LARISSA E LE DONNE DI TREBLINKA

“Il punto di resistenza è sopravvissuto per sessant’anni alla dissoluzione dell’odio concentrazionario al quale si era vittoriosamente opposto; ha dato senso, valore e significato a un’intera, prestigiosa esistenza. Larissa ha continuato a vivere in Giovanni Giovannini. L’amore della giovane infermiera russa, che la risacca della guerra ha portato a morire nel cuore della Germania, resta vivissimo nella nostra memoria. E riscatta integralmente l‘umiliazione estrema delle donne in cerchio a Treblinka. Queste donne hanno vinto per noi l’orrore indicibile del nazismo.”

Vorrei scusarmi da subito con le autorità presenti oggi in questa sala – numerose e prestigiose – se mi rivolgerò, con le brevi considerazioni che mi accingo a svolgere, prevalentemente ai giovani studenti che oggi sono qui a celebrare con noi la Giornata della Memoria. D’altro canto, non posso dimenticare di essere innanzitutto un insegnante di Liceo, che anche questa mattina ha incontrato in classe i suoi allievi di Prima Scientifico. Ed ora incontro come Sindaco ragazzi di poco più grandi, molti dei quali provenienti dall’Istituto ove presto servizio.

Vi confesso che, prendendo la parola, avverto una grande preoccupazione. E cioè che  questa manifestazione, questa Giornata, possa in qualche modo essere da voi avvertita come la ripetizione stanca di un rito, di un atto dovuto, di un  gesto faticosamente imposto dal calendario delle celebrazioni ufficiali. Perché ciò non accada è indispensabile che sia da subito ben chiaro ove si radica l’attualità di questa celebrazione. E io credo che essa risieda in un doppio movimento dell’intelligenza.

Il primo si manifesta nello sforzo doloroso teso ad indagare in tutte le sue aberranti sfaccettature le molteplici manifestazioni di quello che mi sento di definire un male impossibile e indicibile. Impossibile, perché mai l’intelligenza umana avrebbe potuto immaginare un male assoluto come quello della Shoah, se esso non si fosse concretamente materializzato nell’universo concentrazionario nazista; indicibile, perché le parole per definirlo, circoscriverlo e giudicarlo sono state faticosamente trovate soltanto dopo la sua terribile epifania, nei sessanta e più anni che ci separano da quella tragica vicenda.

Il secondo movimento consiste invece nel riconoscere i punti di resistenza che pure si sono formati, sono esistiti e si sono tenacemente conservati nel cuore del male assoluto e che hanno preservato, nel tempo dell’aberrazione impossibile e indicibile, il senso dell’umano. Perché alla preservazione del senso dell’umano nel tempo del male assoluto dobbiamo non solo la vittoria della democrazia sul totalitarismo nazista, ma anche la capacità di elaborare razionalmente una vicenda concepita come impossibile dall’intelligenza e dalla ragione.

Una riflessione definitiva sul male assoluto della Shoah ci viene offerta da un testimone più volte evocato anche questa mattina: Primo Levi. Nel testo I sommersi i e salvati, che lo scrittore torinese dedica all’analisi, lucidissima e disperata, dell’universo concentrazionario nazista, Levi descrive l’incredibile normalità della logica, del criterio, del principio organizzatore del lager nazista: il principio della “massima afflizione”. Non era sufficiente sopprimere fisicamente e crudelmente il deportato: costui doveva essere sottoposto – prima dell’eliminazione fisica – alla massima afflizione possibile. E Levi ci propone un esempio terribile del principio di massima afflizione, senza peraltro ricorrere – come potremmo forse attenderci – alle forme più note e raccapriccianti di violenza: le camere a gas, i forni crematori, le impiccagioni, le fucilazioni, le torture. Levi evoca invece un gruppo di donne in quarantena a Treblinka nel canicolare luglio del ’44: a queste donne i nazisti impongono per diversi giorni un “lavoro”. Esso consiste nel trasferire con le mani la sabbia da un mucchio che ciascuna donna ha dinanzi a sé al mucchio che sta di fronte alla donna che si trova alla propria destra. Per giorni queste donne trasferiscono la sabbia da un mucchio all’altro, in un assurdo gesto circolare che riporta più volte la stessa sabbia dinanzi alla stessa donna.

Questa la massima afflizione imposta ai deportati. E Franz Stangl, ex comandante di Treblinka, intervistato dopo la guerra, al giornalista che gli chiede per quale ragione a quegli uomini, che sarebbero stati comunque uccisi, venisse inflitto un sovrappiù di sofferenza e di umiliazione, risponde che la massima afflizione era funzionale alla rimozione di ogni sentimento di pietà e di compassione umana nei soldati addetti all’eliminazione fisica dei prigionieri. Dunque, anche il principio di massima afflizione rispondeva a una logica di lucida ed efficiente pianificazione organizzativa dell’annientamento fisico dei deportati. Male assoluto. Impossibile, se non fosse accaduto. Indicibile, se non avessimo faticosamente trovato le parole per dirlo.

Il punto di resistenza che voglio proporre alla vostra riflessione ce lo offre Giovanni Giovannini, che è stato giornalista, direttore e presidente de “La Stampa” di Torino. Nel 1943 Giovannini è militare dell’esercito italiano; l’armistizio lo sorprende in Francia, dove viene catturato dai Tedeschi e inviato in un campo di internamento in Germania. La vicenda è narrata in un diario scritto su un quaderno dalla copertina nera, che Giovannini solo qualche anno fa ha accettato di pubblicare. Il testo, intitolato Il quaderno nero, si ricapitola e si rivela in un punto. Nell’aprile del 1945 l’autore, internato a Volkertshausen, viene curato da una giovane prigioniera ucraina, Larissa, 20 anni, travolta dalla guerra quando era studentessa al primo anno di Medicina e per questo motivo utilizzata dopo la cattura come infermiera nei campi di internamento. Tra Giovannini e Larissa nasce un amore tenerissimo e tenacissimo. Ecco il punto di resistenza al male assoluto: la naturale attrazione tra un uomo e una donna, che in un solo istante dissolve la trama di violenza che governa l’universo concentrazionario. I due non conoscono nulla l’uno dell’altra, parlano lingue diverse, vengono da storia diverse e incomponibili, vivono all’interno di un sistema che mortifica l’espressione del sentimento amoroso e annulla le prospettive. Eppure si amano intensamente.

Il crollo del regime nazista, l’avanzata degli Alleati, la fuga verso l’Italia separano Giovanni e Larissa. I tentativi di Giovannini di ritrovare la donna amata si rivelano frustranti. Soltanto all’inizio del ’46 una comunicazione dalla Germania informa l’uomo della sorte di Larissa. Una sorte condensata in un participio passato: erschossen, fucilata. Da chi, non si sa: forse tedeschi, forse sovietici. Ma il punto di resistenza non si dissolve: per sessant’anni Giovannini, prestigioso giornalista, editore e intellettuale, conserva nel portafogli il biglietto sgualcito con l’ultimo appunto di Larissa, che si rammarica di non avere potuto seguire l’uomo che amava. Il punto di resistenza è sopravvissuto per sessant’anni alla dissoluzione dell’odio concentrazionario al quale si era vittoriosamente opposto; ha dato senso, valore e significato a un’intera, prestigiosa esistenza. Larissa ha continuato a vivere in Giovanni Giovannini.

L’amore della giovane infermiera russa, che la risacca della guerra ha portato a morire nel cuore della Germania, resta vivissimo nella nostra memoria. E riscatta integralmente l‘umiliazione estrema delle donne in cerchio a Treblinka. Queste donne hanno vinto per noi l’orrore indicibile del nazismo.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

Verbania-Fondotoce, Casa della Resistenza, 24 gennaio 2007

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A ROMA COME A VERBANIA, DA SOLI NON SI VA DA NESSUNA PARTE di Diego BRIGNOLI

Chiusi nella nostra cinta daziaria Verbania è destinata a vivacchiare. Occorre che la nostra città assuma con coraggio il ruolo di capoluogo, si metta alla testa di proposte e impegni che includano gli “altri”. Un percorso complicatissimo e dall’esito affatto scontato ma obbligato, inevitabile. Chi altri lo può fare? Occorre che Verbania impari a valorizzare le sue peculiarità, le sue eccellenze. Il futuro non appare particolarmente roseo, occorre avere dei sogni, dei progetti. E occorre fare squadra.

Ho preferito ultimamente dedicare il mio tempo a tematiche di ampio respiro. Temi che possono apparire oziosi a fronte delle pragmatiche questioni del vivere quotidiano e dell’amministrare.  Non credo sia occupazione irrilevante. Penso anzi sia indispensabile uno sforzo di approfondimento per ripartire dai fondamentali, dai fondamenti stessi della nostra democrazia, dalla cultura, dalle idee, dal pensiero largo. È il momento che stiamo vivendo che lo impone. Non solo il pensiero  che più mi appartiene, di sinistra, ma l’intero pensiero democratico, liberale, internazionalista, rischiano di essere spazzati via, di rimanere esclusi ed estranei. Un patrimonio di idee messe all’angolo per i prossimi venti o trent’anni.

Siamo di fronte all’eliminazione di qualsivoglia crescita culturale, alla demolizione delle competenze; un oggi fatto di editti dai balconi, ostentati toni muscolari, paternalismo autoritario, isolazionismo, personalizzazione e leaderismo, caratterizzazione degli aspetti privati e personali in una demenziale rincorsa sui social, progressiva e inarrestabile delegittimazione dei corpi intermedi, un attacco forsennato alle istituzioni democratiche, all’equilibrio tra potere esecutivo e potere legislativo. È di questi giorni e queste ore l’indecoroso spettacolo di un parlamento umiliato, offeso, privato del diritto-dovere persino di discutere il bilancio dello Stato. Personalmente ho votato per chi sta all’opposizione, mi è naturale approvarne le proteste; ma non sto parlando della sola opposizione. Come possono i membri della maggioranza accettare una simile situazione? Cosa può pensare chi ha votato per una maggioranza che esclude i suoi rappresentanti dalle decisioni?

Una simile situazione non può non avere ripercussioni diffuse ed estese, con metastasi nell’intero corpo sociale. Qualche anno fa definii la nostra città afflitta da un sentimento di “rancorosa depressione”;  oggi è il Censis che descrive gli Italiani disorientati, arrabbiati, intolleranti e incattiviti, confusi da una sorta di “sovranismo psichico”.  La stagione dell’arroganza, e una larga parte di sinistra non ne è stata indenne, ha lasciato un paese di incazzati, in cui primeggiano individualismo e insoddisfazione. Qui e ovunque. Mi si accuserà di eccesso di pessimismo. Mi auguro sia così.

I primi mesi del prossimo anno saranno probabilmente decisivi, anche se nulla in politica è definitivo,  con una serie di importanti appuntamenti elettorali: amministrative, regionali ed europee. Sempre che nulla accada al governo nazionale. È sempre difficile avviarsi ad una campagna elettorale specie se giocata su così svariati fronti. Prevarranno, e già cominciano ad emergere, i soliti vecchi riti: candidature più o meno condivise, vecchi e nuovi posizionamenti, programmi che non scontentino nessuno. Poco spazio per ragionamenti che vadano oltre lo stretto orizzonte spazio temporale della scadenza elettorale e che inesorabilmente soffrirebbero dell’effimero consenso di governanti che, come spesso accade, ben presto ne perderebbero memoria.

Credo invece sia il tempo di impostare qualche ragionamento, aperto, lungimirante, forse, ahimè, complesso e dall’esito incerto; ma le troppe semplificazioni non aiutano a ricostruire. Ovunque, a qualunque livello, occorre ricucire legami, appartenenze, comunità. L’esatto contrario di quanto sta avvenendo, con un’agenda politica impostata sul “prima gli Italiani”, che poi si declina in prima la mia regione, la mia città, il mio quartiere, il mio condominio, insomma, “prima io”. Ognuno per sé, in una sorta di localismo sovranista, di padroni a casa propria in case sempre più piccole e chiuse.

Confesso di non essermi mai troppo appassionato alle tematiche di autonomia e specificità. Credo esista un enorme bisogno di rispetto e di attenzione alle esigenze delle persone, di tutte le persone, indipendentemente dal luogo di provenienza o di residenza. È una questione di democrazia, di uguaglianza. Il continuo inseguire richieste di autonomia rischia di accentuare quelle disuguaglianze il cui superamento è (o dovrebbe essere) il principale motore della politica. Richieste  che assumono peraltro due diversi aspetti: da un lato la richiesta di salvaguardare la propria posizione di privilegio (mantengo sul mio territorio, a beneficio dei miei cittadini, quanto lo Stato preleva), dall’altra la richiesta di particolari trattamenti in virtù di vere o presunte ragioni di disagio, di fatica, di sfiga. È il caso delle ricche regioni del nord che tramite referendum (Veneto e Lombardia) o tramite contrattazione con lo Stato centrale (Emilia Romagna e, in misura minore, Piemonte) chiedono maggior autonomia; ed è  il caso della nostra provincia che tenta di salire sul carro della ricca e benevola Lombardia e che a più riprese tenta di affermare una propria specificità.  Non voglio certo dire che non esistano differenze e specificità; positive o negative, favorevoli e svantaggiose. È evidente a tutti che il nostro territorio abbia una propria specificità, peraltro ufficialmente  riconosciuta (Legge Regionale n.8 del 20 aprile 2015) ma che non ha sortito effetti.   Da qui i malumori, il disagio, le firme pro referendum, l’ennesima ragione di incazzatura.   So bene di non attirarmi i favori di molti. Facile, molto più facile, assecondare o prospettare benefici e miglioramenti per chi ci è più prossimo. Che poi ciò si avveri non ha molta importanza, la colpa è comunque degli “altri”. Mi spiace, rimango dell’idea che non ci si salvi da soli e che  quella che molti chiamano ormai “la secessione dei ricchi del nord” sia una proposta pericolosa. Perché mai i cittadini delle regioni più ricche avrebbero diritto a servizi maggiori?  Chiaro che di maggiore autonomia regionale si possa ragionare, anzi forse in qualche caso ciò comporterebbe una più attenta gestione della spesa. Ma da lì a chiedere l’autonomia per tutte le 23 materie per cui sarebbe possibile ce ne corre. Sanità, istruzione, previdenza complementare, potere di interdizione sulle grandi opere a diretta competenza delle regioni del nord: la realizzazione del progetto e del disegno a lungo accarezzati dalla lega. Mi spiace che anche regioni a ben diversa guida si siano (chi più chi meno) aggregate. Sempre più soli, isolati, estranei: davvero in un mondo dominato dall’economia globale qualcuno può pensare di andarci da solo? Davvero qualcuno può pensare  di poter affermare la propria autonomia anche nei confronti di una Germania pigliatutto? Consiglio a veneti e lombardi di prendere lezioni di tedesco.

La gestione di tutto questo pare essere a totale guida leghista, nella mani della ministra Erika Stefani, con il M5S legato dal “contratto”: la negazione della politica fatta di accordo e mediazione, l’affermazione del “questo a te questo a me”. I tempi stringono, il premier Conte ha annunciato l’avvio del negoziato entro la metà di febbraio. Non so cosa dirà il Presidente Mattarella, garante dell’unità nazionale,  nel discorso di Capodanno, confido nella sua ferma saggezza.

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 Possono queste mie riflessioni, oltre a  non essere condivise, apparire estranee al contesto  locale. Il meccanismo è sempre lo stesso: da soli non si va da nessuna parte, chiudere le frontiere è inutile e dannoso. Come ha giustamente sottolineato Giovanni Margaroli da queste pagine,  senza immigrati l’Italia scompare, e Verbania prima ancora. Chiusi nella nostra cinta daziaria Verbania è destinata a vivacchiare. Occorre che la nostra città assuma con coraggio il ruolo di capoluogo, si metta alla testa di proposte e impegni che includano gli “altri”. Dannata parola, maledetti campanili! Occorre che Verbania sappia guardare oltre, ai territori dell’entroterra divisi tra comuni in affanno con i quali intavolare trattative e ragionamenti complessivi, non maldestri referendum. Un percorso complicatissimo e dall’esito affatto scontato ma obbligato, inevitabile. Chi altri lo può fare? Occorre che Verbania impari a valorizzare le sue peculiarità, le sue eccellenze. Peculiarità ed eccellenze che non sono racchiuse  nei labili confini comunali: qualità della vita, offerta turistica, natura e ambiente. Su questi temi occorrono collaborazione, strategie comuni, visioni generali,  forse anche un po’ di generosità. Il futuro non appare particolarmente roseo, occorre avere dei sogni, dei progetti. E occorre fare squadra. Verbania dovrà esserne all’altezza.

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ANZIANI, VIAGGIATORI E LITIGIOSI. MA L’AMBIENTE E’ UN PARADISO di Giovanni MARGAROLI

L‘analisi puntuale della recente classifica del Sole 24 ore, che penalizza fortemente il VCO rispetto allo scorso anno, ci aiuta a cogliere le dinamiche che caratterizzano il nostro territorio e a vincere la superficialità e la banale approssimazione di molti commenti “social”. Ma soprattutto conferma che i punti di forza della nostra provincia in tempi di radicale transizione socio-economica e demografica restano il turismo, i servizi alla persona e l’offerta culturale.  

La lettura dei dati dell’annuale classifica del Sole24ore sulla qualità della vita ha visto retrocedere la nostra provincia di ben 47 posizioni rispetto allo scorso anno.  Fedeli al costume politico di gran voga oggi, i social si sono scatenati cercando il colpevole. Tuttavia, lasciando da parte il livore e la cialtroneria che caratterizzano gran parte del dibattito politico, mi sono chiesto cosa mai fosse successo per registrare un arretramento così pesante.

Qualche premessa è doverosa: queste classifiche hanno un senso per definire la posizione reciproca delle varie province; ne hanno molto meno per la definizione del valore assoluto della qualità della vita. La seconda premessa è questa: i parametri assunti per la valutazione della classifica non rimangono gli stessi di anno in anno; i ricercatori correggono il tiro tenendo presente sia le mutate condizioni al contorno sia il significato intrinseco del parametro. Ad esempio, fino al 2017 uno dei parametri utilizzati per il settore ‘Ambiente e servizi’ era  il ‘Consumo di suolo”, vale a dire la percentuale di territorio costruito sul totale. Il VCO era al secondo posto nel 2017 e questo contribuiva grandemente a migliorare la sua posizione. Evidentemente i ricercatori si sono resi conto di quanto fosse fallace il parametro nelle province montane e l’hanno tolto, lasciandolo per i capoluoghi all’interno di un parametro specifico, denominato Icity rate, di cui parlerò più avanti. Attenzione dunque a fare confronti azzardati. Da ultimo i parametri non pesano tutti allo stesso modo.

Come sempre bisognerebbe studiare un po’ (nel caso specifico davvero poco). Ed ecco qualche modesta spiegazione dalla quale invito chi legge a trovare qualche indicazione su dove andiamo e su cosa sarebbe meglio fare. Esaminiamo ogni singolo settore.

AMBIENTE E SERVIZI

Perdiamo ben 29 posizioni in un anno. Urca! Ma esaminando uno per uno i parametri adottati scopriamo che solo due sono stati mantenuti dal 2017 al 2018. E sono precisamente: l’Ecosistema Urbano (molto importante, indice di Lega Ambiente) in cui il VCO perde tre posizioni, passando da 8 a 11 e la Spesa sociale pro capite degli enti locali per minori/disabili/anziani, parametro definito dal prestigioso Istituto Tagliacarne, in cui il VCO guadagna ben 15 posizioni (da 61 a 46).

Gli altri parametri sono tutti cambiati. Sono scomparsi Emigrazione Ospedaliera (nel 2017 il VCO era in posizione 96, cioè facciamo un sacco di rumore per tenerci i nostri ospedali ma andiamo a curarci in Lombardia), il numero di Sportelli più ATM (i bancomat) più i POS (le macchinette per pagare con le carte nei negozi (pos. 25), la Spesa in Farmaci (pos. 97), il già citato Consumo di suolo (pos. 2) e infine la Banda larga (cioè la percentuale di popolazione coperta con 30 Mb) (pos. 94).

Sono stati introdotti nel 2018 cinque nuovi parametri, in sostituzione di quelli cancellati e indicati sopra: Home banking (pos. 62), Rischio idrogeologico (pos. 43), I city rate (riferito al solo capoluogo di provincia, pos. 57), Speranza di vita media alla nascita (pos. 76) e Indice climatico di escursione termica (pos. 55).  A parte il rischio idrogeologico che noi percepiamo molto alto per le vicende delle nostre strade statali e provinciali e che invece ci vede nella metà superiore della classifica, salta all’occhio la bassa speranza di vita, che ci pone a tre quarti classifica e probabilmente risente del fatto che in questi ultimi anni è arrivata a compimento la generazione che ha lavorato nelle fabbriche e in condizioni certo più insalubri di oggi.

Guardando i due anni insieme emerge quindi un quadro ambientale molto buono (siamo undicesimi), una crescente attenzione ai più deboli,  ma un sistema molto arretrato dal punto di vista dei servizi,  a partire da quelli sanitari, (sicuramente anche in peggioramento per l’insostenibilità non solo economica, ma soprattutto tecnica, delle tre sedi ospedaliere) e nell’ICity rate, che merita qualche considerazione a parte.

L’ICity rate, elaborato dal Forum Pubblica Amministrazione (società del gruppo Digital360), e che riguarda solo le città capoluogo, è già di per sé un indice di grado superiore, perché tiene conto di tanti parametri (occupazione, ricerca e innovazione, solidità economica, trasformazione digitale, energia, partecipazione civile, inclusione sociale, istruzione, attrattività turistico-culturale, rifiuti, sicurezza e legalità, mobilità sostenibile, verde urbano, suolo e territorio, acqua e aria). Il concetto che sta alla base del calcolo di questo indice è che è impossibile pensare alla innovazione tecnologica e alla digitalizzazione in un contesto arretrato dal punto di vista dei servizi essenziali per la città. Se volete approfondire leggete qui (http://www.meteoweb.eu/2018/10/icity-rate-2018-citta-smart/1166157/). Perché noi siamo così indietro? Perché siamo piccoli? No, nella prima metà della graduatoria si trovano cittadine come Lecco (pos. 33), Aosta (pos. 39), Sondrio (pos. 46), Gorizia (pos. 50). Perché siamo una provincia multipolare? Forse, però in pos. 24 troviamo Forlì-Cesena, in posizione 25 Monza-Brianza, in posizione 42 il Sud Sardegna.

In calce a questa breve analisi tenterò di suggerire qualche spiegazione per capire la nostra posizione.

AFFARI E LAVORO

I due anni sono interamente paragonabili. Non ci sono variazioni nei parametri. Viaggiamo decisamente nelle parti basse della classifica (da posizione 73 a posizione 75), con un peggioramento netto del Rapporto tra impieghi e depositi bancari (perdiamo 23 posizioni) cioè i soldi raccolti dalle banche non vengono reinvestiti sul territorio. In peggioramento anche le Differenze salariali tra uomini e donne, dove la nostra provincia perde 24 posizioni. Perdiamo 16 posizioni nel Tasso di occupazione e 14 posizioni nel Tasso di disoccupazione giovanile.

Cresce invece il numero di start up innovative (+30 posizioni) ma bisogna essere molto cauti. Ci sono delle agevolazioni fiscali per le aziende che esistono da meno di cinque anni e che rispondano a certi requisiti. Le maglie per l’iscrizione a uno speciale albo sono piuttosto larghe quindi molte aziende si iscrivono, anche se poi non è detto che abbiano diritto alle agevolazioni.  Quindi il dato (3,7 start up innovative ogni 1.000 aziende, corrispondente alla 75ma posizione), che fornisce Infocamere, dovrebbe essere accompagnato dall’analisi dei risultati nel tempo per essere considerato un valore positivo sostenibile.

Dai punteggi del settore Affari e Lavoro emerge un territorio in forte crisi, se si considera che già dal 2016 al 2017 aveva perso in questo settore ben 22 posizioni e sarebbe ancora retrocesso, se non ci fosse questo dato delle start up che però, come detto, va preso con cautela:  scarsa imprenditorialità e scarsissimi investimenti, pochissime opportunità per i giovani e peggioramento delle condizioni di lavoro delle donne.

RICCHEZZA E CONSUMI

In questo settore, se esaminiamo i parametri rimasti uguali  dal 2017 al 2018 (Depositi pro capite, PIL pro capite, Canoni medi di locazione, Spesa media per famiglia in beni durevoli e Protesti pro capite) più o meno siamo nelle stesse posizioni in bassa classifica, tranne per i la spesa in beni durevoli che ci colloca in 36ma posizione e per i protesti che peggiorano di ben 12 posizioni (da 9 a 21).

Tra i criteri scomparsi dal 2017 al 2018 ci sono gli Acquisti on line, che ci vedevano al terzo posto (con gioia dei commercianti locali sempre più in crisi) e l’Importo delle pensioni, piuttosto alto (eravamo in posizione 45). I nuovi criteri introdotti sono i Prezzi medi di vendita delle case (posizione 51) e, molto interessante, la Spesa pro capite per viaggi e turismo, in cui siamo la quinta provincia italiana.

Insomma, una provincia di vecchi pensionati piuttosto benestanti che girano allegramente il mondo con i soldi erogati dall’INPS dopo aver comprato i biglietti aerei e gli alberghi via web.

 DEMOGRAFIA E SOCIETA’

Il settore Demografia e Società non presenta sorprese. Siamo in fondo in fondo alla classifica per Numero laureati tra 25 e 30 anni (posizione 100) e addirittura a 104 per Tasso di natalità.

Dietro a noi ci sono Biella e la Sardegna del Sud. Recuperiamo un po’ di posizioni (dal 23simo posto del 2017 siamo saliti al 13mo) per l‘Acquisizione di cittadinanza italiana ogni mille stranieri residenti. Piccolissimo segno positivo che potrebbe dare fiato anche al tasso di natalità in futuro.

I nuovi parametri introdotti nel 2018 ci vedono ancora malmessi: siamo in posizione 86 per Tasso di mortalità e in posizione 91 per Tasso di fecondità.  Complessivamente nel settore Demografia e società dal 2017 al 2018 perdiamo 26 posizioni in classifica, anche se l’indice di vecchiaia ci fa guadagnare tre posizioni, ma perché peggiorano gli altri, non perché miglioriamo noi. Il valore assoluto infatti passa dal 225 del 2017 al 230 del 2018: significa che per ogni 100 bambini da 0 a 14 anni ci sono 230 anziani con più di 65 anni. Napoli è a 112.  Solo per avere un’idea, Algeria ed Egitto sono a 12,5 anziani per 100 bambini, Nigeria, Senegal e Somalia sono a 7,5 anziani per 100 bambini, l’Albania è a 17. Basterebbero questi numeri per capire che senza immigrazione l’Italia muore e tra i primi a morire c’è il VCO. Nulla di nuovo, lo sa anche Salvini, che contribuisce entusiasticamente ed efficacemente alla rovina del Paese: questa non è demagogia ma demografia!

GIUSTIZIA E SICUREZZA

Qui siamo sempre in alta classifica, anche se passiamo dalla prima all’ottava posizione. Non metto in conto di fare analisi più approfondite, siamo una provincia sicura in cui la giustizia funziona bene. L’unico dato negativo e su cui vale la pena riflettere è quello dei Delitti di stupefacenti, responsabile dell’arretramento perché ci vede posizionati al 63mo posto: è solo perché siamo territorio di transito o perché sono aumentati i consumi anche nelle fasce adulte della popolazione?  Curiosa (siamo nella classifica 2017) la 96ma posizione nel sottosettore Truffe e frodi informatiche. L’essere molto anziani ci rende più vulnerabili a questo tipo di crimini.

CULTURA E TEMPO LIBERO

Nell’Offerta culturale, introdotta nel 2018, siamo molto bassi in classifica (pos. 76). In realtà questo parametro è molto discutibile dal momento che la fonte è la Siae, stessa e unica fonte del parametro Spettacoli, spesa al botteghino (qui siamo in 75ma posizione). La spesa pro capite per spettacoli è 16,7 €/anno contro i 174,7 €/anno di Verona e i 106,6 di Milano. Naturalmente è la media di Trilussa. Ma ciò non toglie che la nostra sia una cifra molto bassa.

Sembra comunque molto riduttivo che l’unica fonte di questi due parametri sia la Siae. Moltissimi eventi culturali non sono segnalati alla Siae. Ad esempio, di tutte le mostre organizzate dal Museo del Paesaggio in questi anni, solo una ha dovuto versare dei soldi alla Siae perché due autori erano iscritti e non erano ancora passati i 70 anni dalla morte. Stesso discorso vale per le conferenze e per gli incontri con autori (per esempio LetterAltura o Domosofia), o per i laboratori artistici, per l’arte terapia, tutte cose che è difficile non fare rientrare nell’offerta culturale.

Nel 2017 c’era un parametro interessante, scomparso l’anno dopo. Era la Spesa dei viaggiatori stranieri, in € pro capite. Per il VCO il valore era 1.347 € e ci trovavamo in posizione 13, dietro alle città d’arte e ad alcune province con altissimo flusso turistico come Rimini.  A conferma del fatto che il settore turistico è quello su cui puntare.

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CONCLUSIONI

Queste classifiche, con i loro limiti, ci confermano ciò che già sappiamo, ma la riflessione aiuta probabilmente a capire meglio cosa fare.

Sappiamo già che le prospettive di sviluppo della nostra provincia sono legate esclusivamente al turismo e ai servizi alle persone. Le leve di questo possibile sviluppo vanno ricercate nella sicurezza, nell’offerta di servizi di qualità, nell’offerta culturale e soprattutto nel paesaggio e nell’eccellenza ambientale dove, vale la pena di ricordare, siamo all’undicesimo posto in Italia.

Ci sono alcune cose sulle quali concentrare l’attenzione:

  • Settore turistico. L’iniziativa imprenditoriale, sempre strettamente dipendente dalla demografia (non si può pensare che siano gli anziani a fare impresa) e dai vincoli orografici e normativi è praticamente azzerata. Cosa si può fare? Certamente concentrare l’attenzione sulla preparazione degli operatori. In questo senso la vicenda del Maggia richiede il massimo dello sforzo per essere risolta. Una cosa che non emerge dalle statistiche ma è indubitabile è che negli ultimi venti anni la qualità dell’offerta enogastronomica nel territorio è migliorata in modo esponenziale, soprattutto in Ossola, ma non solo. E’ la strada giusta. Se i ragazzi del Maggia rimangono qui e aiutano a fare impresa possiamo arrestare o rallentare il processo di invecchiamento. Le amministrazioni devono fare poi ogni cosa in loro potere per migliorare la ricettività sia in quantità ma anche in qualità. Si sa che gli spazi per nuovi alberghi sono ridottissimi; allora è utile guardare alle altre offerte complementari (B&B, Airbnb e affini) in modo meno ostile e più positivo. Le analisi di mercato indicano che questo tipo di offerta attira segmenti di domanda diversi da quelli degli alberghi e quindi in aggiunta a questi ultimi. Le sovrapposizioni sono modeste (pare meno del 25%), il che significa che è un’offerta che incoraggia a viaggiare un pubblico che non andrebbe in hotel. Certo c’è il problema di normare il fenomeno sia dal punto di vista della qualità che da quello fiscale.
  • Servizi alle persone. Anche qui abbiamo alcune leve su cui giocare. C’è una scuola per infermieri che funziona bene; ci sono strutture sanitarie private prestigiose; il nuovo ospedale, che sarà sicuramente innovativo e moderno, attirerà professionalità mediche più alte che oggi sono respinte da una situazione che le tre sedi rendono tecnicamente ingestibile. L’ospedale nuovo può essere una importante leva di sviluppo. A questo aggiungiamo i passi che si stanno facendo per potenziare la medicina territoriale (Case della Salute, la sperimentazione di un welfare innovativo con ‘La Cura è di Casa’ e il progetto Consenso con l’infermiera di comunità), che indicano una strada di accelerazione verso l’integrazione socio sanitaria del territorio. Tutte cose che possono attirare pensionati attivi a stabilirsi da noi creando lavoro per i giovani, italiani e immigrati. Qui la Regione può fare tanto, attuando una politica di incentivazione degli investimenti pubblici e privati, sostenendo i processi di formazione professionale e di integrazione. Ma anche l’Azienda Sanitaria Locale (principale azienda del VCO) deve giocare un ruolo da protagonista e non di chiusura all’innovazione.
  • L’offerta culturale.  L’offerta culturale nel territorio è vastissima. A volte in estate ci sono quattro o cinque iniziative sovrapposte, spesso dirette allo stesso pubblico. Manca tuttavia la capacità di concentrare il sostegno su quelle più produttive ed efficaci dal punto di vista economico. Non possiamo pensare di modificare la struttura della domanda. I nostri turisti sono persone mature e anziane per l’alberghiero, famiglie per l’extra alberghiero. Chi pensa di cambiare l’offerta per attirare i giovani fa solo proposte velleitarie. C’è poi il turismo di prossimità (quello che va e viene in giornata) che non è un segmento da sottovalutare, anche se non interessa le strutture ricettive. Su tutti questi segmenti (tranne quello dei campeggi e degli autobus, difficilissimi da intercettare) l’offerta culturale è leva di marketing importante, se affiancata e sinergica a quella principale, rappresentata dalle Isole Borromee e da Villa Taranto. Molto è stato fatto negli ultimi anni. Domodossola con Casa De Rodis e Palazzo San Francesco e Verbania con la rinascita del Museo del Paesaggio e le stagioni del Maggiore hanno fatto fare un grande salto di qualità all’offerta culturale. Ma è necessario che le amministrazioni non disperdano le risorse verso iniziative spot che non hanno nessun effetto positivo sull’ attrattività turistica.

Vorrei infine ritornare sul parametro indicato come ICity rate, di cui abbiamo parlato all’inizio. Questo parametro, che vede in testa alla classifica Milano, ci dice che è inutile parlare di innovazione e digitalizzazione se questi interventi non si innestano su un contesto sociale inclusivo e partecipativo e su servizi efficienti.

Siamo così tanto indietro in questa classifica per tre ragioni fondamentali: perché la popolazione è vecchia, perché non siamo capaci di fare sistema e infine perché Verbania (anche per le prime due ragioni) non riesce a svolgere appieno il suo ruolo di capoluogo, perché alla fine un capoluogo ci vuole, che sia capace di fare da volano per tutte e tre le anime del VCO. Ma tra le tre ragioni, quella che veramente fa da freno allo sviluppo è la seconda. La perenne litigiosità, il campanilismo, l’incapacità di collaborare tra amministrazioni, gli odi irrazionali quando non surreali sono un limite fortissimo allo sviluppo del territorio. Chi alimenta la frammentazione e la divisione è responsabile del lento ma inesorabile degrado che lascerà ai nostri figli su questo territorio. Guardate bene gli indicatori che formano la graduatoria di ICity rate e pensate per ciascuno di essi quale salto di qualità si potrebbe generare se su temi come l’inclusione sociale, l’attrattività turistico-culturale, l’aria e il suolo, la mobilità, la partecipazione civile, ecc. si generasse un atteggiamento collaborativo e coerente di tutte le amministrazioni del  Verbano Cusio Ossola, superando le divisioni partitiche o addirittura personalistiche. In questo contesto si deve poter parlare anche di una sorta di ‘rifondazione’ del Distretto Turistico. Con chi ci sta. Gli altri pensino al loro condominio e contribuiscano a far morire i loro comuni, assumendosene la responsabilità. Io penso che l’iniziativa debba essere di Verbania. E’ un dovere.

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TEATRO A VERBANIA: UN’IDEA VINCENTE E DUE TRAGICI ERRORI di Claudio Zanotti

L’intuizione di dare alla nostra città e al suo  entroterra un nuovo teatro civico si è rivelata vincente, ma si è affermata a prezzo di due tragici e ormai irrimediabili errori: una localizzazione urbanisticamente folle e una struttura impiantistico-edilizia mal congegnata e condizionata da limiti gravi e insuperabili. Il primo errore ha cancellato per sempre l’idea di costruire il “cuore” della nuova città là dove l’avevano pensata generazioni di avveduti amministratori, cioè tra piazza Mercato, piazza F.lli Bandiera e il nuovo quartiere di S. Anna. Il secondo errore ha regalato alla città una struttura irrazionale e costosissima, che solo il fascino del teatro e la seduzione della cultura ci aiuteranno piano piano ad amare.

Qualche settimane fa da queste pagine virtuali sollecitavamo gli uffici del Comune di Verbania a produrre  la rendicontazione 2017 della gestione del CEM, necessaria per capire meglio cosa succederà al Maggiore quando alla gestione diretta dell’Amministrazione comunale sarà gradualmente e compiutamente subentrata la neocostituita, omonima Fondazione. In questi giorni il documento è stato reso disponibile e i nostri lettori possono consultarlo qui. I cosiddetti “grandi numeri” ci dicono che nel primo anno di gestione “a regime” (depurata quindi dalle spese una tantum tipiche della fase d’avvio) il bilancio della struttura chiude con un disavanzo di circa 600.000 €, risultato aritmetico della sottrazione alla totalità delle Spese (€ 1.025.000) della totalità delle Entrate (€ 430.000). Una cifra sostanzialmente in linea con il rendiconto del primo anno di attività, peraltro conteggiato non sull’anno solare ma sulla “stagione” (giugno 2016-giugno 2017, disavanzo di € 700.000).

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Una migliore comprensione delle dinamiche gestionali richiede però qualche considerazione sulle singole voci di bilancio. Le Entrate “proprie” assommano in realtà a 280.000 € (225.000  di biglietti/abbonamenti, 42.000 € di affitto delle sale e del bar, 12.000 € di sponsorizzazioni), mentre 150.000 € costituiscono il contributo economico riconosciuto della Regione Piemonte al Comune e per questa ragione sostanzialmente estraneo ai ricavi propriamente detti.

Più complessa appare invece la sezione “Spese”. La parte del leone spetta alla  cosiddetta “gestione ordinaria”, che – ripartita in una quindicina di “voci” che sarebbe forse opportuno dettagliare in maniera più puntuale – è costata 560.000 €. La rata annua per l’ammortamento del mutuo a suo tempo contratto per finanziare una parte del costo dell’opera è di 66.000 €. Il costo del personale addetto al Cem raggiunge i 133.000 € e comprende circa 3,5 unità di personale (dipendenti del Comune impiegati in percentuali che vanno dal 20% al 100% del tempo-lavoro per attività del Cem). Paiono tutt’altro che irrilevanti le spese per le utenze (acqua, telefonia e soprattutto energia), che raggiungono i 160.000 € e quelle per le manutenzioni ordinarie (52.000 €, su una struttura che nel 2017 non aveva ancora due anni di vita).

Sembrano invece essere spese di investimento (e dunque non ripetibili negli anni seguenti) le somme per la costituzione della Fondazione (56.000 €, di cui 52.000 € di dotazione patrimoniale conferita dal Comune alla nuova Fondazione, somma uguale a quella conferita dall’altro socio, ovvero la Regione Piemonte) e quelle (16.000 €) per l’acquisto di arredi e impianti.

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Per una più realistica valutazione del bilancio a regime del Cem è a nostro parere necessario sottrarre ai costi della gestione corrente i 70.000 € investiti in patrimonializzazione della Fondazione e in arredi/impianti, mentre i 150.000 € di trasferimento regionale non devono essere allocati tra i Ricavi, ma considerati per quello che in realtà sono, cioè un contributo a ridurre la quota di disavanzo a carico del Comune. In altre parole, considerando i ricavi propri a 280.000 € e le spese correnti a 955.000 € (1.025.000 meno 70.000 di spese di investimento), il disavanzo della gestione corrente assomma a € 675.000, coperto con risorse  pubbliche del Comune (525.000 €) e della Regione (150.000 €). Conviene sempre non dimenticare che nel 2011 la maggioranza destro-leghista approvò il Piano di Gestione del Cem sostenendo che il disavanzo sarebbe stato di € 22.903 (leggere qui, e poi le relazioni linkate): difficile immaginare qualcosa di più lontano dalla realtà, come oggi possiamo documentatamente affermare.

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Si può dire oggi una parola conclusiva e definitiva sull’avventura del teatro cittadino, concretamente avviata nel 2006 con il bando europeo di progettazione sulla piazza F.lli Bandiera vinto da Arroyo? Credo di sì. L’intuizione di dare alla nostra città e al suo  entroterra un nuovo teatro civico di medie dimensioni (500/600 posti) si è rivelata vincente e lo ha dimostrato in questi due anni il gradimento riservato dalla popolazione alle rassegne e alle iniziative culturali (teatro, musica, danza, “Lampi sul loggione”) organizzate  dal Comune e dall’associazione “Lampi sul teatro”: di questo aveva bisogno la nostra città. Questa intuizione vincente si è però affermata a prezzo di due tragici e ormai irrimediabili errori, le cui conseguenze Verbania pagherà per decine e decine (centinaia?) di anni: una localizzazione urbanisticamente folle (leggi qui, terzo capoverso) e una struttura impiantistico-edilizia mal congegnata e condizionata da limiti gravi e insuperabili (leggi qui). Il primo errore ha cancellato per sempre l’idea di costruire il “cuore” della nuova città nata nel 1939 là dove l’avevano pensata generazioni di avveduti amministratori, cioè tra piazza Mercato, piazza F.lli Bandiera e il nuovo quartiere di S. Anna. Il secondo errore ha regalato alla città una struttura irrazionale e costosissima, che solo il fascino del teatro e la seduzione della cultura ci aiuteranno piano piano ad amare.

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LA SASSONIA E LA SUA PIAZZA, MISURA DEL DESTINO DELLA CITTA’ di Claudio ZANOTTI

Ha ancora senso oggi parlare di “cuore” della città, cioè di un disegno politico complesso (per qualità urbanistica, edilizia, architettonica, funzionale) in grado di edificare e di rendere finalmente visibile la vocazione unitaria di Verbania, superando la frammentazione dei borghi originari e rendendo ragione di un’ambizione che ha guidato e sostenuto la passione di più di una generazione di amministratori?”

Qualche giorno fa il Consiglio Comunale ha approvato l’inserimento nel Documento Unico di Programmazione del progetto del primo lotto del parcheggio interrato di piazza F.lli Bandiera. La decisione del Consiglio, assunta a tamburo battente nonostante la complessità dei nodi tecnici del progetto del primo lotto e la rilevante problematicità urbanistica del disegno complessivo di intervento sulla piazza (ne abbiamo trattato in questo articolo), merita una breve riflessione critica proprio per quanto concerne quest’ultimo aspetto.

Il dibattito quarantennale sul destino della piazze Mercato e (soprattutto) F.lli Bandiera ha ruotato intorno alle funzioni pubbliche da assegnare a quest’area strategica della città, allo scopo di realizzare una riuscita cucitura urbanistica tra i quartieri della Sassonia e di S. Anna – ad un tempo “periferici” rispetto ai borghi di riferimento di Intra e di Pallanza e “centrali” rispetto alla nuova geografia urbana di Verbania – e di creare finalmente il “cuore” del Comune nato quasi ottant’anni fa. Concluso l’addensamento demografico di S Anna con il completamento del Piano Edilizia Economica e Popolare varato negli anni ’70 e fisicamente uniti i due quartieri con la costruzione del Terzo Ponte nel 2004, restava l’obiettivo più complesso e ambizioso: fare della grande piazza della Sassonia il “cuore” del nuovo centro cittadino.

Questo disegno aveva infine preso forma nel grande progetto di un nuovo polo a fortissima vocazione culturale e sociale, imperniato su quattro luoghi di elevato valore simbolico, storico e architettonico: il nuovo teatro in piazza F.lli Bandiera arricchito da spazi commerciali e di ristorazione; l’ex Camera del Lavoro recuperata a rinnovate funzioni pubbliche (Ufficio del Cittadino/Urp, Ufficio Turistico, servizi decentrati della biblioteca civica, ecc.); la piazza attrezzata per eventi culturali all’aperto compresa tra teatro ed ex Camera del Lavoro; la Casa Ceretti come terza prestigiosa sede espositiva del Museo del Paesaggio. Insomma, un complesso di luoghi e di funzioni in grado di essere un volano straordinario per la riqualificazione terziario-direzionale e commerciale non solo del quartiere, ma di tutta Intra (l’idea suggestiva di creare un grande centro commerciale “aperto” e senza soluzione di continuità tra il centro storico della “contrada” e la Sassonia). L’arrivo nel 2009 del destro-leghismo ha distrutto per sempre questo disegno, confinando il teatro nel “non-luogo” urbanistico dell’ex arena.

Che cosa ha a che fare il progetto di recentissima approvazione di piazza F.lli Bandiera con l’idea di ricucire urbanisticamente S. Anna e Sassonia e di fare di quest’ultima il “cuore culturale e sociale” della nuova Verbania? Poco o forse nulla. Gli attuali parcheggi verranno interrati (80 con il primo lotto, 170 con il secondo se e quando si farà) e sulla piattaforma rialzata di accesso al piano sotterraneo sarà realizzato uno spazio pedonale attrezzato con essenze botaniche compatibili con il suolo d’appoggio e con sedute e brevi percorsi pedonali di varia tipologia.
SassoniaRidimensionata la suggestione del rendering, che abbiamo imparato in questi anni a considerare – appunto – suggestione, quale funzione potrà svolgere questa piazza/piattaforma botanico-pedonale una volta realizzata? Sarà fruita come una sorta di parco urbano di quartiere, in un contesto peraltro a limitata attrattività per la scarsa presenza di luoghi di aggregazione (esercizi commerciali, uffici pubblici, bar/ristoranti)? Quali nuove, stabili, importanti funzioni collettive renderanno vissuta e ricercata dalla nostra comunità cittadina quest’area liberata dallo stazionamento veicolare di superficie? L’ambizione di costruire intorno agli importanti addensamenti demografici della Sassonia e di S. Anna, separati da un torrente ma fisicamente uniti da un ponte veicolare e ciclopedonale, il “cuore” della nuova città a ottant’anni dalla sua unificazione amministrativa, può davvero essere realisticamente affidata a questa piazza che i documenti di bilancio dicono costerà 7,5 milioni? A proposito di piazze, a meno di un chilometro dalla Sassonia possiamo considerare il destino di piazza Città Gemellate, anch’essa realizzata sopra un parcheggio pubblico, contornata da edifici residenziali e pure arricchita dalla presenza di Bennet, del Centro per l’Impiego e di qualche esercizio commerciale. E’ divenuta spazio di aggregazione anche solo per il quartiere che la ospita? A qualche lustro dalla sua edificazione, possiamo dire di no.

Queste poche righe si chiudono però su un interrogativo più radicale e inquietante. Ha ancora senso oggi parlare di “cuore” della città, cioè di un disegno politico complesso (per qualità urbanistica, edilizia, architettonica, funzionale) in grado di edificare e di rendere finalmente visibile la vocazione unitaria di Verbania, superando la frammentazione dei borghi originari e rendendo ragione di un’ambizione che ha guidato e sostenuto la passione di più di una generazione di amministratori? Questa città, che oggi appare invecchiata, litigiosa e querula, conserva ancora memoria della sfida a cui la storia del secondo ‘900 l’ha chiamata?

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ACETATI: LA PAROLA AL MONDO AMBIENTALISTA

Il gruppo ambientalista, il gruppo ecologisti e l’ARCI, attraverso la commissione ambiente e stili di vita, sottopongono alla Città e all’Amministrazione Comunale di Verbania le seguenti riflessioni relative all’area Acetati sulla quale attualmente è vivo il dibattito cittadino.

E’ di tutta evidenza che detta area detenga un’importanza strategica fondamentale per la futura evoluzione della Città, anche in considerazione della sua baricentrica collocazione urbanistica e della notevole estensione in termini di superficie.

Una strategia di sviluppo di quest’area non può risolversi con soluzioni affrettate o dettate da opportunità economiche contingenti (vedi esclusivo interesse del privato) a scapito di soluzioni ragionate in prospettiva, attraverso un’analisi e uno studio di quelle che potrebbero prefigurarsi come le componenti caratterizzanti il futuro socio-economico, culturale e ambientale della nostra Città. Tale obiettivo non può essere perseguito in modo semplicistico e riduttivo, ma deve avvalersi della consulenza e dell’apporto di strumenti e dati più scientifici, unitamente a un’indagine conoscitiva delle future esigenze del territorio.

A questo proposito, visto il preminente interesse della comunità cittadina sul destino dell’area in questione, pare opportuno un coinvolgimento consapevole di tutti gli organismi democratici e partecipativi, delle associazioni, del mondo economico, dei cittadini per aprire un dibattito serio che miri a un utilizzo dell’area proprio per dare risposte ai bisogni ed alle prospettive della città. Pensare ad un nuovo sviluppo che sia ambientalmente sostenibile, ovvero che non dilapidi e depauperi il patrimonio naturale, deve rappresentare un caposaldo delle scelte da compiere. Bisogna dare un respiro lungo e guardare lontano con perspicacia alle proposte sul futuro socio urbanistico dell’area se si vuole davvero cambiare strada e dare speranze nuove alla città.

L’area ex Acetati può rappresentare una grande opportunità per pensare ad innovazioni produttive ad alto contenuto tecnologico sia nei settori economici primari che secondari, uno spazio per rilevanti iniziative sociali, culturali, espositive ed economiche e di servizi alle persone innovativi e di grande qualità che si distinguano per originalità e siano in grado di esercitare attrattiva a livello locale, nazionale e internazionale. (È di questi giorni ad es la notizia che nel centro urbano di Tunisi hanno realizzato la “città della cultura” che esercita già suggestioni e interessi per le sue caratteristiche di unicità e di innovazione)

Verbania rappresenta poi la porta di accesso a importanti aree protette che possono rappresentare un elemento importante per un turismo naturalistico, ecologico, culturale e wilderness. Si pensi alla Riserva Naturale di Fondotoce, area naturalistica unica in Verbania e luogo di migrazioni di importanza europea, alla Riserva della Santissima Trinità di Ghiffa, Patrimonio mondiale dell’UNESCO, al Parco Nazionale della Valgrande, una delle aree selvagge più vaste d’Europa. Va assolutamente superata una visione localistica e parcellizzata di tali ricchezze presentando unitariamente in un centro informativo, espositivo e scientifico elementi e aspetti unici del nostro territorio e della nostra Provincia quali le ricchezze naturalistiche, storico-culturali e museali ampiamente presenti nel nostro territorio.

Si ritiene poco lungimirante e innovativo ricadere nell’ ormai anacronistica logica dei poli commerciali, già ampiamente diffusi nel nostro territorio, che non possono far altro che impoverire e appiattire il tessuto economico cittadino a scapito di un riconoscimento e di una volontà di valorizzazione di cui le potenzialità dei nostri luoghi sono meritevoli.

Di conseguenza riteniamo inoltre che la destinazione commerciale di una parte dell’area, prevista nell’ambito del master plan recentemente reso pubblico, sia del tutto sconveniente anche perché rappresenterebbe un elemento di grave penalizzazione dell’attuale assetto commerciale e artigianale di dettaglio che, a nostro avviso, andrebbe invece potenziato in  qualità e specificità  a favore di una migliore attrattiva turistica e per   ridare anima e vitalità ai nostri centri storici come luoghi di incontro e di socialità.

Si presenta finalmente l’occasione per una riqualificazione e valorizzazione dell’area in questione, dopo una fase storica che ha visto la presenza di attività industriali nel centro cittadino che hanno notevolmente alterato l’equilibrio ambientale e paesaggistico.

Riteniamo  altresì fondamentale un serio e prioritario intervento di bonifica dell’intera area per riconsegnarla come rinnovata risorsa alla fruizione collettiva.

Bisogna sciogliere con determinazione e nella massima sicurezza tutti i nodi ambientali relativi alla situazione dell’area industriale. Le problematiche relative alla presenza di inquinanti, dei pozzi per l’approvvigionamento idrico della città e la recente constatazione dell’aumento della temperatura delle acque nel sottosuolo vanno affrontate prioritariamente. In tal senso indichiamo come indispensabile la consulenza di enti preposti ai monitoraggi ambientali quali ad esempio iI Cnr e l’Arpa e le istituzioni sanitarie locali.

Siamo inoltre consapevoli dell’attuale tendenza presente a livello globale che vincola le scelte urbanistiche all’obiettivo di perseguire sul territorio una cultura il più possibile “green”, privilegiando in particolare la riqualificazione dei nuclei urbani attraverso l’insediamento di zone a parco ecologico, all’interno delle quali si realizzi un giusto equilibrio tra ecosistema, benessere delle persone e sviluppo di attività produttive compatibili con tale  filosofia.

Verbania, 2 dicembre 2018

Pizzardi Giancarlo         Spezia  Marica            Zorzit Marcella       Ciuffetelli Roberto    

Caruso Paolo           Gabasio Laura            De Ambrogi Gianni                Auguadro Tiziano 

Prezioso Dario         Maglio Flavio             Serafini Livio

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