LOMBARDIA SI’/NO. UN REFERENDUM INUTILE E SBAGLIATO di Claudio ZANOTTI

“E’ strano che nessuno (ma proprio nessuno. . . . . ) in campagna elettorale si sia esercitato nella valutazione dei risultati conseguiti dal nostro territorio in quaranta e più anni di amministrazione regionale piemontese.  Eppure non sono stati risultati da poco. . . . .  Su queste tematiche avrebbero dovuto esercitarsi i fautori del passaggio in Lombardia, muovendo da una valutazione equilibrata e oggettiva dei risultati conseguiti nel Vco dall’azione sinergica di Regione Piemonte e autonomia locali. E magari richiamare gli amministratori di oggi a rinverdire una tradizione di buongoverno che a partire dalla sventurata Giunta destro-leghista del 2009 si è – come dire – un pochino appannata”

Archiviato il referendum per il passaggio del Vco in Lombardia, aggiungo qualche considerazione alle molte – argomentate, equilibrate e convincenti – che hanno certificato la sostanziale l’inutilità di una consultazione della quale nessuno aveva sentito il bisogno. Nessuno, ad esclusione di un manipolo di politici d’antan in cerca di un’improbabile resurrezione elettorale in proprio o in proiezione generazionale.

IL DISINTERESSE DEI SOGGETTI COLLETTIVI

Che il contenuto della proposta referendaria fosse molto lontano dal sentimento diffuso della popolazione e dai bisogni autentici del nostro territorio è stato reso evidente non soltanto dall’elevatissima percentuale di astenuti (e dal non indifferente numero di voti contrari espressi nelle urne), ma anche dal disinteresse con il quale i “soggetti collettivi” rappresentativi delle istanze della provincia hanno prima accolto l’annuncio dell’avvio della procedura referendaria e successivamente vissuto le settimane di campagna elettorale. Amministrazioni Comunali, Associazioni di categoria dei datori di lavoro (Unione Industriali, Confcommercio, Confesercenti, Unione Artigiani, CNA, Coldiretti, Cia…), Organizzazioni sindacali, Associazioni di volontariato operanti nei più diversi settori, forze politiche hanno assistito alla scombinata avventura referendaria con un misto di sconcerto, sorpresa e fastidio, che si è gradualmente e naturalmente trasformato in sostanziale indifferenza. Segno inequivocabile dell’irrilevanza di una questione (il passaggio del Vco dal Piemonte alla Lombardia) che nessuno dei soggetti istituzionali e associativi ha mai avvertito come significativa e dirimente per il destino del territorio. Non sarebbe dovuta bastare questa indifferenza a suggerire al comitato promotore l’opportunità di lasciar perdere?

RAGIONI PRETESTUOSE

I promotori del referendum hanno fondato la loro campagna elettorale evocando motivazioni di carattere storico (la dipendenza politico-territoriale del novarese dall’area lombarda tra XIV e XVIII secolo), linguistico-cultuale (il dialetto e il rito ambrosiano nell’alto Verbano), infrastrutturale (la prevalente gravitazione sull’area lombarda di ferrovia e autostrada), di fruizione di servizi (istruzione universitaria e sanità) e di carattere economico (vantaggi fiscali diretti come il “bonus benzina” e indiretti come i canoni idrici). Ebbene, quattro di queste cinque motivazione non hanno nulla a che vedere con la sostanza giuridica del referendum, cioè il passaggio da una ad un’altra di quelle entità politico-amministrative costituite solamente agli inizi degli anni ’70. Ovvero dalla Regione Piemonte alla Regione Lombardia. Storia, lingua e culti si misurano e si giudicano sull’arco dei secoli e dei millenni e non sulle scelte politico-amministrative regionali degli ultimi quarant’anni; i confini amministrativi tra Regioni non incidono minimamente né sulla fruizione delle grandi reti nazionali di trasporto, né sulla frequenza di un’Università, né sulla possibilità di essere curati in questo o un quell’ospedale del Servizio Sanitario Nazionale. La quinta motivazione (vantaggi e svantaggi fiscali, economici e normativi su materie di competenza regionale) è la sola coerente con il quesito referendario, ma non potevano illudersi i promotori di questa costosa e inutile iniziativa di “vincere facile” facendo balenare i “bonus” o i canoni idrici: è bastato infatti ricordare le fortissime penalizzazioni che comparti economici molto significativi per il Vco come il turismo, l’attività estrattiva e quella delle acque minerali avrebbero subito con il passaggio al regime normativo e fiscale lombardo per neutralizzare la suggestione dei “bonus”. Per non parlare delle gravissime complicazioni in materia di legislazione urbanistica ed edilizia determinate da un eventuale (e sventato) cambio di Regione.

UNA STORIA VIRTUOSA

E’ strano invece che nessuno (ma proprio nessuno. . . . . ) si sia esercitato nella valutazione dei risultati conseguiti dal nostro territorio in quaranta e più anni di amministrazione regionale piemontese.  Eppure non sono stati risultati da poco.  La virtuosa sinergia tra Amministrazioni locali del Vco e Regione Piemonte ha consentito – in un arco di tempo compreso tra la metà degli anni ’70 e la fine del primo decennio del nuovo secolo – di raggiungere risultati di indiscutibile rilievo Ad esempio, in campo ambientale il Vco è stato per anni all’avanguardia nelle politiche di gestione e trattamento dei rifiuti, realizzando impianti (termovalorizzatore di Mergozzo) e organizzando servizi (raccolta differenziata spinta) d’eccellenza nazionale. La qualità delle acque del lago Maggiore, fortemente inquinate sino agli anni ’80, sono state completamente e radicalmente risanate grazie a una rete di impianti (depuratori e reti fognarie) che la sponda “magra” solo in questi anni sta portando a compimento. La grande crisi industriale esplosa alla fine degli anni ’70 è stata efficacemente contrastata del nostri territorio grazie all’azione di società pubblico-private come la Saia. La diffusione imponente di aree protette (parchi e riserve regionali e il parco nazionale della Valgrande) è stata possibile per lo sforzo congiunto di Regione e Comuni. E risultati di analogo rilievo si possono misurare nei settori del turismo, soprattutto lacuale, del lapideo, dell’energetico, del trasporto pubblico locale (basterà ricordare la situazione di crisi generalizzata delle gestioni di autolinee private a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, alla quale ha fatto fronte l’intervento di aziende pubbliche costituite ad hoc). La crisi, oggi ormai incancrenita, della sanità locale non deve però far dimenticare il grande investimento compiuto dalla Regione almeno sino agli anni ’90 sugli ospedali della nostra zona, sul potenziamento dell’attività sanitaria territoriale e sulla costituzione dei consorzi socioassistenziali. Su queste tematiche avrebbero dovuto esercitarsi i fautori del passaggio in Lombardia, muovendo da una valutazione equilibrata e oggettiva dei risultati conseguiti nel Vco dall’azione sinergica di Regione Piemonte e autonomia locali.

E magari richiamare gli amministratori di oggi a rinverdire una tradizione di buongoverno che a partire dalla sventurata Giunta destro-leghista del 2009 si è – come dire – un pochino appannata

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