A ROMA COME A VERBANIA, DA SOLI NON SI VA DA NESSUNA PARTE di Diego BRIGNOLI

Chiusi nella nostra cinta daziaria Verbania è destinata a vivacchiare. Occorre che la nostra città assuma con coraggio il ruolo di capoluogo, si metta alla testa di proposte e impegni che includano gli “altri”. Un percorso complicatissimo e dall’esito affatto scontato ma obbligato, inevitabile. Chi altri lo può fare? Occorre che Verbania impari a valorizzare le sue peculiarità, le sue eccellenze. Il futuro non appare particolarmente roseo, occorre avere dei sogni, dei progetti. E occorre fare squadra.

Ho preferito ultimamente dedicare il mio tempo a tematiche di ampio respiro. Temi che possono apparire oziosi a fronte delle pragmatiche questioni del vivere quotidiano e dell’amministrare.  Non credo sia occupazione irrilevante. Penso anzi sia indispensabile uno sforzo di approfondimento per ripartire dai fondamentali, dai fondamenti stessi della nostra democrazia, dalla cultura, dalle idee, dal pensiero largo. È il momento che stiamo vivendo che lo impone. Non solo il pensiero  che più mi appartiene, di sinistra, ma l’intero pensiero democratico, liberale, internazionalista, rischiano di essere spazzati via, di rimanere esclusi ed estranei. Un patrimonio di idee messe all’angolo per i prossimi venti o trent’anni.

Siamo di fronte all’eliminazione di qualsivoglia crescita culturale, alla demolizione delle competenze; un oggi fatto di editti dai balconi, ostentati toni muscolari, paternalismo autoritario, isolazionismo, personalizzazione e leaderismo, caratterizzazione degli aspetti privati e personali in una demenziale rincorsa sui social, progressiva e inarrestabile delegittimazione dei corpi intermedi, un attacco forsennato alle istituzioni democratiche, all’equilibrio tra potere esecutivo e potere legislativo. È di questi giorni e queste ore l’indecoroso spettacolo di un parlamento umiliato, offeso, privato del diritto-dovere persino di discutere il bilancio dello Stato. Personalmente ho votato per chi sta all’opposizione, mi è naturale approvarne le proteste; ma non sto parlando della sola opposizione. Come possono i membri della maggioranza accettare una simile situazione? Cosa può pensare chi ha votato per una maggioranza che esclude i suoi rappresentanti dalle decisioni?

Una simile situazione non può non avere ripercussioni diffuse ed estese, con metastasi nell’intero corpo sociale. Qualche anno fa definii la nostra città afflitta da un sentimento di “rancorosa depressione”;  oggi è il Censis che descrive gli Italiani disorientati, arrabbiati, intolleranti e incattiviti, confusi da una sorta di “sovranismo psichico”.  La stagione dell’arroganza, e una larga parte di sinistra non ne è stata indenne, ha lasciato un paese di incazzati, in cui primeggiano individualismo e insoddisfazione. Qui e ovunque. Mi si accuserà di eccesso di pessimismo. Mi auguro sia così.

I primi mesi del prossimo anno saranno probabilmente decisivi, anche se nulla in politica è definitivo,  con una serie di importanti appuntamenti elettorali: amministrative, regionali ed europee. Sempre che nulla accada al governo nazionale. È sempre difficile avviarsi ad una campagna elettorale specie se giocata su così svariati fronti. Prevarranno, e già cominciano ad emergere, i soliti vecchi riti: candidature più o meno condivise, vecchi e nuovi posizionamenti, programmi che non scontentino nessuno. Poco spazio per ragionamenti che vadano oltre lo stretto orizzonte spazio temporale della scadenza elettorale e che inesorabilmente soffrirebbero dell’effimero consenso di governanti che, come spesso accade, ben presto ne perderebbero memoria.

Credo invece sia il tempo di impostare qualche ragionamento, aperto, lungimirante, forse, ahimè, complesso e dall’esito incerto; ma le troppe semplificazioni non aiutano a ricostruire. Ovunque, a qualunque livello, occorre ricucire legami, appartenenze, comunità. L’esatto contrario di quanto sta avvenendo, con un’agenda politica impostata sul “prima gli Italiani”, che poi si declina in prima la mia regione, la mia città, il mio quartiere, il mio condominio, insomma, “prima io”. Ognuno per sé, in una sorta di localismo sovranista, di padroni a casa propria in case sempre più piccole e chiuse.

Confesso di non essermi mai troppo appassionato alle tematiche di autonomia e specificità. Credo esista un enorme bisogno di rispetto e di attenzione alle esigenze delle persone, di tutte le persone, indipendentemente dal luogo di provenienza o di residenza. È una questione di democrazia, di uguaglianza. Il continuo inseguire richieste di autonomia rischia di accentuare quelle disuguaglianze il cui superamento è (o dovrebbe essere) il principale motore della politica. Richieste  che assumono peraltro due diversi aspetti: da un lato la richiesta di salvaguardare la propria posizione di privilegio (mantengo sul mio territorio, a beneficio dei miei cittadini, quanto lo Stato preleva), dall’altra la richiesta di particolari trattamenti in virtù di vere o presunte ragioni di disagio, di fatica, di sfiga. È il caso delle ricche regioni del nord che tramite referendum (Veneto e Lombardia) o tramite contrattazione con lo Stato centrale (Emilia Romagna e, in misura minore, Piemonte) chiedono maggior autonomia; ed è  il caso della nostra provincia che tenta di salire sul carro della ricca e benevola Lombardia e che a più riprese tenta di affermare una propria specificità.  Non voglio certo dire che non esistano differenze e specificità; positive o negative, favorevoli e svantaggiose. È evidente a tutti che il nostro territorio abbia una propria specificità, peraltro ufficialmente  riconosciuta (Legge Regionale n.8 del 20 aprile 2015) ma che non ha sortito effetti.   Da qui i malumori, il disagio, le firme pro referendum, l’ennesima ragione di incazzatura.   So bene di non attirarmi i favori di molti. Facile, molto più facile, assecondare o prospettare benefici e miglioramenti per chi ci è più prossimo. Che poi ciò si avveri non ha molta importanza, la colpa è comunque degli “altri”. Mi spiace, rimango dell’idea che non ci si salvi da soli e che  quella che molti chiamano ormai “la secessione dei ricchi del nord” sia una proposta pericolosa. Perché mai i cittadini delle regioni più ricche avrebbero diritto a servizi maggiori?  Chiaro che di maggiore autonomia regionale si possa ragionare, anzi forse in qualche caso ciò comporterebbe una più attenta gestione della spesa. Ma da lì a chiedere l’autonomia per tutte le 23 materie per cui sarebbe possibile ce ne corre. Sanità, istruzione, previdenza complementare, potere di interdizione sulle grandi opere a diretta competenza delle regioni del nord: la realizzazione del progetto e del disegno a lungo accarezzati dalla lega. Mi spiace che anche regioni a ben diversa guida si siano (chi più chi meno) aggregate. Sempre più soli, isolati, estranei: davvero in un mondo dominato dall’economia globale qualcuno può pensare di andarci da solo? Davvero qualcuno può pensare  di poter affermare la propria autonomia anche nei confronti di una Germania pigliatutto? Consiglio a veneti e lombardi di prendere lezioni di tedesco.

La gestione di tutto questo pare essere a totale guida leghista, nella mani della ministra Erika Stefani, con il M5S legato dal “contratto”: la negazione della politica fatta di accordo e mediazione, l’affermazione del “questo a te questo a me”. I tempi stringono, il premier Conte ha annunciato l’avvio del negoziato entro la metà di febbraio. Non so cosa dirà il Presidente Mattarella, garante dell’unità nazionale,  nel discorso di Capodanno, confido nella sua ferma saggezza.

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 Possono queste mie riflessioni, oltre a  non essere condivise, apparire estranee al contesto  locale. Il meccanismo è sempre lo stesso: da soli non si va da nessuna parte, chiudere le frontiere è inutile e dannoso. Come ha giustamente sottolineato Giovanni Margaroli da queste pagine,  senza immigrati l’Italia scompare, e Verbania prima ancora. Chiusi nella nostra cinta daziaria Verbania è destinata a vivacchiare. Occorre che la nostra città assuma con coraggio il ruolo di capoluogo, si metta alla testa di proposte e impegni che includano gli “altri”. Dannata parola, maledetti campanili! Occorre che Verbania sappia guardare oltre, ai territori dell’entroterra divisi tra comuni in affanno con i quali intavolare trattative e ragionamenti complessivi, non maldestri referendum. Un percorso complicatissimo e dall’esito affatto scontato ma obbligato, inevitabile. Chi altri lo può fare? Occorre che Verbania impari a valorizzare le sue peculiarità, le sue eccellenze. Peculiarità ed eccellenze che non sono racchiuse  nei labili confini comunali: qualità della vita, offerta turistica, natura e ambiente. Su questi temi occorrono collaborazione, strategie comuni, visioni generali,  forse anche un po’ di generosità. Il futuro non appare particolarmente roseo, occorre avere dei sogni, dei progetti. E occorre fare squadra. Verbania dovrà esserne all’altezza.

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