PIENE E MAGRE DEL LAGO MAGGIORE. PRIMA PARTE di Italo ISOLI

IL LAGO MAGGIORE IN REGIME NATURALE PRIMA DELLA COSTRUZIONE DELLA DIGA DELLA MIORINA.

Il dibattito politico mediatico sulla regolazione del Lago Maggiore viene regolarmente spiazzato dagli eventi incontrollabili di piene e di magre che si succedono con frequenze giudicate da molti come causate da cambiamenti climatici e da altri come effetti di mancato rispetto degli accordi italo-svizzeri sulla regolazione alla diga della Miorina da parte del Consorzio del Ticino. Il sistema idrologico e idraulico che regola piene e magre assomiglia molto all’ossessionante problema della vasca da bagno che la maestra elementare assegnava al bambino e che finiva per tormentare tutta la famiglia: “Una vasca da bagno contiene 235 litri di acqua; il rubinetto, lasciato aperto, versa nella vasca 3.4 litri ogni minuto, mentre lo scarico che perde ne smaltisce solo 2.2 al minuto. Quanto tempo impiega la vasca a debordare?.

Il problema del lago/vasca da bagno è in realtà più complesso perché il “rubinetto” è rappresentato dalle precipitazioni, che sono per natura irregolari e che, prima di trasformarsi in deflussi dei corsi d’acqua, ci mettono un po’ di tempo e perdono acqua in atmosfera in ragione mediamente del 20 %. Per quanto riguarda lo ”scarico”, la sua capacità di far uscire acqua, dipende dalla forma e dalla sezione del fiume emissario, la cosiddetta “scala di deflusso”, che a sua volta dipende dall’altezza del livello del lago, che a sua volta dipende dal volume invasabile, cioè, per restare nella metafora, dal volume della “vasca”. Quindi le piene si formano quando gli apporti delle precipitazioni e dei corsi d’acqua afferenti al lago sono superiori alle portate in uscita, per cui il livello del lago si innalza sino a quando la sezione dell’emissario si amplia a sufficienza e compensa le entrate con le uscite. Al contrario le magre si formano quando gli apporti al lago diventano minori delle uscite per cui il livello del lago si abbassa sino a quando sfiora la soglia di uscita; da quel momento tanta è l’acqua che entra, tanta è quella che esce.

Quanto sopra in un regime “naturale”; ma, a partire dagli anni ’20, nelle valli ossolane e ticinesi, è iniziata la costruzione di grandi laghi artificiali, a scopo idroelettrico, per cui gli apporti al lago sono stati in parte intercettati e “invasati”, per essere turbinati e quindi restituiti con tempi diversi da quelli naturali, secondo le esigenze della produzione energetica. Ma soprattutto a partire dagli anni ’40, il lago Maggiore è stato dotato di un sistema di regolazione, in località Miorina, per cui da quel momento è stato possibile modificare la sezione naturale in uscita, trattenere artificialmente parte dell’acqua, alzando il livello del lago, e restituirla a valle secondo le esigenze, per lo meno entro un certa “fascia di regolazione”.
Siccome il sistema idrologico e idraulico è molto complesso, vale pertanto la pena di fare un po’ d’ordine sugli aspetti naturali e artificiali delle oscillazioni dei livelli lacustri.
Con questa puntata parliamo principalmente degli aspetti naturali, cioè di quelli in regime “non regolato”. Innanzitutto è necessario ricordare che il Lago Maggiore e gli altri laghi subalpini, lago d’Orta, di Como, con i suoi due rami, lago d’Iseo e lago di Garda, corrispondono ad antichissime valli fluviali, più profonde dell’attuale livello del mare, formatesi probabilmente in una o più fasi, sempre antichissime, di essicazione del Mediterraneo.

Per chi fosse interessato, parliamo del periodo Messiniano del Miocene, in cui, circa 5 milioni di anni fa, a causa della chiusura, forse per cause tettoniche, dello stretto di Gibilterra, avvenne quella che viene chiamata “crisi di salinità” del Mediterraneo, cioè evaporazione maggiore degli apporti fluviali e abbassamento del livello del mare, tutti fenomeni di cui esistono evidenze geologiche. Altrettante evidenze geologiche hanno confermato la presenza di profondi canyon sepolti ai margini dell’area essiccata e in continuità con le attuali valli subalpine. Le più recenti (si fa per dire) glaciazioni quaternarie e, in particolare, l’ultima, denominata Wurmiana, hanno invaso di ghiacci e modellato tali valli preesistenti, depositando lunghe morene laterali e ampi anfiteatri morenici frontali. Al successivo ritiro dell’ultimo ghiacciaio Wurmiano, avvenuto circa 10.000 anni or sono, all’interno delle profonde cavità vallive si sono formati laghi altrettanto profondi alimentati dai fiumi e dai torrenti alpini e con gli emissari incisi nelle morene frontali, ad eccezione del lago d’Orta che non è riuscito a scavare un emissario verso Sud in quanto è stato “catturato” dal lago Maggiore e che quindi scarica ancor oggi le sue acque verso Nord, nel torrente Strona, poi nel Toce e quindi nel lago Maggiore.
Il ghiacciaio Wurmiano, nel suo ritiro progressivo, lasciava quindi un lago che progressivamente si colmava per l’enorme apporto solido prodotto dall’erosione torrentizia sui depositi morenici di fondo e laterali lasciati allo scoperto. Al contempo, sia pur lentamente, si approfondiva anche l’incisione terminale, la sezione di deflusso, da cui si diparte l’attuale fiume Ticino, per cui all’avanzamento del deposito alluvionale nella bassa valle Ossola, corrispondeva anche un lento abbassamento progressivo del livello lacustre medio.

Dei due fenomeni abbiamo non solo tracce geologiche ma anche documentali, come ad esempio quelle relativi alla separazione del lago di Mergozzo dal Maggiore, avvenuta probabilmente nel XV secolo per gli apporti alluvionali del fiume Toce, dopo che questo aveva aggirato il M.Orfano. Meno conosciuti sono quelli relativi all’abbassamento del livello lacustre causati dalle modifiche della sezione di uscita e che hanno avuto molta influenza sulle piene. Secondo alcuni studiosi, siccome la cerchia morenica all’uscita del lago, tra Borgo Ticino e Somma Lombardo, presenta un altezza di circa 300 m s.l.m., ossia di oltre 100 m sopra il livello lacustre attuale, il livello del lago formatosi davanti al ghiacciaio in arretramento poteva essere appunto di 100 m più alto dell’attuale. Ovviamente mentre il ghiacciaio si ritirava, l’emissario incideva la cerchia morenica (da cui anche il termine di “incile” per definire la zona di uscita di un emissario) e il lago si abbassava di conseguenza. Tracce geologico geomorfologiche di quote lacustri decisamente più alte delle attuali, per qualche decina di metri, sono diffuse su tutte le coste, ma i documenti riguardano solo gli ultimi secoli, quando i livelli erano già simili agli attuali.

Anche piene e magre dei laghi frontali e poi dei lunghi laghi a forma di fiordo ci devono essere sempre state, ma solo negli ultimi secoli esistono documenti del loro impatto sulle popolazioni rivierasche. Pur con le difficoltà connesse con la mancanza di un sistema di livellazione, che collegasse le varie misure eseguite nelle singole località, le grandi piene citate storicamente, quella “leggendaria” del 1177, con oltre 10 m sopra il “livello normale”, stimabile in oltre la quota di 203 m s.l.m., e quella del 1868, con un livello, ancora elevatissimo di 199.81 m s.l.m., presentano livelli via via inferiori, sino alla piena recente del 2000, ancora di livello più basso, con 197.94 m s.l.m., cioè, per opportuno confronto, 5 metri più bassa di quella del 1177. A conferma di un progressivo abbassamento dei livelli medi, si può osservare che nei 113 anni che vanno tra il 1755 e il 1868, ci sono stati 11 eventi sopra la quota 197.00 , mentre nei 143 anni fra il 1869 e il 2014 ci sono stati solo tre eventi sopra la stessa quota, di cui due nell’ultimo periodo “regolato”, di 72 anni e rispettivamente nel 1993 e nel 2000, con 197.61 e 197.94 m s.l.m.  Si deve ritenere che questi abbassamenti non siano dovuti a diminuzione delle precipitazioni, di cui non c’è traccia, né tantomeno alla recentissima “regolazione”, ma siano legati alle modifiche dell’incile causati dall’erosione avvenuta durante le piene eccezionali, in particolare quelle del 1177 e quella del 1868, di cui invece si ritrovano notizie documentali.

Nel volume Le Piene del Ticino a Sesto Calende, stampato nel 2005, a cura dell’Associazione Pro Sesto Calende, dell’aronese Prof. Giovanni di Bella, di cui si raccomanda la gradevolissima lettura, vengono citati e anche riprodotti molti documenti, fra cui alcuni di un altro storico sestese Cesare Tamborini, autore di un altro volume, sempre da raccomandarsi, di argomenti simili, sui Ponti sul Ticino a Sesto Calende, stampato nel 2002, sempre a cura dell’Associazione Pro Sesto Calende; tutti messi a disposizione dall’Associazione, in pdf su internet. Secondo Tamborini “Alle piene del Ticino e in modo particolare a quella del 1177, è forse da imputare l’abbassamento del livello delle acque, che mettendo a secco aree prima sommerse, ha determinato con l’apporto dei detriti l’interramento delle insenature adibite a porti o a luoghi di esazione di dazi e di sosta per le barche. La scomparsa del porto di Scozzola è pertanto da mettere in relazione alla cessazione del suo compito”. E ancora “Nell’ottobre 1868 si verificò una memorabile piena del Ticino le cui acque raggiunsero un’altezza mai registrata in precedenza, vale a dire 6.94 m sopra l’idrometro di Sesto Calende. La violenza della corrente distrusse quasi totalmente le peschiere disseminate lungo il fiume. Si determinò in tale occasione in alcuni tratti un repentino abbassamento dell’alveo”.

Dalla documentazione reperita da Giovanni di Bella si evidenzia anche una lettera del Sindaco di Pallanza, del 7 Marzo 1868, ossia sette mesi prima dell’alluvione, che manifesta preoccupazione sulle conseguenze della costruzione del ponte della ferrovia sul Ticino, le cui fondazioni avrebbero potuto ostruire il regolare deflusso delle acque del lago nell’emissario. Il ponte, in legno di larice del Tirolo, fu collaudato il 31 Agosto 1868 e dopo pochi mesi subì il collaudo reale della grande piena dell’ottobre, che rischiò di travolgerlo in quanto il livello dell’acqua arrivò a soli 50 cm dall’impalcato. Durò altri quattordici anni, poi fu sostituito da un ponte in ferro, bombardato e distrutto il 3 agosto del ’44, sostituito con un ponte di barche e ricostruito con le caratteristiche attuali nel 1951.

Chissà quante volte si sarà rivoltato nella tomba il Sindaco di Pallanza.

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