DA CHI IMPARIAMO OGGI IL SENSO DELLA REPUBBLICA?

La Repubblica è – prima della veste giuridica che la identifica come una forma dello Stato – il senso della nostra comunità, intesa come polis complessa e articolata, come luogo ove si formano, si radicano e si trasmettono alle generazioni future i valori civili e sociali su cui si costruisce un’armoniosa ed equilibrata convivenza; e non certo intesa come un indistinto, casuale e anonimo aggregato di produttori e di consumatori.

L’appuntamento odierno con la celebrazione del 2 giugno, con l’anniversario del referendum attraverso cui il popolo ha voluto darsi la Repubblica come forma dello Stato, deve rifuggire dalla sempre incombente tentazione della ritualità. E proprio ad evitare questo temibile approdo, vorrei  svolgere il mio breve saluto alla popolazione e alle autorità richiamando il percorso a cinque tappe all’interno del quale ancora oggi si risolve e si chiarisce il valore della nostra appartenenza a questo Paese, all’Italia repubblicana.

La nostra nazione, nei valori che la identificano e che ancora oggi la costituiscono, si è formata nell’arco di poco più di decennio, dalla metà degli anni Trenta sino al 1948, attraverso la progressiva assimilazione e la consapevole acquisizione di cinque tratti fondativi: l’antifascismo, la resistenza, la liberazione, la repubblica e la costituzione.

All’origine dell’Italia che noi abitiamo e che amiamo rintracciamo la testimonianza di antifascismo di una minoranza di italiani che a metà degli anni Trenta, nel momento di massimo consenso per il regime fascista, seppero tenere viva l’idea di un’altra Italia, alternativa a quella del trionfalismo mussoliniano. E la tennero viva nell’esilio, nel carcere, al confino, uomini come i fratelli Rosselli, come Gramsci, come De Gasperi e don Sturzo, come Nenni e come Pertini. La tennero viva a prezzo della libertà e, in molti casi, della stessa vita. A questa minoranza sparuta ma consapevole, perseguitata ma inflessibile, noi dobbiamo la libertà di cui ancora oggi godiamo. La nostra Italia nasce là, nell’esilio e nel carcere di uomini che, sperando contro ogni speranza, non vollero rassegnarsi al conformismo di un’opinione pubblica largamente favorevole a un regime che, promettendo destini imperiali, in realtà preparava la catastrofe della guerra.

E’ questa testimonianza, minoritaria ma inflessibile, che innerva la Resistenza: senza l’Antifascismo perseguitato degli anni Trenta non ci sarebbe stata la reazione dei resistenti nell’autunno del ’43, non ci sarebbe stata la reazione dei militari italiani che scelsero consapevolmente di combattere il nazifascismo. Senza la Resistenza non avremmo avuto la Liberazione del 25 aprile; senza Liberazione non sarebbe stata conquistata la Repubblica, e senza la forma repubblicana dello Stato non ci sarebbe stata la Costituzione del 22 dicembre del 1947.

Dunque, senza l’antifascismo non ci sarebbe stata l’Italia repubblicana di cui oggi celebriamo la ricorrenza. Dobbiamo però avere il coraggio di riconoscere che la stagione dei cinque tratti fondativi della repubblica sopra ricordati è figlia di una temperie morale e civile così alta e nobile che oggi non riusciamo neppure ad immaginare: quella temperie costituisce ancora l’unico giacimento di etica civile e di idealità della nazione. Di quel lascito – e di quello solo – vive l’Italia.

Ma se, come purtroppo ci pare stia accadendo in questi mesi, l’Antifascismo viene delegittimato in radice (cosa sarà mai, se non delegittimazione radicale, la presenza dei militanti di Casa Pound – “fascisti del terzo millennio” – nelle liste elettorali?); se la Resistenza viene svilita, come è accaduto nelle settimane scorse con la provocatoria proposta di legge per l’equiparazione dei patrioti e dei repubblichini di Salò; se la Liberazione viene contestata e ridotta a feroce regolamento di conti tra faide di opposto orientamento ideologico-politico; se la Costituzione viene forzata, alimentando continue tensioni tra potere politico e magistratura e tra Governo e Parlamento, oppure facendo appello direttamente al popolo in aperta polemica con le istituzioni rappresentative della sovranità popolare: ebbene, se tutto questo continua ad accadere, anche la Repubblica smarrisce il suo volto e la sua identità.

Guardate, la Repubblica è – prima della veste giuridica che la identifica come una forma dello Stato – il senso della nostra comunità, intesa come polis complessa e articolata, come luogo ove si formano, si radicano e si trasmettono alle generazioni future i valori civili e sociali su cui si costruisce un’armoniosa ed equilibrata convivenza; e non certo intesa come un indistinto, casuale e anonimo aggregato di produttori e di consumatori.

Che questa sia la nostra Repubblica, e dunque che questo sia il significato ultimo della ricorrenza che oggi celebriamo, ce l’hanno insegnato uomini come Benedetto Croce e Umberto Terracini, come Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, come Ugo La Malfa, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira.

Ma noi, oggi, da chi l’apprendiamo?

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

Pallanza, 2 giugno 2009

 

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