I PRIVATI ALL’OSPEDALE CASTELLI: FINE DELLA SANITA’ PUBBLICA

Si parla di conferimento a privati dell’ospedale “Castelli”: tutti ora lo negano, ma il rischio è reale. Se così fosse, avremmo due ospedali per le molto redditizie attività “programmate” e un ospedale pubblico generalista a Domo di scarsa utilità.

Inizia a prendere forma la sanità ospedaliera ai tempi di Cota. Venerdì 25 marzo s’è tenuto a Verbania un sostanzialmente inutile dibattito sulla sanità alla presenza di tre dei quattro consiglieri regionali del Vco. Inutile perché il plenipotenziario berlusconiano Cattaneo e l’inarrivabile leghista De Magistris hanno ribadito fino alla sfinimento il solito refrain: sì, è vero che il Piano di Rientro approvato dalla Giunta Cota il 28 febbraio riduce i Dea da due a uno, elimina la possibilità di avere Emodinamica, prevede la dismissione dei reparti e dei servizi di Oncologia, Radioterapia, Nefrologia, Neuropsichiatria Infantile e Malattie Infettive. E’ vero, ma noi faremo in modo che tutto questo non accada. Come, nessuno l’ha spiegato; e via con la grande sagra dei verbi coniugati al futuro e con l’ossessivo richiamo allo strumento della “deroga”, evocata come un mantra per esorcizzare l’unico dato certo: il “carta canta” della Deliberazione approvata dalla Giunta Regionale.

Ha però iniziato a prendere forma l’idea di affidare l’ospedale “Castelli” a una gestione privata, tanto che Cota ad un giornale locale rilascia – testuale – questa dichiarazione: “Credo che l’ipotesi, sul modello del Coq di Omegna, di una gestione mista pubblica e privata non sia affatto da scartare” Un’idea, questa, che Cattaneo in primis sé premurato di ridimensionare, sostenendo di essere favorevole a un Castelli “pubblico”. La solita strategia della destra: uno si alza e dice “nero” e l’altro sostiene che è meglio “bianco”. Ed è appunto per questo che dobbiamo elevare al massimo l’attenzione e la vigilanza, proprio come la nostra città ha fatto tra il 2002 e il 2003, quando – all’interno del progetto di ospedale unico a Piedimulera – si ipotizzò la cessione al Centro Auxologico di Piancavallo del Castelli.

L’arrivo dei privati a Pallanza significa una sola cosa: il passaggio a un’attività ospedaliera “programmata”, dalla quale saranno banditi tutti i servizi di emergenza (Dea, rianimazione, unità coronaria, traumatologia..) che, non potendo essere modulati in base ad un numero predefinita di pazienti da trattare, determinerebbero costi gestionali insostenibili per un operatore privato. Questo approdo sancirebbe la fine della presenza di un ospedale pubblico generalista di qualità nella città di Verbania. E a questi punto, privatizzata la gestione a Verbania del Castelli e del Madonna del Popolo a Omegna, l’ospedale-cardine pubblico di carattere “provinciale” diventerebbe inevitabilmente il “San Biagio” di Domo.

Una vittoria per l’Ossola? Tutt’altro, crediamo; e per almeno due ragioni. La prima è esattamente la stessa che ci indusse otto anni fa ad opporci all’ospedale unico a Piedimulara: un ospedale collocato nel nord della provincia (a Piedimulera allora, a Domodossola domani) non sarebbe utilizzato dai cittadini della conurbazione del Verbano e del Cusio. Molto attrattivi diventerebbero, a quel punto, i nosocomi di Borgomanero, di Varese, di Novara e Milano, che compenserebbero nella valutazione di Verbanesi e Cusiani la relativa scomodità d’accesso (ma non tanto di più di un ospedale a Domo) la maggiore affidabilità determinata dalle dimensioni e dalla tradizione. La seconda ragione risiede invece nella naturale (ed esiziale) concorrenza che i due ospedali “privati” di Verbania e Omegna farebbero a quello “pubblico e provinciale” di Domodossola in tutti i trattamenti sanitari (medici, chirurgici, diagnostici, ambulatoriali) “programmabili”. In altre parole, le prestazioni di media complessità medico-chirurgica “programmabili” (sono numerose e sono quelle che garantiscono la maggiore redditività al gestore privato) verrebbero trattate a Verbania e Omegna, mentre le emergenze (infarti, ictus, traumatismi..) e le prestazioni non programmabili sarebbero in linea teorica trattate a Domo, ma in realtà fruite dai cittadini della fascia meridionale della provincia in ospedali extraprovinciali, più affidabili per dimensioni, casistica, autorevolezza, efficacia.

Dobbiamo dire subito con chiarezza che il “modello” COQ esportato al “Castelli” segnerebbe la fine di una sanità ospedaliera pubblica di qualità. E infatti la strada è un’altra: costruire l’ospedale unico provinciale plurisede, portando a compimento il progetto avviato tra 2006 e 2007 e ora fermo nel guado dell’indeterminatezza e dell’indecisione.

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