MEMORIA DI GINO FATTALINI

Una “roccia”, che con discrezione ha accompagnato la vita della comunità sunese per tutto il ‘900, divenendone la memoria storica e custodendo con amorosa dedizione una massa sterminata di fatti, di circostanze, di persone, di famiglie, di luoghi.

A ridosso della fine dell’anno è scomparso Gino Fattalini. Avrebbe compiuto 103 anni a marzo e fino a qualche mese fa la sua figura – arguta, lucida e rasserenante – era attesa e ricercata dai molti soci della Casa del Popolo di Suna, che in Gino avevano da decenni un punto di riferimento equilibrato e sicuro. Una “roccia”, che con discrezione ha accompagnato la vita della comunità sunese per tutto il ‘900, divenendone la memoria storica e custodendo con amorosa dedizione una massa sterminata di fatti, di circostanze, di persone, di famiglie, di luoghi.

E’ impossibile dare conto, anche succintamente, della vicenda umana di Gino Fattalini, scolaro durante la Grande Guerra, artigiano tipografo e falegname, lavoratore “frontaliere” ante litteram, patriota, iscritto alla Società Operaia di Mutuo Soccorso del paese dal 1931 sino alla morte. Un’esistenza lunghissima e feconda; e come tutte le esistenze lunghe e feconde, segnata da grandi gioie e da altrettanto grandi dolori. Io ho avuto il privilegio di incontrarlo spesso durante i miei anni da sindaco, accogliendo la sua cordialità e la sua amicizia come un dono prezioso di cui andare orgoglioso.

Come orgoglioso sono di questa fotografia, che ci ritrae accanto alla sua casa nella corte Gioberti, nel giorno in cui (era il giugno del 2008) il Comune ha ricordato ufficialmente – scoprendo una lapide – Teresa Binda, medaglia d’oro al merito civile, madre di un giovanissimo partigiano e per questa ragione catturata e fucilata nel terribile giugno del 1944. Gino Fattalini era nel laboratorio della sua abitazione il giorno in cui i militi fascisti vennero a cercare Teresa, che in quella medesima corte viveva. Nascosto nel laboratorio vide i militi (“li comandava un giovane ufficiale dagli occhi azzurri e gelidi”) prelevare la donna e mettere a soqquadro la casa, alla ricerca di chissà cosa.

Quel pomeriggio, 64 anni dopo i drammatici eventi, Gino Fattalini accoglieva sulla facciata della sua casa la lapide in memoria del sacrificio di Teresa Binda. E al cospetto di quella lapide riabbracciava, con intensa, reciproca commozione, il partigiano Gianni Saffaglio, il figlio di Teresa, che non ancora ventenne aveva raggiunto in Val Grande le formazioni di Superti e Muneghina.

In quell’abbraccio muto e commosso vive il mio ricordo di Gino Fattalini.

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