LA REPUBBLICA. UNA FESTA, UNA RESPONSABILITA’

Anche nel dramma più cupo della storia, la Repubblica può continuare a vivere nella tenacia di un solo uomo che l’ha amata contro ogni speranza e l’ha preservata dalla rovina.

Pallanza, 2 giugno 2007

Aprendo con il mio intervento la serie di brevi allocuzioni per la celebrazione del 2 giugno, rivolgo un saluto grato alle autorità qui convenute, ai colleghi sindaci che rappresentano le rispettive comunità. Ma soprattutto il mio saluto raggiunga i numerosi cittadini presenti questa mattina di fronte al monumento che fa memoria dei cento e cento giovani pallanzesi caduti nella prima guerra mondiale, i cui nomi restano incisi da ottant’anni su questa lapide. Sono i cittadini, infatti, che in un regime repubblicano esprimono – nella loro radicale uguaglianza – la sovranità dello Stato.

Un anno fa, in questo stesso luogo, chiudevo il mio breve discorso in occasione del sessantesimo anniversario del referendum dando la parola a Cleonice Tomassetti, l’unica donna tra i 42 martiri di Fondotoce, che esortava i suoi compagni di sventura in partenza da Villa Caramora per il luogo della fucilazione con le parole: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà di tutti!”. In quelle parole mi sembrava di leggere in filigrana le “cinque Italie” che nel breve volgere di qualche anno rinascevano nell’Italia democratica dopo vent’anni di dittatura: l’Italia dell’antifascismo, l’Italia della Resistenza, l’Italia della Liberazione, l’Italia della Repubblica, l’Italia della Costituzione. E se l’anniversario decennale – quello dello scorso anno fu il sessantesimo – favorisce, per la solennità intrinseca della ricorrenza, il recupero e il ripensamento degli eventi fondativi, l’anniversario per così dire “feriale” – il sessantunesimo, che festeggiamo oggi – evoca l’evento fondativo interpellando direttamente l’attualità.

Sei decenni sono un tempo relativamente breve per radicare in profondità il sentimento di appartenenza ad una patria repubblicana. Perché l‘adesione alla Repubblica chiede ai cittadini un sovrappiù di responsabilità che non è invece richiesto al cittadino di una monarchia anche costituzionale. Nella presenza fisica del sovrano regnante, nella consistenza ultrascolare – e in Europa in qualche caso millenaria – della dinastia, la nazione riconosce con una evidenza più immediata e più facile la continuità storica della patria; la patria repubblicana, facendo di ogni cittadino un sovrano, richiede appunto un sovrappiù di responsabilità, la cui progressiva estensione rende salda e forte e consapevole la nazione. L’Italia repubblicana rivela ancora i tratti di un’antica debolezza: restano ancora forti i particolarismi, che quando enfatizzano l’appartenenza territoriale diventano localismi e quando si richiudono a difesa di singoli interessi economici diventano corporativismi; resta forte ancora la tentazione individualistica, che il ripiegamento egoistico e miope traduce in familismo.

A stornare questo rischio di debolezza della nostra identità repubblicana può forse essere utile evocare un episodio della seconda guerra mondiale che ebbe a protagonista il generale Charles De Gaulle. Nel giugno del 1940 la Francia vive giorni terribili: le armate naziste invadono il Paese e raggiungono Parigi; l’Italia fascista dichiara guerra a una nazione ormai vinta. De Gaulle è sottosegretario del governo Reynaud e fa la spola tra Londra e Parigi per verificare le residue speranze di resistenza. Nel frattempo, il maresciallo e ministro Petain già pensa di offrire la capitolazione del Paese a Hitler, aprendo così la strada al disonore di Vichy. Dice Petain in una drammatica seduta del Governo  il 13 giugno: “E’ impossibile al governo francese, senza disertare, abbandonare il territorio francese. Il dovere del governo è, qualunque cosa accada, restare nel Paese”.Sono le premesse della capitolazione e della deriva collaborazionista della Francia di Vichy. De Gaulle compie una scelta antitetica: decide di continuare la lotta in solitudine e la mattina del 17 giugno abbandona in aereo il suolo francese. Atterra in Inghilterra, accolto da Churchill. Nel suo diario scriverà le sensazioni avvertite appena giunto: “…apparivo a me stesso solo e sprovvisto di tutto, come un uomo che sulla sponda dell’oceano pretenda di attraversarlo a nuoto..”. La nazione, la Repubblica, la Francia non vivono nella scelta di Petain; non restano sul suolo del Paese che sta per essere consegnato a Hitler dai collaborazionisti. La Francia, la sua Repubblica, vive fuori dai confini materiali; dal 18 giugno continua a vivere in un solo uomo che ne ha assunto l’idea, preservandola negli anni della guerra in attesa del riscatto che verrà.

Anche nel dramma più cupo della storia, la Repubblica può continuare a vivere nella tenacia di un solo uomo che l’ha amata contro ogni speranza e l’ha preservata dalla rovina.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

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