TEMPO DI CORONAVIRUS, TEMPO DI POLITICA

Dopo la pandemia il Paese avrà l’ultima occasione per rigenerarsi: via le Regioni, potenziamento di Province e Comuni, azzeramento dell’evasione fiscale, riforma tributaria tra lavoro e rendite, imposta patrimoniale straordinaria, rigenerazione della pubblica amministrazione, lotta al burocratismo, rinascita della vocazione socio-economica dei territori. Ci sarà molto da fare in Italia e anche nel Vco. Ma è probabile che non si faccia nulla.

VERBANIA VENTITRENTA

La tragedia del coronavirus è piombata sull’opinione pubblica con una forza straordinaria, spazzando via dal dibattito politico ogni questione non immediatamente riconducibile all’emergenza sanitaria e alle implicazioni sociali ed economiche del lockdown della nazione. Eppure alcuni commentatori sui media nazionali ci ricordano che mai come ora la politica rivendica una stringente attualità, legata non solo alle decisioni di carattere eccezionale (le manovre finanziarie d’emergenza, l’individuazione di risorse straordinarie in sede europea, il convogliamento del risparmio nazionale a sostengo del debito pubblico…) che dovranno essere prese per assicurare nel breve e medio periodo la tenuta del paese, ma anche alla necessità di modificare in profondità assetti politico-istituzionali e socio-economici che la crisi del coronavirus ha fatto emergere con drammatica evidenza.

Se ne indicano cinque, che a nostro parere possono interrogare e mobilitare “dal basso” la buona politica: il sostanziale fallimento del regionalismo avviato nel 1970; il marasma in cui da anni annaspa il sistema delle autonomie locali (il destino delle Province sospese nel limbo delle legge Delrio e la certificata insostenibilità della polverizzazione dei Comuni: a mo’ d’esempio, 74 nel Vco per 157.000 abitanti); il ruolo dello Stato nell’erogazione di servizi pubblici essenziali, in primis la sanità; la riforma radicale della fiscalità, imperniata sulla lotta al crimine dell’evasione fiscale e al trasferimento di quote crescenti dell’imposizione fiscale dai redditi da lavoro alla rendita e ai patrimoni; il coinvolgimento di tutte le energie anche sul piano locale per ridefinire e rilanciare la vocazione economico-produttiva dei singoli territori.

Regioni al capolinea. Non mette conto spendere troppe parole per segnalare il tracollo di credibilità, autorevolezza ed efficienza delle Regioni ai tempi del coronavirus, che si riassume emblematicamente nella débâcle di uno dei sistemi sanitari più celebrati del Paese, quello della Lombardia. Il protagonismo esasperato dei “governatori”, lo scollamento tra Regioni e governo nazionale e le tensioni tra le Regioni imprimono il sigillo sull’esaurimento progressivo di un’esperienza nata cinquant’anni fa e che da almeno un quarto di secolo sperimenta una deriva oggi divenuta inarrestabile. Non è però sempre stato così. I primi vent’anni di regionalismo presentano – almeno nel Centro Nord –  un bilancio decisamente positivo, che abbiamo potuto misurare anche sul piano locale e che è puntualmente documentato nella seconda parte di questo articolo di un anno e mezzo fa. Dai primi anni ’90, in concomitanza non casuale con la fine della prima repubblica e l’avvento del destro-leghismo, le Regioni si sono in larga misura trasformate in luoghi di elezione per le carriere di ambiziosi e sprovveduti leaderini di territorio, per caciccati locali, per la scimmiottatura dell’autodichia parlamentare, per la sistematica coltivazione del privilegio attraverso il professionismo politico, per la replicazione di ridicole clientele territoriali alimentate a colpi di nomine, incarichi, prebende e sinecura. A coronamento di tutto, la vergognosa e infinita “Rimborsopoli” che da anni ci accompagna come un fiume carsico.

La catastrofe della pandemia basterà per mettere la parola “fine” a questo fallito regionalismo? Le alternative non mancano: la più radicale prevede la soppressione tout court delle Regioni (in primis quelle a Statuto Speciale) così come le conosciamo dal 1970, contestualmente al ripristino (e al potenziamento) delle competenze delle Province e alla creazione di un’assemblea regionale costituita dai presidenti delle Province e dai sindaci dei Comuni capoluogo con funzioni di indirizzo, programmazione e coordinamento (niente facoltà legislative e compiti esecutivo-gestionali); un’altra ipotesi potrebbe essere quella delle cosiddette “macroregioni” (cfr. lo studio di qualche anno fa della Fondazione Agnelli), guardando al modello del Land tedesco e senza dimenticare che l’Italia non è la Germania….

Comuni e Province. L’archiviazione della fallita esperienza regionale implica un altrettanto radicale ripensamento e potenziamento di Province e Comuni. Due i passaggi: il primo consiste nel cestinare la cosiddetta “riforma Delrio”, ripristinando il ruolo delle Amministrazioni provinciali, alle quali conferire anche la gestione di attività e servizi a rilievo territoriale o di area vasta oggi in capo alle Regioni; il secondo dovrebbe invece prevedere l’accorpamento obbligatorio dei piccoli Comuni per aree morfologicamente omogenee e con un numero di abitanti per la nuova entità comunale non inferiore a 3.000/5.000 e la fusione fortemente incentivata per i Comuni sopra i 3.000/5.000 abitanti. Per parte nostra, già alcuni mesi fa da queste pagine (vedi qui e qui) proponevamo la creazione di un grande capoluogo (il nuovo Comune di “Città dei Laghi” o di Verbano Tocense) di almeno 50.000 abitanti nel cuore del Vco.

Con l’eliminazione (o il radicale ripensamento) della Regione, Province (potenziate e valorizzate) e Comuni (ridisegnati, e irrobustiti demograficamente) vedrebbero da un lato valorizzate le funzioni propriamente operative, gestionali ed esecutive, oggi mortificate dalle dimensioni lillipuziane di molti Comuni e dalla mancanza di risorse umane e finanziarie, e dall’altro recuperate le funzioni di pianificazione e programmazione (urbanistica e dei servizi pubblici locali) che da almeno una decina d’anni sono state di fatto abbandonate. E certamente le imponenti risorse finanziarie oggi assegnate o riconosciute alle Regioni, e molto malamente spese, potrebbero garantire alle rinnovate amministrazioni provinciali e comunali una robustezza economica oggi impensabile. E, last, but not least, nessuno sentirà la mancanza della lussureggiante produzione legislativa degli attuali Consigli Regionali, di qualità complessivamente scadente e di utilità discutibile.

Fisco, evasione, patrimoniale e burocrazia. Dall’abisso del coronavirus si dovrà uscire ripristinando una vera equità fiscale. Esattamente il contrario di quello che si è fatto negli ultimi dieci anni, dopo (ma anche prima…) la grande crisi dei subprime del 2008/2009. Come si può evincere dall’artigianale, spartano, ma molto eloquente prospetto qui di seguito riprodotto, l’Italia è il paese che ha – dopo il Belgio – la maggiore ricchezza privata e il minore indebitamento familiare  d’Europa, a fronte del maggior debito pubblico continentale; le entrate tributarie italiane sono inferiori a quelle di Gran Bretagna, Germania e Irlanda e allineate a quelle dei paesi latini; la spesa pubblica è simile tra i paesi dell’ UE, mentre la spesa pensionistica italiana è la più elevata. In questi numeri stanno tutte le difficoltà che l’Italia incontra nel negoziato europeo, quando chiede agli altri paesi (e a quelli nordici in particolare) di condividere il debito mediante gli eurobond, mentre possiede un’elevatissima ricchezza privata e si segnala per la maggiore evasione fiscale (è proprio così difficile cogliere il nesso tra la prima e la seconda?)

Prospetto fiscale e finanziario 2020

Al di là dell’esito del negoziato europeo, l’equità fiscale è una condizione indispensabile per tenere in piedi il paese dopo la pandemia. Equità fiscale significa: 1) spostare una quote significative del gettito tributario dal lavoro (oggi tartassato) alla rendita finanziaria e immobiliare (oggi privilegiata); 2) combattere senza tregua l’evasione fiscale, che va considerata un vero e proprio delitto; 3) applicare un’imposta straordinaria sui patrimoni e sui redditi più elevati. E magari mettere mano allo scandalo degli estimi catastali, il cui aggiornamento è già pronto e deve solo essere approvato (cosa che non è stata fatta dai governi Renzi e Gentiloni). Accanto all’equità fiscale, l’equità “prestazionale”. Ovvero, la profonda rigenerazione del pubblico impiego, afflitto soprattutto nell’Italia centromeridionale e insulare da un deficit di produttività e da un insopportabile burocratismo. Insomma, ci vorrebbe in Italia nel dopo pandemia un governo  impegnato a realizzare con la massima energia la riforma fiscale, in direzione dell’equità e della riduzione delle differenze scandalose tra ricchi e poveri, e la riforma del pubblico impiego, in direzione dell’equità tra tutele acquisite (stipendio sempre garantito, posto sicuro) e qualità della prestazione lavorativa. Qualcosa si potrebbe fare anche a livello locale.

Vocazione dei territori. Comunque vadano le cose (e non sappiamo se #andràtuttobene), l’economia nazionale uscirà dalla pandemia in condizioni drammatiche. Sarà necessario il concorso di tutte le intelligenze del paese per ricostruire gradatamente una condizione socio-economica accettabile (qui una riflessione significativa) e uno sforzo particolare competerà anche alle classi dirigenti locali (amministratori, politici, imprenditori, associazioni di categoria, intellettuali, agenzie formative…). Il nostro territorio non potrà esimersi dal ripensare la sua vocazione, riprendendo una pratica virtuosa purtroppo da tempo negletta. Tra il 2003 e il 2009 le istituzioni politico-amministrative e i soggetti socioeconomici del Vco avevano elaborato congiuntamente una serie di strumenti in grado di “pensare” razionalmente il nostro futuro a medio termine: il Piano Strategico del Vco 2003-2007; il Piano Territoriale Provinciale del Vco; il Piano Strategico dell’Area dei Laghi e il successivo Piano Integrato di Sviluppo Locale (2006-2007); il Programma Territoriale Integrato dell’intero Vco (2008). La progressiva e coerente attuazione delle previsioni di questa importante pianificazione è stata quasi subito azzerata da almeno tre fattori negativi: le ricadute pesantissime della crisi del 2009; il fallimento della breve e tormentata esperienza di governo del destro-leghismo in Comune, Provincia e Regione tra 2009 e 2014; la sostanziale cancellazione della Provincia come soggetto di pianificazione, programmazione, coordinamento e gestione del territorio. Il successivo tentativo (2015) di riprendere la buona pratica della pianificazione strategica dell’area dei laghi si è rapidamente arenato. Delle molte proposte ereditate dalla stagione di pianificazione territoriale del primo decennio del secolo due soltanto hanno avuto un significativo sviluppo, ed entrambe riguardano l’area verbanese: la realizzazione progressiva della grande pista ciclopedonale tra la piana di Fondotoce e la città; l’accordo tra Comune di Verbania e Università del Piemonte Orientale per la valorizzazione culturale e formativa del compendio di Villa San Remigio. Non è molto.

Claudio Zanotti            Paolo Sulas            Giuseppe Grieco            Fabrizio Caretti

Questa voce è stata pubblicata in Politica provinciale. Contrassegna il permalink.