IL NODO NON E’ IL DEA, MA L’OSPEDALE PROVINCIALE

I nodi giungono inesorabilmente al pettine. Non è questione di uno o due Dea, ma di avere o meno nel Vco l’ospedale cardine (o spoke o provinciale) che oggi non abbiamo. E potremo averlo o solo al “Castelli” o solo al “San Biagio”, costruito intorno a un Dea di 1° livello. Se funzionerà, il mitico “territorio” avrà vinto una delle sfide più difficili, forse la più difficile. Se non funzionerà, il nostro ospedale di riferimento provinciale sarà il “Maggiore” di Novara.

Lo psicodramma sulla sanità provinciale andato in scena in queste due settimane ci consegna tre certezze. La prima è l’azzeramento della credibilità della Regione Piemonte, che lunedì 11 novembre chiede al “territorio” di individuare inderogabilmente  entro cento ore quale dei due Dea sacrificare e mercoledì 19 dice “abbiamo scherzato“, rinviando di 0ltre un anno ogni decisione. La seconda è la pericolosa attitudine al “colpo di mano” della Rappresentanza dei Sindaci dell’Asl (Verbania, Omegna, Domodossola, Quarna e Premosello), che in un pomeriggio approva un documento-fantasma nel quale sarebbero raccolte tutte le solide ragioni a sostengo dell’eliminazione del Dea del “Castelli”. La terza è la brutale sincerità con cui i Comuni dell’Ossola – sfumata con il rinvio di ogni decisione a fine 2015 la possibilità di chiudere in una manciata di giorni la “pratica-Dea” a favore del San Biagio – hanno urlato l’obiettivo politico della loro azione: a noi interessa solo che l’ospedale sede di Dea sia a Domo.  Verbania e il Verbano hanno tentato la mediazione territoriale in funzione di una successiva forzatura sulla Regione: uniamo tutto il Vco sull’obiettivo del mantenimento dei due Dea (arricchito con generiche richieste di più servizi di emergenza, di più medicina distrettuale, di più sanità territoriale, ecc.) e poi andiamo insieme a Torino per costringere la Regione a rinculare. Tattica prevedibile e apparentemente ragionevole, che Cusio e Ossola hanno però prontamente rispedito al mittente. Perchè?

Appunto perchè solo “apparentemente” ragionevole. Nonostante la vulgata giornalistica tenda pigramente a presentare il rinnovato scontro Domo-Verbania come una guerra “di campanili” a difesa del proprio ospedale e i protagonisti stessi della tenzone (attenzione però: solo quelli del Verbano) individuino nel “mantenimento dei due Dea” l’obiettivo da perseguire, il cuore del problema-sanità del Vco sta altrove. La questione centrale non risiede nel Dea unico o raddoppiato, ma nella possibilità o meno di avere nel Vco un ospedale provinciale (o “cardine” o “spoke“; cosa sia un ospedale provinciale sta scritto qui e qui). L’idea di un ospedale unico e nuovo è stata uccisa due volte: la prima, dalla sciagurata ipotesi del Piano Aress del 2002; la seconda, dal venir meno di ogni realistica ipotesi di costruirlo con soldi pubblici, come ribadito solo pochi giorni fa dallo stesso Chiamparino. Il progetto di ospedale unico plurisede è stato vanificato dal “combinato disposto” di insipienza politica delle Maggioranze destro-leghiste (quinquennio 2009-2014)  in Comune, Provincia e Regione e di evanescente timidezza organizzativo-gestionale dei vertici dell’Asl. Amen. Oggi resta in piedi solo l’opzione di ospedale provinciale, costruito intorno a un Dea di 1° livello e integrato dai cosiddetti “ospedali di base” dotati di Pronto Soccorso e reparti “generalisti” (medicina, chirurgia, traumatologia) a bassa intensità di cura, eventualmente integrati da preesistenti servizi monosettoriali (ad esempio, l’ortopedia d’elezione al COQ di Omegna e l’oncologia con radioterapia al “Castelli”).

Mantenere (per un anno o forse più) i Dea di 1° livello al “San Biagio” e al “Castelli” non significherà avere un ospedale provinciale-cardine-spoke. Così come averli mantenuti in questi anni non è stato sufficiente per costruire l’ospedale unico plurisede. Il vero nodo della sanità ospedaliera provinciale consiste nella disaffezione dei cittadini-utenti-pazienti del Vco, i cui comportamenti hanno per anni determinato e ancora determinano una diffusa e onerosa “mobilità passiva” verso altri ospedali:  un costo imponente, che si somma a quello del “Castelli”, del “San Biagio” e del “pezzo” ancora pubblico del “Madonna del Popolo”, squilibrato ed evidentemente non più sopportabile in rapporto alla consistenza quanti-qualitativa delle prestazioni erogate. Per dirla come si mangia: spendiamo un sacco di soldi per mantenere due (e mezzo) ospedali pubblici entrambi a mezza strada tra la struttura di “base” e quella”spoke-cardine”; li utilizziamo poco e male, perchè non ci fidiamo della qualità delle prestazioni erogate; appena possiamo, ce ne andiamo altrove per curare patologie che in teoria potrebbero essere trattate anche qui, moltiplicando con la mobilità passiva i già elevati conti della sanità pubblica.

I nodi giungono inesorabilmente al pettine. Non è questione di uno o due Dea, ma di avere o meno nel Vco l’ospedale cardine (o spoke o provinciale) che oggi non abbiamo, pur essendo una delle otto province del Piemonte. E potremo averlo o solo al “Castelli” o solo al “San Biagio”, costruito intorno a un Dea di 1° livello. Se funzionerà, il mitico ” territorio” avrà vinto una delle sfide più difficili, forse la più difficile. Se non funzionerà, il nostro ospedale di riferimento provinciale sarà il “Maggiore” di Novara, mentre “Castelli” e “San Biagio” serviranno come presidi “di base” dotati di Pronto Soccorso H 24 e reparti “generalisti”.

Io credo che il futuro ospedale provinciale potrà funzionare se collocato a Verbania, per le ragioni che ho già avuto modo di argomentare in un articolo di una decina di giorni fa e che non intendo ripetere. Compiere scelte diverse significa soltanto prolungare per qualche tempo ancora un’agonia che negli ultimi quindici anni ha piegato non solo la sanità del Vco, ma l’idea stessa di quella che è stata la nostra provincia.

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