruita privilegiando gli aspetti meramente economici dell’offerta, è stata aggiudicata a una società di capitali di Torino: nulla intervenendo, da gennaio si interromperà una storia lunga qualche decennio, nel corso della quale in stretta e feconda collaborazione l’azienda pubblica dei Comuni e il sistema della cooperazione sociale erano stati capaci di costruire un’esperienza di gestione del ciclo dei rifiuti di elevata qualità ambientale, di riconosciuta eccellenza operativa e di alto valore sociale in relazione all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.

Infine, l’impiantistica complessa. In questo caso si misura ancor di più la condizione di immobilismo e di stallo in cui si trova oggi il lavoro di progettazione e di programmazione di lungo periodo che è proprio della politica. La realizzazione di impianti complessi, come per esempio quello di digestione anaerobica e successivo compostaggio di scarti vegetali, può essere solo il punto di approdo di una paziente azione di costruzione di rapporti e di relazioni con soggetti economici ed imprenditoriali diversi, con i quali costruire una filiera di conferimento di materiali (i fanghi dei caseifici, le deiezioni delle stalle, l’umido domestico, il verde dei giardini), condizione indispensabile per riuscire a produrre nel Vco energia e compost di buona qualità in un quadro economicamente sostenibile.

Come avrà agevolmente compreso il lettore che ha avuto la pazienza di giungere sino alla fine di questo articolo, oggi di ciclo dei rifiuti e di politiche ambientali a forte contenuto di innovazione e a elevato valore sociale non parla nessuno. E il nostro territorio, che in passato è stato all’avanguardia nell’organizzazione dei servizi (la raccolta porta-porta), nella gestione di processi industriali complessi (la termovalorizzazione del rifiuto indifferenziato) e nella valorizzazione della frazione riciclabile, rischia non solo di perdere la posizione di riconosciuta qualità conquistata con non poca fatica, ma anche di smarrire la memoria di quello che in un passato ancora abbastanza recente ha saputo essere e realizzare.

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PIAZZA F.LLI BANDIERA E 40 ANNI DI SASSONIA di Claudio ZANOTTI

Nell’arco di un triennio (2019-2012) il Comune prevede di realizzare la riqualificazione di piazza F.lli Bandiera investendo – tra risorse comunali (38%) e auspicate ma non certe risorse regionali (62%) – la rilevantissima cifra di 7,4 milioni di euro. L’imponenza della spesa e il carattere urbanisticamente strategico dell’area richiedono forse qualche riflessione.

La fase conclusiva del ciclo amministrativo comunale 2014-2019 è caratterizzata dall’emergere di delicate e importanti questioni di rilievo urbanistico-edilizio. Del caso Acetati abbiamo avuto già occasione di parlare. Poco o nulla invece si è detto sul progetto definitivo di un primo lotto funzionale relativo alla riqualificazione di piazza F.lli Bandiera a Intra.

Dovrebbe trattarsi, per quello che si è finora saputo (ed è poco), della realizzazione di un piano interrato a parcheggio per 80 posti-auto, con il successivo ripristino del piano stradale preesistente per la sosta e la viabilità. Il costo è stimato in 2,7 milioni, da finanziare con un mutuo interamente a carico del Comune. Questo primo lotto trae origine da un progetto di riqualificazione complessiva della piazza presentato pubblicamente un paio di anni fa, il cui rendering  fotografico può essere visionato qui; l’area interessata dovrebbe essere quella compresa tra la piastra dell’ex palatenda e la carreggiata a due corsie che porta alla rampa per la strada d’argine. Il progetto presentato due anni fa prevedeva 250 posti-auto interrati e la sistemazione della superficie della piazza a parco urbano, per un costo complessivo allora stimato di 6,7 milioni da recuperare attraverso fondi regionali e/o nazionali.

Ora, le risorse regionali/nazionali non sono state recuperate, ma l’opera (il primo lotto da 2,7 milioni) è stata ugualmente inserita nella proposta di Bilancio Preventivo 2019, caricandone il peso finanziario sul bilancio del Comune. La realizzazione del parcheggio interrato solleva questioni non banali. Vediamole.

Dismissione del pozzo. La realizzazione del primo lotto imporrà la dismissione del pozzo 1 dell’acquedotto,  localizzato proprio in corrispondenza dei previsti lavori a ridosso della rampa che porta sulla strada d’argine. Dismissione  che non sarà facile perché, dopo la contaminazione (benzene ed etere diisopropilico) e successiva chiusura del pozzo 9 a S. Anna da parte di Acetati nel 2012, Acqua Novara VCO potrebbe considerare il pozzo 1 molto importante per garantire l’approvvigionamento idrico della città.

Ottimizzazione dei lavori. In considerazione della presenza nel sottosuolo a una profondità molto limitata della falda alimentata dal lago, il frazionamento in due lotti del progetto originario rende verosimilmente necessaria – oltre alle indispensabili opere di impermeabilizzazioni – la formazione di un diaframma impermeabile intermedio  che dovrà poi essere smantellato per realizzare il secondo lotto.

Costo posti-auto. Il costo unitario a posto macchina si attesterà a non meno di 35.000 €, una cifra nettamente superiore ai costi standard abituali per parcheggi interrati (€ 20/25.000) senza un sostanziale aumento degli stessi nella zona, ma con il loro possibile utilizzo durante il mercato sovrastante.

Tempi e sostenibilità finanziaria. Nella documentazione dello schema di Bilancio di Previsione recentemente approvato alla Giunta si legge che il primo lotto (2,7 milioni) sarà finanziato nel 2019 con un mutuo, mentre il secondo lotto (4,7 milioni) è previsto per il 2021 con finanziamento a carico della Regione. Tenuto conto che negli anni scorsi, a causa dei vincoli posti dalla legislazione nazionale sull’indebitamento degli enti locali, il Comune di Verbania non ha sostanzialmente mai fatto ricorso a prestiti bancari, il mutuo di 2,5 milioni per il primo lotto di piazza Flli Bandiera costituisce un fatto politicamente molto rilevante e segnala l’importanza centrale assegnata a quest’opera dall’Amministrazione. Opera “simbolo”, al punto di essere la prima e l’unica in tutto il ciclo quinquennale a godere di un finanziamento a mutuo interamente a carico del Comune. E’ davvero così, anche in considerazione del fatto che la parte più rilevante dell’originario progetto di riqualificazione (4,7 milioni) è rinviata di almeno tre anni e subordinata all’assegnazione di un contributo regionale?

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La Sassonia e la sua piazza. Dunque, nell’arco di un triennio (2019-2012) il Comune prevede di realizzare la riqualificazione di piazza F.lli Bandiera secondo il progetto generale sopra richiamato, investendo – tra risorse comunali (38%) e auspicate ma non certe risorse regionali (62%) – la rilevantissima cifra di 7,4 milioni di euro. L’imponenza della spesa e il carattere urbanisticamente strategico dell’area richiedono forse qualche riflessione.

La trasformazione di piazza F.lli Bandiera costituisce un “nodo” urbanistico da quasi quarant’anni. Da quando cioè il Comune di Verbania, sul finire degli anni ’70, avvia il Piano Particolareggiato della Sassonia: una sorta di “battesimo del fuoco” della pianificazione urbanistica cittadina, in attuazione dell’allora recentissima (e innovativa) legge urbanistica regionale, la L.R. 56/77. Grandi, grandissime le ambizioni. Il Piano Particolareggiato veniva ritagliato su una porzione strategica della città, con due dichiarati obiettivi: riqualificare un patrimonio edilizio di qualità assai discutibili vuoi per le condizioni di fatiscenza di numerosi edifici “storici” (il “casermone”, l’ex macello, i bagni pubblici, le case popolari tra via Roma e via Perassi, ecc.), vuoi per la disordinata “condominializzazione” degli anni ’50 e ’60; costruire una “cerniera urbanistica” nel cuore della geografia urbana di Verbania, unendo S. Anna (si avviava allora il PEEP di quell’area) e Sassonia con opere di elevato impatto anche simbolico: il “terzo ponte” e la destinazione della grande piazza-parcheggio (piazze mercato e F.lli Bandiera) a importanti funzioni direzionali, terziarie e aggregative. L’esito di quello sforzo di progettazione e di pianificazione è oggi sotto gli occhi di tutti: un risultato a luci (realizzato il terzo ponte e migliorata sensibilmente la qualità edilizia di molti edifici, ad esempio) e ombre (disomogeneità dell’edificazione a causa della parcellizzazione delle unità minime di intervento e mancata spostamento del baricentro socio-economico di Intra dal centro storico in direzione del San Bernardino, ad esempio), che non si intende in queste sede analizzare compiutamente.

Tra le “ombre” di quell’ambizioso Piano possiamo tranquillamente annoverare la mancata trasformazione della piazza F.lli Bandiera. Chi ha qualche anno in più e conserva memoria della vita amministrativa degli scorsi decenni ricorderà il succedersi di diverse proposte: la nuova sede delle Poste; l’edificio polifunzionale progettato dall’archistar (dell’epoca) Aldo Rossi per conto della società pubblico-privata Fin.Ver., partecipata dal Comune; la realizzazione di quattro edifici residenziali architettonicamente integrati; la costruzione di una “quinta” edificata sul lato verso il fiume per “chiudere” la piazza sul lato ancora oggi aperto. Tra il 2002 e il 2009 prese finalmente forma – al termine di un esteso, diffuso e qualificato dibattito cittadino di cui gli archivi della stampa locale conservano ampia e documentata traccia – l’idea di un importante spazio socio-culturale, incardinato sul nuovo teatro progettato da Arroyo, sul recupero a funzioni pubbliche dell’ex Camera del Lavoro, sull’ampia piazza compresa tra i due edifici e sulla vicina nuova sede del Museo del Paesaggio (ex casa Ceretti), e strettamente raccordato con il quartiere di S. Anna attraverso il terzo ponte e con lo spazio a lago dell’arena attraverso la passerella pedonale a valle del ponte stradale. La traslazione del teatro al posto dell’arena, la rimozione del palatenda e l’abbattimento dell’ex Camera del Lavoro hanno invece riaffermato il destino di quello spazio come mera area di sosta, nonostante qualche bislacca ipotesi (la nuova sede di Asl e Consorzio Servizi Sociali, un mercato coperto, un farmer market) repentinamente tramontata.

Proprio in considerazione della ricchezza, della complessità e della lunga durata del dibattito cittadino sulla destinazione di questa piazza, suscitò sorpresa mista a un po’ di sconcerto la decisione – presa “in solitaria” dall’Amministrazione pochi mesi dopo le elezioni del 2014 – di bandire un concorso d’idee per realizzare nel sottosuolo della piazza box auto da vendere a privati, riservando a usi pubblici l’area in superficie. La cosa prese poi un andamento “carsico” sino a quando, all’inizio del 2017, venne presentato pubblicamente un’ipotesi progettuale con annesso rendering nella quale, stralciata la previsione di box da vendere a privati, si prevedeva la realizzazione nel sottosuolo di posti auto pubblici liberi e a pagamento e in superficie una piazza con arredo anche botanico. Ora, dopo altri due anni “carsici”, la sorpresa di un intervento “spezzato” in due lotti, di cui solo il primo a finanziamento certo perché totalmente in carico al Comune.

E si chiuderebbero così quarant’anni di intenso dibattito.

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MASTERPLAN ACETATI: IL PROBLEMA SI COMPLICA di Claudio ZANOTTI

Non si può dire che la riqualificazione e la trasformazione dell’area che ospitò un tempo Rhodiatoce e Montefibre siano partite con il piede giusto. Eppure non vi è sfida più impegnativa di questa per immaginare e concretamente orientare lo sviluppo di Verbania nel corso di tutto il XXI secolo.

La diffusione dei contenuti del masterplan per la riconversione urbanistica di Acetati sta generando reazioni sostanzialmente negative in città. Nulla di strano o di sorprendente: eravamo stati facili profeti un paio di settimane quando, al termine di un approfondito esame del documento, avevamo consigliato all’Amministrazione Comunale “calma e gesso. L’invito non è stato colto: l’incauta e fulminea approvazione del documento in Giunta in ottobre ha di fatto impedito che gruppi consiliari, forze politiche, associazioni di categoria e la rete piuttosto diffusa di “portatori di interessi” potessero per tempo e in maniera costruttiva e distesa portare un contributo al miglioramento del masterplan e definire in forma partecipata l’iter di discussione e di eventuale approvazione del piano di riqualificazione urbanistica di una delle aree più importanti della città. Forse la più importante.

In queste settimane si sono infittite le prese di posizione sul piano; e sono state tutte di segno negativo. Stroncature sommarie e strumentali sono arrivate (come prevedibile) dai partiti di minoranza. Gli ambienti di centrosinistra e il Pd hanno invece suggerito  all’Amministrazione atteggiamenti di cautela e di condivisione, segnalando come il masterplan di fatto esprima l’interesse esclusivo e specifico (e certamente legittimo) della proprietà di entrare nella procedura del concordato preventivo fallimentare con una “dote” di qualche milione di euro derivante dalla possibilità di alienare immobili e superfici di elevata appetibilità commerciale a ridosso dell’area Esselunga/Euronics, mentre le esigenze generali della comunità cittadina (bonifica delle aree contaminate, infrastrutturazione viabilistica, recupero e riqualificazione delle aree verdi, usi sociali/pubblici/collettivi di immobili e superfici, ecc.) restano indeterminate, vaghe e confuse. Poi ci sono le manifestazioni più eclatanti di dissenso, tra le quali segnalerei non tanto la raccolta di firme promossa dai leghisti dissidenti di “Grande Nord”, quanto piuttosto la forte contestazione espressa dal mondo del commercio per la creazione di una nuova grande area di vendita in città.

Quale fine farà la proposta contenuta nel masterplan, non è dato oggi sapere. Non va però dimenticato che lo strumento urbanistico previsto dal Piano Regolatore vigente per la sistemazione dell’area Acetati  è il Piano Particolareggiato. E se è vero che l’iter potrebbe essere facilitato e accelerato dal fatto che la sua approvazione è competenza della Giunta e non del Consiglio Comunale, è altrettanto vero che il Piano Particolareggiato è un documento complesso e articolato, la cui predisposizione – ai sensi dell’art 23 delle Norme di Attuazione del Piano Regolatore – impone che “le nuove previsioni di riordino e di incremento delle attività dovranno essere comparate e commisurate, attraverso la predisposizione della Relazione di Compatibilità ambientale e/o Valutazione d’Impatto ambientale, alla effettiva capacità di carico del comparto urbano interessato e non potranno peggiorare lo stato di qualità dei fattori ambientali coinvolti (aria, clima acustico, uso risorse idriche, traffico, ambiente naturale, ecc.)”. Insomma, un lavoro tecnico-progettuale molto impegnativo, la cui complessità risulta accresciuta da grandi problematiche come la bonifica ambientale, il vincolo cimiteriale, il contesto urbanistico circostante, la presenza di attività industriali contigue, la creazione di nuovi assi viari. Chi negli scorsi decenni ha avuto modo di seguire l’iter di altri Piani Particolareggiati ritagliati su zone nevralgiche della città (a mo’ d’esempio, il Piano Particolareggiato della Sassonia e quello del Centro Storico di Intra) sa molto bene di cosa si parla.

Non si può dire che la riqualificazione e la trasformazione dell’area che ospitò un tempo Rhodiatoce e Montefibre siano partite con il piede giusto. Eppure non vi è sfida più impegnativa di questa per immaginare e concretamente orientare lo sviluppo di Verbania nel corso di tutto il XXI secolo.

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LA GESTIONE DEL “MAGGIORE” TRA COMUNE E FONDAZIONE di Claudio ZANOTTI

Tenendo “buoni” i numeri del primo anno, i costi che dovrà sostenere in proprio la Fondazione dovrebbero attestarsi intorno a 1.000.000 €/anno, con un’alea determinata dalle spese per il personale (tra le quali in particolare il direttore, previsto come prima e obbligatoria assunzione dallo Statuto), mentre i ricavi propriamente detti sarebbero di almeno 300.000 €…..La messa a regime della gestione del “Maggiore” costituisce un problema di non poco conto per chi sarà chiamato a governare la città nel prossimo ciclo amministrativo. Di tutto ciò in questi anni si è parlato poco e male, salvo qualche lodevole eccezione nel campo del Centrosinistra. E al Centrosinistra toccherà affrontare questo delicatissimo nodo della vita amministrativa cittadina nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni di primavera.

Il 1 ottobre è stato avviato il graduale passaggio della gestione del teatro “Maggiore” dal Comune alla omonima, neocostituita Fondazione, di cui sono soci il Comune di Verbania e la Regione Piemonte. Il nuovo soggetto gestore, cui è stata conferita una dotazione patrimoniale di 103.000 € ( ca. 51.000 € da parte di ciascun socio),  potrà contare per il primo di attività su 500.000 € complessivi di contributi versati in parti uguali da Comune e Regione. Il passaggio di consegne tra Comune e Fondazione e la conclusione dell’attuale ciclo amministrativo rappresentano un’occasione ineludibile per tentare una valutazione ragionata della gestione finanziaria delle due stagioni (2016-2017 e 2017-2018) “in economia” (cioè effettuata direttamente dal Comune) e per formulare un giudizio definitivo sulla struttura.

Una struttura inadeguata. Al di là delle lacune macroscopiche emerse in questi anni (due su tutte: i lavori necessari per la certificazione prevenzione incendi e la costruzione del parcheggio non previsto nel progetto), la radicale inadeguatezza del Cem alle previsioni (tutte sbagliate) contenute nel Piano di Costruzione e di Gestione approvato dal Consiglio Comunale nel 2011 è stata puntualmente documentata negli anni su queste pagine,  alle quali si rimandano i volonterosi lettori. Peraltro, nel testo di un tecnico verbanese pubblicato sui social alcuni mesi fa (merita ancora oggi un’attenta lettura)  si ritrovano – esposte con oggettività, precisione e competenza – molte delle ragioni di critica in più occasioni illustrate. Ne riporto tra virgolette alcune, rinviando i lettori al testo integrale linkato (una disperante sequela che errori e di inadeguatezze che pare non finire mai): “a fronte di un costo esorbitante abbiamo ottenuto un “ibrido” (teatro polifunzionale) con soli 500 posti, peraltro posti scomodissimi in quanto il sistema (costosissimo) di impacchettamento delle sedute costringe l’uso di divanetti poco ergonomici  “…..”una sala teatro/cinema che ha l’esigenza del buio dotata di grandissime vetrate a lago con tendone anacronistico”….”una sala regia posta nell’angolo che per un edificio nuovo è tutta una pazzia”….. “le sale polifunzionali che non vanno bene per il ballo perché hanno le bocchette dell’aria a pavimento, mentre non avendo le torrette degli impianti costringono delle conferenze/stand fieristici a utilizzo di prolunghe a vista, schermi di proiezione da oratorio, mixer posati per terra”…”il ristorante dotato di controsoffitto da ospedale, finestre senza possibilità di apertura che verso il lago sono oscurate da un grigliato che ne compromette la vista, una microscopica porticina che lo mette in contatto con la parte più bella, la terrazza che però è poco utilizzabile perché gradonata e senza protezione solare; montavivande di collegamento con dimensioni minuscole e utilizzabili sono con dei piatti piccolissimi”…..”un accesso che non si sa da dove, e che dalla scala principale obbliga il passaggio in un’altra sala con destinazione non si sa per cosa”….”. E avanti così ancora per decine e decine di righe, con una “chiusa” che è tutta un programma: ” …. e non ho nemmeno parlato del problema gestione“.

La gestione, appunto. E’ importante avere il quadro completo di costi e ricavi della struttura, che oggi sono distribuiti e dispersi in settori diversi del complesso e articolato bilancio del Comune e che domani costituiranno invece l’oggetto esclusivo del bilancio della Fondazione. Per ora disponiamo del quadro finanziario della prima stagione (quella inaugurale), reso noto oltre un anno fa (Comune 2017-entrate uscite Cem), mentre non si è finora riusciti ad avere dagli uffici comunali analogo documento per il secondo anno, che sarebbe particolarmente interessante perché riferito alla prima stagione – diciamo così – “ordinaria” e a regime. Nella stagione inaugurale, a fronte di entrate per complessivi € 395.000 sono state registrate uscite per 1.070.000 €; a carico del bilancio generale del Comune è rimasta la differenza (ovvero la perdita), circa 700.000 €. Più in dettaglio, si sono spesi:

  • 410.000 €  per l’acquisto degli spettacoli
  • 210.000 € per i servizi tecnici e ausiliari
  • 72.000 € per la comunicazione/coordinamento/organizzazione
  • 60.000 € per arredi e attrezzature nella fase di start up
  • 210.000 € per manutenzione ordinaria, utenze/bollette e rate di mutuo
  • 105.000 € per costi di due/tre unità di personale (costo figurativo o virtuale, perché le prestazione sono state effettuate da dipendenti comunali già spesati a bilancio).

Le voci di entrata sono state le seguenti:

  • 270.000 € da vendita di biglietti/abbonamenti
  • 18.000 € da affitto della struttura a terzi
  • 4.000 € da contributo di fondazioni bancarie
  • 100.000 € da contributo della Regione Piemonte

Per una migliore comprensione di questi numeri è utile qualche precisazione. La prima riguarda le Entrate: i ricavi veri e propri non arrivano a 300.000 €, poiché i 100.000 € della Regione Piemonte rappresentano un contributo pubblico che ha consentito al Comune di ridurre il deficit di gestione da 800.000 a 700.000 €. Un secondo rilievo si riferisce ai 60.000 € di arredi e attrezzature spesi per la fase di start up, che si configurano come spese di investimento non ripetibili e quindi probabilmente da escludere dal conto economico degli anni successivi. Passeranno invece da costo “figurativo” a costo reale i 105.000 € riferiti alle 2/3 unità di personale del Comune che la Fondazione dovrà invece retribuire direttamente e non “figurativamente”.

Tenendo “buoni” i numeri del primo anno, i costi che dovrà sostenere in proprio la Fondazione dovrebbero attestarsi intorno a 1.000.000 €/anno, con un’alea determinata dalle spese per il personale (tra le quali in particolare il direttore, previsto come prima e obbligatoria assunzione dallo Statuto), mentre i ricavi propriamente detti sarebbero di almeno 300.000 €. Ai ricavi da biglietti e affitti si aggiungeranno i 500.000 € complessivi di contributo che nel primo anno di gestione si sono impegnati a versare il Comune di Verbania e la Regione Piemonte (250.000 € ciascuno). A sua volta il Comune, proprietario del CEM, dovrà trovare e spendere risorse aggiuntive per colmare le lacune strutturali (250.000 € per le opere antincendio, centinaia di migliaia di euro per il parcheggio ex Padana Gas) e per le manutenzioni (100.000 €/anno, cfr. verbale sesta commissione consiliare del 25/7/17) di una struttura teatrale nata male, mentre la Fondazione avrà il non facile compito di individuare “nel privato” soci/mecenate e munifici donatori, nella consapevolezza che le fonti di reddito immaginate nel ridicolo Piano di Gestione del 2011 (il centro per fiere/esposizioni/congressi; il complesso ristorante/bar/spiaggia) non avvicineranno mai neppure lontanamente le cifre allora indicate.

E’ del tutto evidente che la messa a regime della gestione del “Maggiore” costituisce un problema di non poco conto per chi sarà chiamato a governare la città nel prossimo ciclo amministrativo. Di tutto ciò in questi anni si è parlato poco e male, salvo qualche lodevole eccezione nel campo del Centrosinistra (leggi qui). E al Centrosinistra toccherà affrontare questo delicatissimo nodo della vita amministrativa cittadina nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni di primavera.

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