“EMPORIO DEI LEGAMI”: OCCASIONE DI RIFLESSIONE E DI CONFRONTO di Roberto NEGRONI

L’intervento firmato da undici autorevoli rappresentanti del sistema locale di aiuto alla componente più debole e vulnerabile della comunità verbanese fornisce un’ampia e argomentata documentazione circa il percorso che ha condotto all’apertura dell’Emporio dei Legami. Sono loro grato per aver raccolto l’invito, formulato nel mio intervento ospitato da VerbaniaSettanta, a raccogliere questa “occasione di riflessione e confronto”.

Nello scrivere quelle righe mi proponevo, anche raccogliendo voci ascoltate da più parti in quei giorni, di esporre e di condividere i dubbi e gli interrogativi che quell’iniziativa mi pare sollevi, entro una cornice di civile confronto, non tanto su finalità e obiettivi, che senz’altro apprezzo e di cui i soggetti coinvolti sono sufficienti garanti, quanto sui significati complessivi che paiono scaturire dalla realizzazione.

Le opinioni mie o di chi, come me, queste vicende le considera dall’esterno come semplice osservatore, per quanto interessato e partecipe, difficilmente possono coincidere con quelle di chi invece ne vive i processi dall’interno: differente è il punto di vista, come pure l’intensità del coinvolgimento e la valutazione delle priorità. Ciascuna di queste posizioni prospettiche gode dei propri vantaggi e fa i conti con i propri limiti; il confronto, cioè il reciproco ascolto e la reciproca comprensione, credo sia il passaggio essenziale all’acquisizione di una migliore visione dello specifico e dell’insieme. Così, almeno per me, è stata la lettura della replica dei rappresentanti.

Questa necessità di affinare la visione appare ancora più necessaria considerando il contesto odierno in cui le attività di aiuto e sostegno indirizzate agli ultimi della società si collocano. Un contesto principalmente definito dai due fattori richiamati nella replica: l’alta e crescente complessità del reale e, in particolare, del sociale e la rapidità e sostanziale ingovernabilità del cambiamento. Da ciò discende, per un verso, l’estrema difficoltà ad elaborare soddisfacenti letture di una realtà sempre più sfuggente entro grovigli di connessioni e, per un altro verso, la cronica instabilità delle analisi e delle soluzioni ai problemi che da quelle dipendono.

Con questi fattori che condizionano il nostro tempo stiamo facendo i conti ormai da qualche decennio, fiumi di inchiostro si sono versati, al punto che anche la nostra vista ne ha risentito. Credo che noi tutti si abbia almeno un po’ imparato a remare in queste acque sempre agitate, scansando ingenui riduzionismi e sciocche alchimie semplificatorie di ciò che semplice non è e non può essere. O, almeno, testardamente ci proviamo.

Come la cassetta delle idee e delle interpretazioni, anche la cassetta degli attrezzi di chi deve agire e operare soffrirà perciò una permanente instabilità, necessiterà di costante attenzioni, di tempestivi adattamenti e aggiornamenti, non di certo ispirati da giudizi aprioristici, ma da quei capisaldi che, dopo la teoria, la prassi ha confermato nel tempo essere i fondamenti dell’azione in campo sociale: la deistituzionalizzazione e l’inclusione. Capisaldi che certamente necessitano anch’essi di adattamento al contingente, a volte perfino di qualche deroga, di cauti sconfinamenti (questa a me pare essere la cifra delle esperienze degli Empori della Solidarietà), entro però processi che riescano a mantenersi coerenti con gli assunti fondanti.

Assunti fondanti, e concludo, che sappiamo non essere però categorie assolute, universalmente riconosciute, ma figli di tradizioni, di linee di pensiero, di ispirazioni, in una parola di una cultura che ha goduto e gode di vasta condivisione, ma non è unanimemente accettata ed è oggi sempre più avversata da forze ispirate a modelli diversi, escludenti e re-istituzionalizzanti.

Questo è il contributo che posso offrire: non polemiche e, meno che mai, lezioncine o giudizi, ma cose risapute con un’esortazione a vigilare sempre il cammino intrapreso

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