L’ospedale di domani e quello di dopodomani

La bozza di Piano Sanitario Regionale ha archiviato il cosiddetto “Piano Aress”, che la precedente Amministrazione Regionale aveva imposto: dunque, niente nuovo ospedale a Piedimulera, niente svendita del “Castelli” alla sanità privata. Per me, che prima di essere eletto Sindaco sono stato nel 2003 l’ideatore, il promotore e il primo firmatario del Referendum comunale contro il Piano Aress (97% di “No”), questa decisione della Regione Piemonte è una grandissima soddisfazione.

Per i prossimi tre-cinque anni, il Piano punta giustamente sul mantenimento dei due ospedali di Verbania e Domodossola, che dovranno “procedere ad una differenziazione più consistente dell’offerta”. Questo può significare due cose: o “specializzare” le due strutture come poli (chirurgico a Domo e medico a Verbania, o viceversa), realizzando una sorta di ospedale provinciale virtuale dislocato per metà in una città e per metà nell’altra; o “differenziare le due strutture, attribuendo ai due ospedali funzioni diverse (uno di riferimento specialistico provinciale, l’altro di riferimento locale-territoriale). La Regione dovrà decidere in fretta e bene, ma questa decisione dovrà essere assunta tenendo conto non solo del domani (il prossimo quinquennio), ma anche del dopodomani (i prossimi dieci-quindici anni). Infatti, nel medio-lungo periodo la sanità vivrà una vera rivoluzione, che modificherà profondamente l’assetto che abbiamo conosciuto nell’ultimo quarto di secolo. Per questa ragione voglio offrire ai miei concittadini la riflessione che segue, come primo contributo per costruire insieme il nostro futuro “sanitario” e ospedaliero.

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Il futuro della sanità prevede un progressivo e radicale ridimensionamento dell’idea stessa di ospedale locale, cioè dell’ospedale così come si è storicamente formato e sviluppato nelle realtà cittadine medio-piccole come le nostre. Le prestazioni sanitaria (prevenzione, diagnosi, presa in carico del bisogno sanitario, terapia, riabilitazione..:) già ora sono – e sempre più lo saranno nei prossimi anni – attingibili al di fuori dell’ospedale, con indiscutibile vantaggio per il cittadino in termini di comodità (vicinanza del luogo di erogazione della prestazione) e di libertà (niente ricoveri immotivati). Ciò significa che vanno potenziate (e create, laddove non esistono) strutture e servizi sanitari diversi dall’ospedale: sedi distrettuali, poliambulatori, assistenza infermieristica domiciliare, assistenza medica territoriale integrata, letti di sollievo, residenze sanitarie-assistenziali, servizi di telemedicina diagnostica. Queste strutture e questi servizi devono essere mostrati e spiegati ai cittadini, per molti dei quali la sanità territoriale consiste in due soli presìdi: il medico di famiglia per il bisogno ordinario e il pronto soccorso per il bisogno ritenuto straordinario o non differibile.

Se lo scenario indicato è coerente e fondato, è realistico immaginare che una larga parte delle prestazioni sanitarie possa essere erogata da strutture e servizi extraospedalieri fortemente territorializzati, dotati di personale qualificato e di attrezzatura adeguata. La parte residua delle prestazioni, che necessita di trattamento ospedaliero, viene soddisfatta nell’ospedale di Asl o nelle strutture ospedaliere ad elevata complessità (interprovinciali, regionali, interregionali, universitarie, scientifiche…). Nell’ospedale di Asl (o di riferimento territoriale) trovano risposta le patologie a più ampia diffusione e/o a protocollo terapeutico consolidato, riconducibili alle aree materno-infantile, medica, chirurgica, dell’emergenza; nelle strutture sovraprovinciali le patologie più severe e/o complesse e/o rare. E’ acquisizione ormai consolidata in medicina che anche la struttura ospedaliera di un’Asl di dimensioni demografiche ridotte come la nostra non può fare a meno – anzi!- di un elevato di livello di specializzazione anche nell’erogazioni di prestazioni “semplici”. Ciò significa adeguata casistica, volumi significativi, disponibilità di attrezzature moderne, ricchezza di confronto professionale interno, costante aggiornamento dei medici, standard alberghiero-assistenziali di elevato livello. Obiettivo: curare rapidamente e bene il paziente, riducendone al minimo l’”ospedalizzazione impropria” (la pianificazione e gli accertamenti preoperatori dell’intervento vanno compiuti fuori dall’ospedale, sul territorio e vicino a casa; l’intervento deve ridurre al minimo la degenza ospedaliera; la convalescenza e la riabilitazione vanno fatte fuori dall’ospedale). L’ospedale di Asl deve pertanto essere puntualmente specialistico e non genericamente assistenziale.

La realtà del Vco vede oggi operanti due ospedali locali, la cui somma non darà in futuro un ospedale di Asl così come la medicina moderna e il Piano Sanitario Regionale prevedono. Mantenere attive due strutture integrate (togliendo doppioni e caratterizzando in senso medico un ospedale e in senso chirurgico l’altro) può essere una scelta sostenibile e razionale nel breve-medio periodo; ma tra 10-15 anni questa condizione rivelerà tutta la sua debolezza, perchè manca la dimensione demografica per casistica e volumi adeguati e mancano le condizioni economiche, organizzative e professionali che assicurino i requisiti indicati al punto 2 per l’ospedale di Asl. Con un rischio gravissimo: avere del Vco due ospedali dequalificati, dove la popolazione non si fa curare; dunque, inutili.

L’approdo delineato ai punti 1 e 2 può essere costruito tenendo conto di due esigenze ineludibili. La prima è di natura culturale: non tutta la popolazione è pronta a concepire una sanità fortemente “deospedalizzata”, ma non per questo scadente. Questo scenario si va delineando con un’accelerazione progressiva imposta dalla rapida evoluzione tecnologica applicata alla medicina e dalla necessità di ottimizzare risorse economiche non più pensabili come indefinite e infinite. La percezione e la consapevolezza della gente è meno veloce e deve essere aiutata ad evolvere. E qui si radica la seconda esigenza: il nuovo scenario di una sanità di “filiera” e “deospedalizzata” va costruito in fretta e bene. La rete di servizi e di strutture extraospedalieri deve crescere all’interno di un disegno strategico che dica con chiarezza qual è l’approdo del processo di riorganizzazione avviato e quali sono le tappe entro cui esso si compirà.

Proprio per accompagnare e favorire un processo di assimilazione e di condivisione da parte della popolazione, credo sia opportuno stabilire un’azione in due tempi. Nel breve-medio periodo (5-10 anni) continueranno a lavorare i due ospedali attuali, ma già deve essere dichiarato l’approdo di medio-lungo periodo (in sanità, medio-lungo periodo può voler dire anche 10-15 anni). E’ dunque necessario nel più breve tempo possibile:

individuare, realizzare e irrobustire sul territorio provinciale la rete delle prestazioni sanitarie extraospedaliere;

avviare la riorganizzazione e la gestione degli ospedali di Verbania e Domo nei prossimi anni nell’ottica del puntualmente specialistico e non del genericamente assistenziale;

individuare l’ospedale di riferimento provinciale, verificando puntualmente la compatibilità di strutture esistenti (in particolare, il “Castelli”) e, nel caso di accertata e motivata incompatibilità, costruire le condizioni (tecniche ed economiche) per una nuova struttura da localizzare nell’area baricentrica sull’asse Verbania-Gravellona  e dunque nella fascia meridionale della provincia;

definire i contenuti e il cronogramma della graduale e progressiva riorganizzazione dei presidi esistenti, secondo una logica coerente con il progetto di ospedale di riferimento provinciale.

 

Febbraio 2006