ONCE UPON A TIME…….NEL VCO

“Le conseguenze della pandemia di coronavirus, sommandosi alla decennale inerzia del sistema socio-economico e politico-istituzionale della nostra provincia, rischiano di sprofondare il Vco in una crisi senza rimedio…… Non basterà la buona volontà di qualche amministratore e non basteranno generici appelli alla coesione territoriale. E’ necessaria l’audacia che si richiede alla politica nei tempi in cui tutto sembra venir meno. Da queste pagine abbiamo proposto la rivoluzione: abolire le Regioni, resuscitare e potenziare una Provincia liberata dalla distruttiva mitologia tripolare, creare un grande capoluogo nell’area dei laghi, ridurre la frammentazione municipale con la costituzione di una dozzina di grandi Comuni in luogo degli attuali 74. Ma la rivoluzione – anche quando incruenta, anche quando virtuosa – richiede coraggio. E il coraggio oggi non c’è”

VERBANIAVENTITRENTA

Da queste pagine virtuali (leggi qui) abbiamo qualche giorno fa documentato come da ormai una decina di anni il Vco abbia sostanzialmente abbandonato una delle più significative attività di politica “alta”, cioè la lettura delle dinamiche socio-economiche del territorio e la conseguente costruzione di progetti coerenti e verificati di sviluppo delle sue indiscutibili potenzialità. Le cause e i disastrosi effetti di questa decennale dimenticanza sono sotto gli occhi di tutti e non mette conto tornare ad analizzarli. Non sembra invece inutile richiamare il rischio che le conseguenze della pandemia di coronavirus, sommandosi alla decennale inerzia del sistema socio-economico e politico-istituzionale della nostra provincia, possa sprofondare il Vco in una crisi senza rimedio.

Al leniniano interrogativo “Che fare”? vogliamo provare a rispondere richiamando alla memoria dei nostri lettori i contenuti e le ambizioni di quello che a buon diritto può essere definito come l’ultimo tentativo di progettazione condivisa dello sviluppo del Vco: il Programma Territoriale Integrato (PTI) del 2008. L’interesse a ripresentare in sintesi quel lavoro non sta tanto nell’attualità delle iniziative proposte  (da allora sono passate una dozzina d’anni, la crisi finanziaria del 2009 e quella sanitaria del coronavirus; inoltre alcuni dei soggetti partecipanti sia pubblici – ad esempio del Comunità Montane – sia privati – ad esempio Tecnoparco e Saia – non esistono più), ma nel contenuto della visione progettuale e nel  valore del metodo allora seguito per “costruire” il PTI.

Il metodo di lavoro privilegiò il massimo coinvolgimento di tutti gli attori sociali, politici e istituzionali del Vco: al PTI aderirono tutte e dieci le Comunità Montane (e attraverso di esse 75 dei 77 Comuni), l’Amministrazione Provinciale, la Camera di Commercio, il Comune di Belgirate e il Comune di Verbania, che come capoluogo si assunse il ruolo di promotore e di coordinatore. L’intero “sistema Vco” si interrogò per molti mesi sul proprio destino e cercò di delineare gli scenari di sviluppo per i decenni a venire, coinvolgendo nella definizione degli obiettivi e delle singole azioni i rappresentanti provinciali delle categorie produttive e delle organizzazioni sindacali. Fu l’ultima volta: nel decennio successivo infatti le progettazioni finalizzate all’utilizzo di cospicue risorse finanziarie in funzione anticrisi (il PISU del 2010, quello  per intenderci del teatro all’arena; il Piano Periferie del 2015 con il completamento del Movicentro;, il Fesr del 2016 che ha stanziato i fondi per la pista ciclabile Tre Ponti-Beata Giovannina) hanno privilegiato un solo interlocutore/destinatario, cioè il Comune capoluogo di provincia.

La visione progettuale d’insieme faceva perno su due pilastri: quello della tradizione e quello dell’innovazione. Il primo assumeva, rafforzandoli, i punti di forza ormai consolidati del sistema socio-economico: il casalingo, la floricoltura, il lapideo, l’idroelettrico, il turismo tradizionale (campeggi, alberghi); il secondo proponeva tre nuovi ambiti di intervento, legati anch’essi fortemente alle peculiarità del territorio: le energie alternative (biomasse, solare, microidroelettrico), il turismo innovativo (albergo diffuso, turismo culturale e paesaggistico, resort e strutture di nuova concezione), la logistica legata allo scalo ferroviario di Domo 2 e al corridoio Genova-Rotterdam. A legare questi tre ambiti, una serie di investimenti “immateriali” riconducibili alla tradizione formativa della nostra zona (si può leggere qui la relazione illustrativa).

Qualche numero, per dare l’idea dello sforzo collettivo e convergente che in quell’occasione seppero esprimere le istituzioni, le amministrazioni, le associazioni, la rete dell’imprenditoria locale. Il PTI raccoglieva più di 60 progetti, per un investimento complessivo che arrivava a sfiorare i 200 milioni di euro. Di questi, 29 progetti riguardavano l’energia da fonti rinnovabili, 21 il turismo paesaggistico e culturale, 2 la logistica e 10 le azioni “immateriali” (percorsi formativi specialistici e universitari, di riqualificazione professionale, di studio e progetti). Dicono molto anche i numeri che descrivono gli attori coinvolti nella progettazione: 26 progetti furono presentati da soggetti pubblici e 22 da soggetti privati, mentre 13 interventi prevedevano un partenariato pubblico-privato (si può leggere qui il prospetto riepilogativo con i dati di sintesi).

La bufera della crisi del 2009, lo tsunami generato dalla filiera destro-leghista di (s)governo – che peraltro tende oggi a riproporsi in Regione, Provincia e in molti Comuni – e in queste settimane la tragedia del coronavirus non solo hanno azzerato la fattibilità del progetto del PTI, ma hanno anche cancellato la memoria di tutta una stagione di governo del territorio. Non basterà la buona volontà di qualche amministratore e non basteranno generici appelli alla coesione territoriale. E’ necessaria l’audacia che si richiede alla politica nei tempi in cui tutto sembra venir meno. Da queste pagine abbiamo proposto la rivoluzione: abolire le Regioni, resuscitare e potenziare una Provincia liberata dalla distruttiva mitologia tripolare, creare un grande capoluogo nell’area dei laghi, ridurre la frammentazione municipale con la costituzione di una dozzina di grandi Comuni in luogo degli attuali 74.

Ma la rivoluzione – anche quando incruenta, anche quando virtuosa – richiede coraggio. E il coraggio oggi non c’è.

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