IL LUOGO PIU’ ALTO DELLA NOSTRA CITTA’

Questo Sacrario è davvero il luogo più alto della nostra città e solo venendo in questo luogo è possibile misurare non solo la storia di Verbania dal momento della sua fondazione, ma anche la profonda e controversa mutazione morale, sociale e civile in atto nel nostro Paese e che riguarda proprio la lettura e l’interpretazione della vicenda storica nazionale.

Accingendomi a prendere la parola per la quinta e ultima volta nel corso di questo mandato amministrativo, durante il quale ho avuto il privilegio di essere Sindaco di questa città, sento con grande evidenza e grande chiarezza che non vi è in Verbania altro luogo più significativo ed eloquente che questo per cogliere il senso autentico e vero della nostra comunità: questo Sacrario è davvero il luogo più alto della nostra città e solo venendo in questo luogo – come ho voluto fare io il giorno immediatamente seguente la mia elezione a sindaco – è possibile misurare non solo la storia di Verbania dal momento della sua fondazione, ma anche la profonda e controversa mutazione morale, sociale e civile in atto nel nostro Paese e che riguarda proprio la lettura e l’interpretazione della vicenda storica nazionale.

Aiuta molto questa riflessione anche la presenza qui oggi di una così vasta rappresentanza di Comuni e di cittadini, che con la loro partecipazione confermano l’adesione ai valori che intendiamo ricordare. Un saluto particolare vada all’assessore del Comune di Marzabotto, la cui immane e indicibile tragedia accoglie anche il sacrificio dei 42 martiri di Fondotoce.

Da questo luogo così alto e così solenne torna a riproporsi l’interrogativo su quale sia il modo più adeguato di rinnovare e di attualizzare il lascito della Resistenza e il sacrificio di questi giovani patrioti. L’incessante e implacabile fluire degli anni e dei decenni ha opportunamente tolto a queste ricorrenze gli elementi di maggiore presa enfatica e retorica: noi oggi riconosciamo il lascito della Resistenza non tanto nella rievocazione delle azioni militari che l’hanno contrassegnata o nella celebrazione – pur doverosa – di gesta e atti eroici e neanche nell’indagine dei presupposti ideologici e politici che pure hanno motivato la militanza partigiana di migliaia e migliaia di uomini e donne. A noi oggi forse interessa di più misurare le ragioni di una scelta; interessa recuperare le testimonianze vive, dirette e personali di quei ragazzi, che possiamo conoscere attraverso i loro diari, le loro lettere, le loro testimonianza affidate alle persone più care, le azioni attraverso cui sono maturate le decisioni definitive e irrevocabili.

E’, in una parola, il lascito morale di una generazione che a noi interessa oggi approfondire, esaminare, riproporre alla riflessione collettiva dell’opinione pubblica. E’ un lascito morale di un’intera generazione, che riguarda sia coloro che sono morti in quei terribili mesi di guerra e di resistenza, sia coloro che – usciti vivi da quella prova terribile – hanno nei successivi decenni declinato la straordinaria tensione morale d’allora nella vita civile, professionale, familiare, sociale e politica: la grandezza dell’Italia in questi sei decenni di storia trova le sue radici più salde e più autentiche nel giacimento morale che la generazione dei resistenti ha trasmesso alla nazione sia attraverso il sacrificio supremo della vita, sia attraverso la quotidiana, diuturna azione che coloro che sono sopravvissuti hanno sviluppato nel cuore dell’Italia per tutta la seconda metà del ‘900. E se avremo la passione e la costanza di interrogare quei documenti così privati e così personali, scopriremo i presupposti per una lettura antiretorica e non eroicizzante della scelta resistenziale: scopriremo davvero le radici profonde di quel lascito morale cui facevo poco prima riferimento.

Io vado ormai coltivando una consapevolezza che diventa anno dopo anno sempre più solida e chiara. Quello che celebriamo e veneriamo oggi dinanzi a questa alta croce e a questo muro, muto ed eloquente, è l’unico patrimonio, è l’unico giacimento morale di cui dispone la nazione: se diventa irriconoscibile o illeggibile a causa della nostra indolenza, della nostra neghittosità, della nostra ritrosìa; oppure se ne sfregiamo il volto, esasperando una contrapposizione ideologica tutta giocata sulle urgenze elettorali del momento, verrà ineluttabilmente meno il sentimento della nazione italiana e non avremo più nulla su cui edificare una nuova convivenza e una nuova civiltà.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

Fondotoce, 22 giugno 2008

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