IL VOLTO BELLO E INDIFESO DI TOMMASO

Nulla torna, di quello che sarebbe dovuto tornare. Che cosa non abbiamo saputo fare? Quali parole non siamo riusciti a dire? Come si è potuto spalancare questo abisso di dolore inspiegabile, che i poveri arnesi della nostra umanità non riescono, non dico a comprendere, ma neppure a scalfire? Nel nero abisso, due lame di luce: lo splendore del volto bello e indifeso di Tommaso, il fulgore di generosità che è stata la vita di Beppe.

La drammatica vicenda che ha inghiottito le vite di Beppe e Tommaso ci ha trascinati sull’orlo di un abisso insondabile e oscuro, costringendoci a contemplare un mistero terribile per spiegare il quale mancano le parole. Ma una parola, che sia testimonianza – provvisoria e parziale – di due esistenze così incomprensibilmente spezzate, deve essere detta.

I miei alunni di Seconda Scientifico ed io abbiamo avuto in sorte il privilegio di condividere quest’anno per molti mesi la compagnia di Tommaso, approdato al Liceo per iniziare un nuovo segmento della sua esperienza scolastica e formativa. Il volto bello e indifeso di questo ragazzo rivelava con immediatezza un’intelligenza viva e penetrante e una naturale finezza d’animo, attraverso la quale non era difficile scorgere una sensibilità avvertita e consapevole, impegnata in quel corpo a corpo con gli interrogativi dirimenti, con le gioiose subitanee illuminazioni e con gli improvvisi turbamenti che rendono così bella, così  misteriosa e così terribile l’adolescenza. La discrezione dei suoi gesti, la pulizia delle sue parole e dei suoi silenzi e il pudore nel quale avvolgeva i sentimenti hanno piano piano rivelato ai suoi compagni di classe l’originalità e la ricchezza di una personalità in fieri,  che Tommaso quasi celava dietro lo schermo di un’amabile, naturale riservatezza.

Lo accompagnavano, in questo faticoso discernimento della propria umana vocazione, la quotidiana, avvolgente dedizione amorosa della madre e la presenza attenta e discreta del padre, entrambe ben note ed evidenti a me, ad un tempo insegnante, amico e collega. A novembre un delicato episodio di vita scolastica aveva causato sofferenza a Tommaso, ma l’intervento immediato di insegnanti e famiglia si era rivelato positivo. Quella sera stessa, a Beppe che via mail ringraziava di ciò che s’era fatto, rispondevo: “la cosa importante è che Tommaso con le sue risorse abbia saputo gestire, pur con una  comprensibile sofferenza, una situazione così spiacevole“.

In queste ore ritorno più e più volte su quell’episodio concluso bene e su molti altri che hanno segnato i mesi passati: rileggo le parole, rivedo i volti, ripenso a ciò che s’è fatto. E non capisco. Nulla torna, di quello che sarebbe dovuto tornare. Che cosa non abbiamo saputo fare? Quali parole non siamo riusciti a dire? Come si è potuto spalancare questo abisso di dolore inspiegabile, che i poveri arnesi della nostra umanità non riescono, non dico a comprendere, ma neppure a scalfire?

Nel nero abisso, due lame di luce: lo splendore del volto bello e indifeso di Tommaso, il fulgore di generosità che è stata la vita di Beppe.

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