COSA SI IMPARA LEGGENDO I “GIALLI” di Roberto NEGRONI

Sarà forse un caso che, in questo scorcio di fine ed inizio anno, il PD di Verbania si stia facendo promotore di azioni di sensibilizzazioni affinché l’amministrazione cittadina avvii, unitamente ad altri comuni della zona, un processo di pianificazione strategica che tracci le linee di sviluppo per il futuro del territorio?

Probabilmente quando Agatha Christie scriveva che “un indizio è sempre e solo un indizio, due sono una coincidenza, ma tre fanno una prova” non intendeva impartire una lezione accademica. Però quando gli eventi mostrano inconsuete convergenze, qualcosa devono pur significare.

Sarà forse un caso che, in questo scorcio di fine ed inizio anno, il PD di Verbania si stia facendo promotore di azioni di sensibilizzazioni affinché l’amministrazione cittadina avvii, unitamente ad altri comuni della zona, un processo di pianificazione strategica che tracci le linee di sviluppo per il futuro del territorio? E che, nel contempo, il PD di Baveno produca un documento che sollecita la realizzazione di un’unione di comuni finalizzata ad una strategia e ad una gestione condivisa dei maggiori problemi che travagliano Verbano e Cusio? E sarà pure un caso che Agenda Verbania 2020, da un anno e mezzo attiva per la promozione dello sviluppo locale, si sia costituita in associazione abbandonando la specificazione cittadina e allargando l’attenzione ad un più vasto territorio? E non succede forse qualcosa di simile alla lista civica che ad Omegna partecipa alla maggioranza consiliare?

Convergenze che mostrano un duplice profilo: una ripresa di attenzione per lo spinoso tema dello sviluppo della società locale e una opzione per una dimensione progettuale ed operativa capace di superare gli angusti confini municipali dei singoli centri urbani.

È risaputo che la concentrazione sui problemi che pone il quotidiano rappresenta una calamita alla cui forza d’attrazione nessuna amministrazione può resistere. Il contingente pretende sempre attenzione prioritaria e risposte sollecite; guai deludere le attese e le giuste pretese dei cittadini: buche stradali, lampioni, tombini e lo sterminato repertorio delle piccole cose invocano una dedizione ininterrotta (e ripagano anche con un pronto ritorno in termini di consenso). E spesso succede che non restino più spazio, energie e risorse per l’altra grande categoria di problemi: quelli che vanno oltre il contingente, quelli che investono la costruzione del futuro delle città, dei territori, di chi ci vive e di chi domani ci vivrà. Ci sono tempi, quando “la barca va” direbbe qualcuno, che quest’omissione genera danni limitati perché la rotta è comunque tracciata, ma ci sono tempi, come quelli che viviamo, quando la barca non solo è da un pezzo ferma con vele strappate e remi spezzati, ma fa pure paurosamente acqua, in cui la mancanza di politiche di sviluppo di medio e lungo periodo è un esplicito “pagherò” lasciato sul conto delle giovani generazioni. Allora, non deve forse stupire se da più parti cresce la consapevolezza dei rischi che l’inazione comporta e della necessità di sensibilizzare la società locale e di sollecitare i decisori politici affinché assumano l’iniziativa.

Appare ormai matura, però, anche la consapevolezza di quanto il perimetro comunale sia del tutto inadeguato ad imprese di contrasto e superamento di una crisi che investe tutti i maggiori sistemi organizzativi del territorio (quello produttivo-occupazionale, quello sanitario, del welfare, dell’istruzione-formazione, per limitarsi ai primi che vengono in mente) e pone problemi che investono interi Paesi, che perciò non possono certo trovare reali e razionali soluzioni su scala micro-dimensionale; in particolare ciò appare evidente in aree come il VCO, in cui un’accentuata parcellizzazione amministrativa frammenta uno spazio limitato e una popolazione complessivamente esigua in un gran numero di municipalità. Aggregarsi, associarsi, unirsi diventa perciò necessità prima ancora che scelta, e quanto maggiori sono i problemi da affrontare, tanto più ampia e, soprattutto, attentamente calibrata dovrà essere l’area della cooperazione.

L’esperienza ventennale dell’ente provinciale sta infatti a dimostrare come particolarismi, localismi ed egoismi settoriali siano sempre in agguato, pronti a dilatare a dismisura oggettivi fattori di diversità e di disomogeneità territoriale e, conseguentemente, pronti ad ostacolare o a inibire l’attuazione di percorsi comuni, generando condizioni di permanente conflittualità e di sostanziale paralisi nell’avvio e nell’attuazione di quei processi evolutivi di cui il territorio necessita. L’associazione di comuni (che oggi la recente normativa definisce “unioni”) sarà perciò opportuno che privilegi innanzi tutto la presenza di reali fattori di omogeneità sostanziale, per la definizione di bacini realmente funzionali a fronteggiare i problemi che si intende affrontare, come ad esempio, per quanto ci riguarda, lo fu l’area a suo tempo compresa nel Consorzio del Basso Toce e successivamente ripresa dal progetto della Conurbazione dei Laghi (da Verbania e il suo entroterra ad Omegna, comprendendo Baveno, Gravellona e Casale Corte Cerro).

Vi è però un terzo aspetto che emerge dalle convergenze segnalate in apertura: un bisogno di protagonismo dei soggetti sociali attivi nella comunità locale. E non senza ragione. Gli attori pubblici (cioè, nello specifico, le amministrazioni che guidano gli enti locali) sono oggi sempre meno idonei a pianificare e implementare autonomamente percorsi di sviluppo territoriale. La grave contrazione delle risorse pubbliche disponibili unitamente alle crescenti difficoltà che la politica soffre nel rappresentare il coacervo di differenti interessi e aspettative che frammentano la società odierna (post industriale, terziarizzata e prostrata da un’inesauribile crisi) determinano una condizione di debolezza che si traduce in un deficit di autorevolezza della leadership e che escludono in partenza la possibilità di reale riuscita di operazioni verticistiche. Il bisogno di una forte compartecipazione ad attività pianificatorie dello sviluppo territoriale di medio-lungo periodo degli attori sociali più vitali della comunità è oggi, prima ancora che una scelta, un prerequisito necessario alla riuscita. Detto diversamente, un processo di pianificazione orientato al futuro prossimo dovrà essere inclusivo delle istanze rappresentative di aspettative ed interessi sociali e realmente partecipativo, cioè capace di attribuire a questi soggetti piena dignità sia progettuale che attuativa.

All’attore pubblico spetta il ruolo decisivo di facilitatore e regista dell’intero processo e, prima ancora, il dovere di trasformare i tre aspetti fin qui considerati in sicura e matura consapevolezza per sé e per l’intera società locale.

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