LARISSA E LE DONNE DI TREBLINKA

“Il punto di resistenza è sopravvissuto per sessant’anni alla dissoluzione dell’odio concentrazionario al quale si era vittoriosamente opposto; ha dato senso, valore e significato a un’intera, prestigiosa esistenza. Larissa ha continuato a vivere in Giovanni Giovannini. L’amore della giovane infermiera russa, che la risacca della guerra ha portato a morire nel cuore della Germania, resta vivissimo nella nostra memoria. E riscatta integralmente l‘umiliazione estrema delle donne in cerchio a Treblinka. Queste donne hanno vinto per noi l’orrore indicibile del nazismo.”

Vorrei scusarmi da subito con le autorità presenti oggi in questa sala – numerose e prestigiose – se mi rivolgerò, con le brevi considerazioni che mi accingo a svolgere, prevalentemente ai giovani studenti che oggi sono qui a celebrare con noi la Giornata della Memoria. D’altro canto, non posso dimenticare di essere innanzitutto un insegnante di Liceo, che anche questa mattina ha incontrato in classe i suoi allievi di Prima Scientifico. Ed ora incontro come Sindaco ragazzi di poco più grandi, molti dei quali provenienti dall’Istituto ove presto servizio.

Vi confesso che, prendendo la parola, avverto una grande preoccupazione. E cioè che  questa manifestazione, questa Giornata, possa in qualche modo essere da voi avvertita come la ripetizione stanca di un rito, di un atto dovuto, di un  gesto faticosamente imposto dal calendario delle celebrazioni ufficiali. Perché ciò non accada è indispensabile che sia da subito ben chiaro ove si radica l’attualità di questa celebrazione. E io credo che essa risieda in un doppio movimento dell’intelligenza.

Il primo si manifesta nello sforzo doloroso teso ad indagare in tutte le sue aberranti sfaccettature le molteplici manifestazioni di quello che mi sento di definire un male impossibile e indicibile. Impossibile, perché mai l’intelligenza umana avrebbe potuto immaginare un male assoluto come quello della Shoah, se esso non si fosse concretamente materializzato nell’universo concentrazionario nazista; indicibile, perché le parole per definirlo, circoscriverlo e giudicarlo sono state faticosamente trovate soltanto dopo la sua terribile epifania, nei sessanta e più anni che ci separano da quella tragica vicenda.

Il secondo movimento consiste invece nel riconoscere i punti di resistenza che pure si sono formati, sono esistiti e si sono tenacemente conservati nel cuore del male assoluto e che hanno preservato, nel tempo dell’aberrazione impossibile e indicibile, il senso dell’umano. Perché alla preservazione del senso dell’umano nel tempo del male assoluto dobbiamo non solo la vittoria della democrazia sul totalitarismo nazista, ma anche la capacità di elaborare razionalmente una vicenda concepita come impossibile dall’intelligenza e dalla ragione.

Una riflessione definitiva sul male assoluto della Shoah ci viene offerta da un testimone più volte evocato anche questa mattina: Primo Levi. Nel testo I sommersi i e salvati, che lo scrittore torinese dedica all’analisi, lucidissima e disperata, dell’universo concentrazionario nazista, Levi descrive l’incredibile normalità della logica, del criterio, del principio organizzatore del lager nazista: il principio della “massima afflizione”. Non era sufficiente sopprimere fisicamente e crudelmente il deportato: costui doveva essere sottoposto – prima dell’eliminazione fisica – alla massima afflizione possibile. E Levi ci propone un esempio terribile del principio di massima afflizione, senza peraltro ricorrere – come potremmo forse attenderci – alle forme più note e raccapriccianti di violenza: le camere a gas, i forni crematori, le impiccagioni, le fucilazioni, le torture. Levi evoca invece un gruppo di donne in quarantena a Treblinka nel canicolare luglio del ’44: a queste donne i nazisti impongono per diversi giorni un “lavoro”. Esso consiste nel trasferire con le mani la sabbia da un mucchio che ciascuna donna ha dinanzi a sé al mucchio che sta di fronte alla donna che si trova alla propria destra. Per giorni queste donne trasferiscono la sabbia da un mucchio all’altro, in un assurdo gesto circolare che riporta più volte la stessa sabbia dinanzi alla stessa donna.

Questa la massima afflizione imposta ai deportati. E Franz Stangl, ex comandante di Treblinka, intervistato dopo la guerra, al giornalista che gli chiede per quale ragione a quegli uomini, che sarebbero stati comunque uccisi, venisse inflitto un sovrappiù di sofferenza e di umiliazione, risponde che la massima afflizione era funzionale alla rimozione di ogni sentimento di pietà e di compassione umana nei soldati addetti all’eliminazione fisica dei prigionieri. Dunque, anche il principio di massima afflizione rispondeva a una logica di lucida ed efficiente pianificazione organizzativa dell’annientamento fisico dei deportati. Male assoluto. Impossibile, se non fosse accaduto. Indicibile, se non avessimo faticosamente trovato le parole per dirlo.

Il punto di resistenza che voglio proporre alla vostra riflessione ce lo offre Giovanni Giovannini, che è stato giornalista, direttore e presidente de “La Stampa” di Torino. Nel 1943 Giovannini è militare dell’esercito italiano; l’armistizio lo sorprende in Francia, dove viene catturato dai Tedeschi e inviato in un campo di internamento in Germania. La vicenda è narrata in un diario scritto su un quaderno dalla copertina nera, che Giovannini solo qualche anno fa ha accettato di pubblicare. Il testo, intitolato Il quaderno nero, si ricapitola e si rivela in un punto. Nell’aprile del 1945 l’autore, internato a Volkertshausen, viene curato da una giovane prigioniera ucraina, Larissa, 20 anni, travolta dalla guerra quando era studentessa al primo anno di Medicina e per questo motivo utilizzata dopo la cattura come infermiera nei campi di internamento. Tra Giovannini e Larissa nasce un amore tenerissimo e tenacissimo. Ecco il punto di resistenza al male assoluto: la naturale attrazione tra un uomo e una donna, che in un solo istante dissolve la trama di violenza che governa l’universo concentrazionario. I due non conoscono nulla l’uno dell’altra, parlano lingue diverse, vengono da storia diverse e incomponibili, vivono all’interno di un sistema che mortifica l’espressione del sentimento amoroso e annulla le prospettive. Eppure si amano intensamente.

Il crollo del regime nazista, l’avanzata degli Alleati, la fuga verso l’Italia separano Giovanni e Larissa. I tentativi di Giovannini di ritrovare la donna amata si rivelano frustranti. Soltanto all’inizio del ’46 una comunicazione dalla Germania informa l’uomo della sorte di Larissa. Una sorte condensata in un participio passato: erschossen, fucilata. Da chi, non si sa: forse tedeschi, forse sovietici. Ma il punto di resistenza non si dissolve: per sessant’anni Giovannini, prestigioso giornalista, editore e intellettuale, conserva nel portafogli il biglietto sgualcito con l’ultimo appunto di Larissa, che si rammarica di non avere potuto seguire l’uomo che amava. Il punto di resistenza è sopravvissuto per sessant’anni alla dissoluzione dell’odio concentrazionario al quale si era vittoriosamente opposto; ha dato senso, valore e significato a un’intera, prestigiosa esistenza. Larissa ha continuato a vivere in Giovanni Giovannini.

L’amore della giovane infermiera russa, che la risacca della guerra ha portato a morire nel cuore della Germania, resta vivissimo nella nostra memoria. E riscatta integralmente l‘umiliazione estrema delle donne in cerchio a Treblinka. Queste donne hanno vinto per noi l’orrore indicibile del nazismo.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

Verbania-Fondotoce, Casa della Resistenza, 24 gennaio 2007

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