C’È SPERANZA PER LA POLITICA DOPO IL CORONAVIRUS? di Roberto NEGRONI

È quindi necessario che la (presumibilmente) lunga fase di ricostruzione post Covid-19 veda innanzi tutto un profondo ricambio delle classi dirigenti del Paese, a partire da quella politica, e se questo non avverrà, temo avrà ragione ancora una volta Calderola: “il nostro Paese sarà spacciato”. Un ricambio che porti, in tempi non troppo lunghi, alla ribalta quelle forze migliori, capaci e competenti che sappiamo (perché spesso vediamo all’opera) esserci, che possano prendere in mano le istituzioni e avviare un grande piano di cambiamento. 

Ho letto con ovvio interesse lo scritto apparso nei giorni scorsi su VerbaniaSettanta. Non mi stupisce che mi sia trovato a condividere molto di quanto letto, la qual cosa mi stimola a provare a mettere in bella copia qualche riflessione intorno ai principali temi là trattati, rispettandone l’ordine di esposizione.

Il giudizio circa il percorso dell’ente regionale, per una prima metà positivo e per la seconda disastrosamente involutivo, mi pare sia oggi condiviso da molti osservatori: il crollo della prima repubblica e la prevalenza del destro-leghismo a traino berlusconiano, sia nelle urne che con la sua subcultura amministrativa, è stato fattore determinante della radicale inversione. Aggiungiamoci però anche la scriteriata manomissione del Titolo V della Costituzione che, forse a fin di bene per dare compimento al dettato costituzionale e più forse ancora nel tentativo di arginare l’arrembante autonomismo poenta e bacalà, ha spianato la via allo stravolgimento dell’originaria impostazione e spalancato le porte, soprattutto con il  trasferimento alle Regioni della partita sanitaria, in primo luogo all’azzoppamento del giovane S.S.N., nato dalla riforma del ’78, e infine al disastroso marasma odierno (e proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se la delega si fosse estesa, come allora si paventò, anche alla scuola).

Il difetto sta però probabilmente nel manico, cioè in un dettato costituzionale che disegna un autonomismo un po’ acrobatico: spinge sul pedale del decentramento dei poteri, ma inibisce soluzioni federalistiche, e ci mancherebbe altro per ‘sto Paese, anche se chi oggi siede al vertice di una Regione si impanca “governatore”. Ne risulta un ibrido di oggettiva difficile attuazione, reso più improbabile dalla presenza delle Regioni a statuto speciale, oggi anacronistica e fonte di distorsioni quali la virtù alimentata dal privilegio degli uni e lo sperpero improduttivo di altri. Non credo però che “la catastrofe della pandemia basterà per mettere la parola fine a questo fallito regionalismo”, le sovrastrutture dell’inerzia e della pletora degli interessi costituiscono un baluardo formidabile. Mi pare più realistico sperare (ma non andrei oltre questo verbo) che l’onda delle critiche per la pessima prova fornita in questa occasione, anche se non da tutte le Regioni, unitamente al precedente florilegio di miserie, sia stimolo al legislatore per rimettere mano all’intera questione, apportando opportuni ridisegni (ad esempio, niente potestà legislativa ma, come giustamente detto nel testo che precede, “con funzioni di indirizzo, programmazione e coordinamento”) e ridimensionamenti (non necessariamente 21 attuali enti). Confermando però il presupposto che una qualche forma di rappresentanza e di autonomia su area vasta sia opportuna proprio per le funzioni appena indicate.

Togliere le province dall’attuale indecente limbo mi pare doveroso, non saprei però dire per farne cosa. Se guardo alla nostra esperienza, non ho dubbi: lasciamo perdere, abbiamo scherzato. Quale valore aggiunto per il territorio ha comportato la presenza del nuovo ente? Non so voi, io non ne vedo, semmai vedo i danni. Ed è un vero peccato, perché l’occasione era concreta. Se collochiamo in soffitta la nostra esperienza, devo riconoscere però l’utilità che in un Paese dai diecimila campanili ha una qualche forma di rappresentanza intermedia capace di gestire in debita scala quelle funzioni che l’ente regionale dovrebbe garantire su area vasta. Anche qui però ridisegno delle competenze e dell’assetto strutturale, nonché opportuno ridimensionamento, sarebbero irrinunciabili.

Va da sé che interventi ad ampio raggio come questi dovrebbero inevitabilmente investire anche il livello comunale, e qui è ovviamente prioritaria la correzione della frammentazione amministrativa che in regioni come il Piemonte e in province come il VCO raggiunge livelli particolarmente elevati. Il problema non è avvertito da oggi: un bello studio dell’IRES Piemonte, pubblicato nel 1992, già allora affrontava la questione e approntava soluzioni, sulla scorta di un ventaglio di parametri, per unioni e fusioni di Comuni dell’intero territorio regionale. Non mi pare che la cosa abbia avuto seguito. In tempi più recenti, anche da noi, Marco Parachini, assessore nell’unica giunta verbanese di centro-destra, aveva indicato la riduzione della frammentazione amministrativa del Verbano obiettivo di quella amministrazione, ma non sono seguiti risultati. Come pure modico effetto ha prodotto la legislazione in materia dell’ultimo decennio: nel VCO si è passati dai 77 Comuni iniziali agli attuali 74, lasciando quasi del tutto inalterata la folta compagine di minuscoli Comuni. Sulle ragioni delle resistenze a razionalizzazioni degli assetti comunali è inutile dilungarsi: inerzie burocratiche e interessi a mantenere centri di potere per quanto esigui pur sempre remunerativi; cioè, in scala ridotta, motivazioni non dissimili da quelle sclerotizzanti i livelli amministrativi superiori.

Insomma, il dopo Covid-19 dovrebbe generare, tanto per incominciare, un ampio processo di riforma istituzionale (e, inevitabilmente, costituzionale), che ridisegni complessivamente l’assetto delle autonomie. Ma qui subito un ostacolo si parerà davanti: si dirà giustamente che c’è prioritariamente ben altro da fare che imbarcarsi in vasti disegni di riforma istituzionale e costituzionale (che già fanno rizzare i capelli dopo l’esperienza del referendum renziano). D’altra parte, però, se si perde la spinta propulsiva della ricostruzione after the flood sarà ben difficile riprenderla più avanti. Poi un secondo ostacolo ci si troverà di fronte: chi dovrà progettare e realizzare questo vasto disegno di riforma? Questo ceto politico?

Cioè quella masnada di politici cresciuti alla ventennale scuola berlusconiana e messasi baldanzosamente all’opera tra le macerie del post-berlusconismo. Quella che in questo sfacelo istituzionale sguazza e ingrassa, quella il cui arrivismo e cinismo ha promosso la parte peggiore della prima repubblica a un coro di serafini, e che si guarderà bene dal modificare qualcosa, se non a proprio ulteriore vantaggio? Che è poi quello stesso ceto politico che ha pomposamente elevato a virtù la propria ignoranza e incompetenza e degradato a risibile prosopopea sapere e competenza altrui, con i risultati che la cronaca con sempre maggiore frequenza ci sbatte in faccia. Si, certo, occorre fare le debite differenze: non tutto il ceto politico è così, sopravvivono sacche e individualità diverse, dignitose culture politiche, purtroppo oggi non certo maggioritarie. Temo abbia ragione Peppino Calderola che giorni fa scriveva “Serve l’avvento di una nuova classe dirigente. Perché con quella attuale il nostro Paese è spacciato”.

Questo icastico giudizio calza ancora meglio se riferito all’altro argomento affrontato dal documento citato, quello della fiscalità. Scontate la difficoltà che il Paese incontra a causa della gravosità del debito pubblico e quella generata dal peso della partita pensionistica, il tema dell’equità fiscale e quello della lotta all’evasione sono due costanti del dibattito politico, certo più a parole che nei fatti. Il primo affonda le radici nella più ampia tematica della crescente disuguaglianza, che è fenomeno planetario in cui, come è noto, ha giocato un ruolo primario la coincidenza di alcuni macro-fenomeni dell’ultimo quarantennio, come l’accelerazione esponenziale del progresso tecnologico che ha rivoluzionato il mondo della produzione, il dilagare del verbo neo-liberistico che dal mondo anglosassone ha contaminato la visione politico-economica del mondo sviluppato, la fine del bipolarismo est-ovest che ha sconvolto i consolidati assetti degli scambi e dei mercati, l’impennata demografica e l’emergere prepotente di nuovi protagonisti della scena geo-politica mondiale. L’equità fiscale non stato un obiettivo seriamente perseguito negli ultimi decenni, neppure in Italia; la frattura sociale si è approfondita e solo a fronte delle crescenti tensioni delle aree e delle componenti più disagiate stanno imponendo la necessità non solo di interventi riparatori, ma di un complessivo riequilibrio. Ma, contrariamente ai ceti benestanti che non difettano di tutele, chi rappresenta oggi gli interessi di chi benestante non è? E quale ceto politico, quale classe dirigente possiedono culture e competenze idonee a varare e sostenere una riforma di questa portata?

La lotta all’evasione fiscale è poi uno dei tormentoni che da decenni ha piantato le tende in tutti i programmi politici e in tutte le gazzette. I risultati sembrano però permanentemente modesti. Eppure, decine di economisti e di giuristi spiegano che la lotta all’evasione non è un’impresa impossibile, che gli strumenti per condurla con successo ci sono tutti, basta usarli in modo metodico e sistematico; cosa che con ogni evidenza non avviene. D’altronde, il fenomeno ha ormai raggiunto una tale estensione e capillarità che l’intervento dovrebbe investire buona parte della società e non esiste certo parte politica che possa intestarsi seriamente una tale impresa senza mettere sotto tiro parti consistenti, quando non prevalenti, del proprio elettorato.

La domanda rimane allora sempre lì: chi dovrà progettare e realizzare questi vasti e indispensabili disegni di riforma per riportare l’Italia là dove è giusto che debba collocarsi, visto che il ceto politico del Paese (ma potremmo dire l’intera sua classe dirigente) ha tanti buoni motivi per soprassedere? Forse questo dovrebbe essere oggi il ruolo preminente dell’Unione Europea, si, certo, a sostenerci nell’attuale apocalittica sciagura, ad aiutarci a non sprofondare nel default economico, ma anche a imporre quelle norme, quelle prassi e quelle metodiche di convivenza e organizzazione civile che a noi (ma non soltanto a noi) risultano tanto ostiche. Alcune nostre incapacità, in larga misura tutt’altro che innocenti, mi paiono ormai cronicizzate e inamovibili; una forza propulsiva interna capace di suscitare un cambiamento non si profila all’orizzonte; al contrario, ben attive sono robuste forze orientate a divisioni e contrapposizioni di genere involutivo. Credo perciò si soffra uno spasmodico bisogno di Europa, di una Europa sempre più federale, capace di produrre una legislazione comune che sia alta, cioè vincolo e soprattutto guida per gli Stati aderenti, magari proprio a partire da quella legislazione fiscale, che sarebbe necessaria non soltanto per le ragioni qui dette. Perseguire questi obiettivi dovrebbe essere l’impegno di paesi come l’Italia, sforzandosi di accantonare l’amarezza e la delusione per l’attuale condizione che induce anche molti europeisti a dubitare del sogno di Ventotene.

“Comunque vadano le cose (…), l’economia nazionale uscirà dalla pandemia in condizioni drammatiche. Sarà necessario il concorso di tutte le intelligenze del paese per ricostruire gradatamente una condizione socio-economica accettabile (…) e uno sforzo particolare competerà anche alle classi dirigenti locali (amministratori, politici, imprenditori, associazioni di categoria, intellettuali, agenzie formative…)”. Non c’è sensato “sforzo particolare” per rimettere in piedi un’economia territoriale squassata e una società locale provata che gli amministratori dei territori possano intraprendere che non sia uno sforzo comune, una programmazione integrata che miri a piani di intervento orientati, al di là degli impegni emergenziali, al medio e lungo periodo. La maggior parte dei problemi e delle tematiche che le amministrazioni locali di piccoli e medi centri dei nostri territori devono fronteggiare superano inesorabilmente e abbondantemente l’ambito comunale, vanno pertanto affrontati insieme, per blocchi territoriali omogenei. Ostinarsi a far da soli produce, bene che vada, diseconomie e sottoprodotti.  Essendomi capitata la ventura di partecipare nei quindici anni passati ad alcune esperienze di piani strategici e/o integrati avviati in questo territorio, con risultati complessivi oscillanti tra l’esiguo e il nullo, un paio di idee in materia me le sono fatte.

La prima è che, nella maggior parte dei casi, i nostri amministratori locali, con le debite ma sporadiche eccezioni, non hanno simpatia per questo genere di iniziative. Due sembrano le motivazioni: una scarsa propensione alla cooperazione e alla condivisione, che rischiano di offuscare i meriti individuali e nuocere al consenso personale, e un orizzonte amministrativo contenuto nel breve e brevissimo periodo, nella quotidianità, talvolta imposta dall’incalzare dei problemi ma più spesso per la pronta remunerabilità in termini di visibilità offerta dal carpe diem. La difficoltà ad alzare lo sguardo dal contingente verso più ampie e profonde prospettive rappresenta però un limite grave, perché priva l’azione amministrativa della necessaria visione programmatoria e politica. Ma appare anche evidente quanto questa deficienza prospettica non appartenga soltanto agli amministratori locali, ma sia prevalente ai più alti livelli della politica e investa ormai molti snodi decisionali della vita civile, fino ad essere ormai divenuto un tratto distintivo di gran parte della società.

È quindi necessario che la (presumibilmente) lunga fase di ricostruzione post Covid-19 veda innanzi tutto un profondo ricambio delle classi dirigenti del Paese, a partire da quella politica, e se questo non avverrà, temo avrà ragione ancora una volta Calderola: “il nostro Paese sarà spacciato”. Un ricambio che porti, in tempi non troppo lunghi, alla ribalta quelle forze migliori, capaci e competenti che sappiamo (perché spesso vediamo all’opera) esserci, che possano prendere in mano le istituzioni e avviare un grande piano di cambiamento, che sappiano comunicare positivamente con questa società apatica e abulica, sempre più preda di un individualismo becero e ostaggio dei cattivi sentimenti che sono il sedimento dell’involuzione quasi trentennale che ha vissuto, e che segni l’avvio del progressivo superamento di quella triste mutazione antropologica che più studi hanno in questi anni segnalato essere avvenuta nella società italiana.

Fantasie, fantapolitica? Si, forse, ma qualche conoscenza di cosa e quanto hanno potuto generare alcune storiche fasi di ricostruzione, seguite a traumatici eventi catastrofici, autorizza qualche speranza. Certo questa ricostruzione non vede, fortunatamente, macerie e morti nelle strade, ma entrambi sono ben presenti anche oggi seppure meno visibili. Sarà bene prenderne in tempo consapevolezza e incominciare a muoversi di conseguenza. Può essere un’occasione o, più probabilmente, un’ultima chiamata.

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