PROFUGHI A VERBANIA. UNA RISPOSTA DI COMUNITA’ di Nico SCALFI

E’ ancora una volta il vivo tessuto sociale verbanese a dover fare una parte da protagonista in questo senso. L’Amministrazione Comunale, espressione della volontà popolare, in questa fase deve saper coinvolgere e condurre insieme le associazioni, le organizzazioni politiche, le parrocchie e le comunità straniere locali in un percorso di conoscenza che rievochi non solo un senso di solidarietà e vicinanza indiscriminato ma anche un vivo interesse per ciò che sta accadendo fuori da questa piccola città che spesso tende a richiudersi in se stessa

Durante gli ultimi due anni la questione legata all’accoglienza dei migranti scampati al Mediterraneo, dopo essere fuggiti dai loro paesi di origine, è divenuta sempre di più centrale nei dibattiti ad ogni livello. Dalle stanze della politica fino al vociferare nelle strade e nei comuni luoghi di ritrovo, se ne fa un gran parlare. Ognuno assiste inerte alle drammatiche immagini, alle quotidiane notizie che raccontano di un esodo disperato e inarrestabile, che testimoniano come ormai all’estrema periferia dell’Europa la Storia si stia svolgendo ancora tragicamente. Questo esodo si genera prima di tutto a causa della violenza, la povertà e la negazione di possibilità di sviluppo che colpiscono ormai grandi regioni del mondo in trasformazione.

Mentre i governi e le diplomazie internazionali tentano faticosamente di intervenire in un quadro estremamente complesso, sono gli attori locali chiamati a dover rispondere sui territori di questa emergenza dovendo assolvere in primis al dovere etico dell’accoglienza.
Circa un anno e mezzo fa arrivano in città le prime decine di giovani migranti (oggi sono circa 300). Arrivano stremati e realmente segnati da un lungo viaggio. Grazie all’intervento del Consorzio dei Servizi Sociali e una rete di operatori e volontari vengono sistemati nel modo più dignitoso possibile. In questa prima fase era stato anche l’istinto della “curiosità” ad alimentare, tra i verbanesi, un certo entusiasmo per questo arrivo. Si erano avvicinati in molti per sapere chi erano queste persone, per sentire raccontare da loro le storie di questo viaggio, della fuga da paesi lontani affrontando il deserto, la drammatica permanenza nella pericolosa Libia infiammata dalla guerra civile e l’attraversamento del Mediterraneo. Durante questo anno e mezzo la presenza sul territorio di migranti è andata via via crescendo, fino ad arrivare a un numero di duecentonovanta persone accolte in tutto il V.C.O. Giovani tra i diciassette e i trent’anni, provenienti dall’Africa subsahariana occidentale e da alcune regioni mediorientali come la Siria, generalmente bilingui, quasi tutti mediamente istruiti e in apparenza svincolati da forti appartenenze tradizionali o religiose: dotati di spirito pionieristico e cittadini di un mondo globalizzato in cui più o meno si è tutti attratti dalle medesime cose.

Quindi un numero di presenze considerevole che ha richiesto la strutturazione di un sistema di accoglienza corposo che necessita, non lo si può nascondere, di risorse economiche importanti per essere sostenuto. Oltre al Consorzio dei Servizi Sociali che opera attraverso Cooperativa Xenia, i migranti sono affidati alla Cooperativa “Inopera” di Roma presso la sede dell’ex Polizia Stradale di Verbania, al Gruppo Abele e all’Istituto Sacra Famiglia. Questa rete di accoglienza non solo garantisce una dignitosa ospitalità a chi altrimenti sarebbe abbandonato alla strada, ma permette e guida i migranti nella tappa fondamentale del viaggio: l’ottenimento di un permesso, di un pezzo di carta che legittimi la loro presenza in Europa. Una fase complessa che si articola in quattro livelli di procedimento: Commissione regionale, ricorso al Tribunale Ordinario, eventuale ricorso alla Corte d’Appello fino alla Cassazione. Quando le persone entrano in questo percorso e quando diventano 150/200 mila all’anno è chiaro che c’è una dilatazione del tempo insopportabile, un limbo burocratico incerto che costringe a rimanere parcheggiati anche per due anni.

Sarebbe ingenuo pensare che non esista anche un oggettivo pericolo. Sono la situazione, le circostanze, il contesto a decidere se l’ “altro”, l’ estraneo, debba essere inteso come una minaccia o come un partner. La strumentalizzazione che oggi può essere fatta del fenomeno immigrazione fomenta un’idea diffusa, quanto distorta, che gli interessi degli italiani siano minacciati da questo esodo di genti in fuga e da un sistema che in generale non è in grado di gestire la situazione. Un messaggio chiaro quanto degenerato che si rivolge in modo trasversale a una platea socialmente eterogenea, di chi subisce maggiormente il peso di una crisi sociale e economica che da alcuni anni attanaglia anche la nostra città. Una crisi che ha frustrato gli animi di chi ha perso o non ha trovato lavoro e aggrava l’insofferenza generale per una realtà incerta e complessa di cui il “fenomeno immigrazione” non è che uno dei molti elementi sentiti con una grave intolleranza. In tutto ciò poco conta se sono gli scenari nazionali e internazionali, i piani alti, ad avere in mano gli strumenti per affrontare adeguatamente il nodo dell’immigrazione: è in città che prende forma il problema e agli attori locali viene richiesta un’azione concreta.

I flussi migratori vanno studiati e poi governati: chi ha responsabilità politiche deve tracciare le scelte, chi ha responsabilità amministrative deve gestire il sistema. Gestire il sistema significa organizzare le azioni che servono per analizzare la situazione al momento dell’arrivo (status di rifugiato o migrazione socio economica), predisporre e gestire l’accoglienza, promuovere l’integrazione per chi ha la possibilità di rimanere nel paese, organizzare i rimpatri per chi non può restare dopo aver accertato la provenienza dei migranti (cosa non così semplice da attuare).

Il VCO ha lavorato e sta lavorando bene, i numeri sono compatibili con la popolazione, a condizione che i percorsi di accoglienza e integrazione siano monitorati e gestiti da organizzazioni competenti e non improvvisate. L’accoglienza è garantita quando si mettono le persone nella condizione di veder riconosciuta la propria dignità e quando, in cambio, viene garantito il rispetto della comunità locale che accoglie e che a volte esprime comprensibili posizioni di diffidenza e paura. Questi sentimenti vanno ascoltati, compresi e, se possibile, accompagnati verso una “familiarità” e vicinanza che possa abbattere le diffidenze: la conoscenza reciproca riduce le barriere e allontana le paure. E’ soprattutto un percorso culturale che bisogna promuovere e favorire: conoscere i paesi di provenienza, creare occasioni di dibattito e di incontro, coinvolgere i migranti in iniziative pubbliche sono tutte azioni che aiutano a costruire ponti e non a sollevare muri.

E’ ancora una volta il vivo tessuto sociale verbanese a dover fare una parte da protagonista in questo senso. L’Amministrazione Comunale, espressione della volontà popolare, in questa fase deve saper coinvolgere e condurre insieme le associazioni, le organizzazioni politiche, le parrocchie e le comunità straniere locali in un percorso di conoscenza che rievochi non solo un senso di solidarietà e vicinanza indiscriminato ma anche un vivo interesse per ciò che sta accadendo fuori da questa piccola città che spesso tende a richiudersi in se stessa. I migranti che giungono qua non sono che il segno vivo di un mondo che si sta trasformando impetuosamente che ricadute anche su Verbania.
Tuttavia l’integrazione è il vero nodo di questa fase storica, anche per il nostro piccolo territorio di frontiera. Vale la pena di ricordarcelo: noi siamo gente di frontiera che tutti i giorni varca un confine per garantire alla propria famiglia la possibilità di vivere del proprio lavoro. Il lavoro è il vero cardine di ogni politica di sviluppo, di dignità e di integrazione per gli italiani e per i migranti. Lo sanno bene i paesi del Nord Europa che sulla formazione e sul lavoro hanno costruito le proprie politiche di integrazione e non è un caso che i migranti vogliano raggiungere la Germania o la Svezia.

In Italia nei primi sei mesi dall’arrivo i migranti non possono lavorare: questo potrebbe essere un tempo strategico invece per attivarli in azioni di volontariato civico. Il Consorzio Servizi Sociali del Verbano per primo ha provato con un’azione sperimentale di rendere la presenza di migranti una realtà attiva e integrata nella comunità locale: sei accolto con dignità, dunque puoi ricambiare l’accoglienza con attività utili alla comunità che ti accoglie. Durante l’anno passato erano state organizzate squadre di migranti affiancati da tutor locali- spesso membri del consigli di quartiere- che si adoperavano in piccoli interventi di manutenzione. Un’esperienza virtuosa grazie a cui, oltre ad essere stati realizzati alcuni interventi indubbiamente utili (pulizia parchi e sentieri, verniciatura di luoghi e attrezzature pubbliche) si è innescato un meccanismo positivo di conoscenza reciproca tra i migranti e la comunità locale. Quando si è inceppato il meccanismo? In un caso quando il supporto ai tutor locali, per stabilire la programmazione e il coordinamento degli interventi da realizzare non c’è più stato, in un altro quando non era stato spiegato ai migranti volontari la finalità effettiva del loro lavoro, ovvero che questo non sarebbe servito a ottenere i tanto agognati permessi di regolarizzazione. Oggi per ripartire è necessaria quindi una cabina di regia che sappia scegliere interventi strategici e adeguati alle prestazioni di un volontario e che ne esaltino il valore realizzativo. Il Comune articolandosi nei Quartieri, attraverso il sistema di accoglienza sopra descritto (Consorzio Servizi Sociali, Cooperative, Gruppo Abele) e i migranti deve saper costruire una rete sistematica e continuativa che sia avvertita positivamente in città adoperandosi a intervenire dove è realmente utile. Allo stesso tempo, aspettando che la normativa si adegui, prepararsi a far si che il volontariato civico possa diventare uno strumento di valutazione efficiente di merito che favorisca la permanenza sul territorio Europeo di chi ha le qualità per rimanere, tenendo conto che per chi scappa dalla guerra questo è già un diritto assodato e intoccabile.

Solo dando valore da entrambe le parti si possono pensare percorsi continuativi e non estemporanei di aiuto alle Amministrazioni Comunali, che tanto avrebbero da fare nelle piccole e continuative attività di manutenzione e valorizzazione degli spazi pubblici, nel supporto a manifestazioni culturali o sportive, di supporto organizzativo alle iniziative operative proposte dai Quartieri. Certo, il volontariato civico non è il lavoro; per questo gli strumenti ci sono: tirocini, stage, progetti specifici di inclusione. Ma su questo punto la politica deve essere attenta: gli strumenti e le opportunità devono essere messi a disposizione di tutti coloro che ne hanno diritto, italiani e stranieri regolari. Sarà il “mercato”, l’incontro tra la domanda di lavoro e l’offerta delle imprese a selezionare l’impiego più idoneo. Anche qui però la politica e le Amministrazioni possono cercare di capire/studiare quali siano gli ambiti del mercato che non sono coperti da una domanda autoctona: la ristorazione? L’agricoltura? Il settore lapideo? L’artigianato? E’ la formazione lo strumento strategico per indirizzare la domanda e offrire opportunità per chi ha davvero voglia di mettersi in gioco, italiano o africano che sia.

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