QUATTRO ANNI DI “MAGGIORE”: IL SENSO DI UN TEATRO E LA VOCAZIONE DI UNA CITTA’

Appare indispensabile il recupero dell’intuizione originaria della struttura, che era quella di teatro civico e non di  “Centro Eventi Multifunzionale”… E “teatro civico” significa coinvolgimento e valorizzazione sistematica dei soggetti che sul territorio producono spettacolo e “consumano” cultura, estendendo l’offerta culturale in senso proprio (cinema, teatro, danza, musica, fotografia…) e arricchendola con l’apertura di un adeguato spazio di ristorazione e la creazione di una vera e proprio area “smart” pubblica e aperta dotata di connessione in fibra ottica e organizzata in strutturate postazioni digitali a disposizione di tutti coloro che intendono studiare, lavorare e svagarsi.

VERBANIAVENTITRENTA

Tra maggio e giugno del 2016 prendeva avvio la prima stagione del teatro “Maggiore”: il quadriennio trascorso disegna un arco temporale non irrilevante, che consente una prima valutazione ragionata dell’impatto complessivo che questa importante struttura ha avuto sulla vita della nostra città, muovendo dagli obiettivi che vent’anni fa avevano dato consistenza all’ambizione – audacissima – di dotare per la prima volta Verbania di un  teatro civico. Obiettivi che è forse utile richiamare sinteticamente, per meglio valutare se e in che misura essi siano stati raggiunti:

  • realizzare un luogo a fortissima valenza identitaria, attraverso il quale rafforzare potentemente la vocazione culturale di Verbania, già evidente grazie alla solida e prestigiosa rete di istituzioni scolastiche e museali e alla robusta e qualificata presenza di associazioni operanti nel campo del teatro, del cinema, della musica, delle arti visive;
  • costruire finalmente, a settant’anni dall’istituzione del Comune, il “centro” della città, attraverso un’impegnativa e ambiziosa operazione urbanistica con la quale realizzare ad un tempo la “cerniera” tra Intra e Pallanza (il terzo ponte), la riqualificazione della “Sassonia”, la valorizzazione delle piazze F.lli Bandiera e Mercato;
  • arricchire la città con un “segno architettonico” di elevata qualità (di qui la scelta del concorso europeo di progettazione), in grado di renderla riconoscibile sul piano nazionale e internazionale;
  • offrire ai cittadini amanti delle arti, alla  ricchissima e qualificata realtà associativa e al sistema scolastico ed educativo una sorta di “spazio collettivo” destinato a diventare progressivamente una vera e propria “casa della cultura” della nostra comunità cittadina, all’interno della quale generare occasioni di fruizione e di produzione artistica e culturale in spazi appositamente pensati per le diverse attività, in strettissima sinergia con gli altri luoghi di cultura cittadina (Museo, Casa Ceretti, Villa Giulia…);
  • impostare una gestione amministrativa ed economica della struttura teatrale razionale e virtuosa, nella prospettiva di contenere le ricadute finanziarie negative sul bilancio del Comune.

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I punti 2 (ricucitura urbanistica e costruzione del centro della città) e 5 (sostenibilità finanziaria della gestione) sono stati irrimediabilmente compromessi dallo spostamento (dalla Sassonia all’ex arena) e dallo stravolgimento (da teatro civico a centro multifunzionale) del progetto originario, quest’ultimo aggravato da inoppugnabili carenze nelle successive fasi progettuali ed esecutive dell’opera. L’analisi dei bilanci consuntivi del primo e del secondo anno di gestione (vedi qui) indicano disavanzi di gestione tra 600.000 e i 700.000 €, coperti da risorse pubbliche (Comune e Regione). In mancanza di quello consuntivo, il bilancio preventivo del 2019 (il primo della Fondazione, vedi qui) indica entrate per 800.000 €, per due terzi (500.000 €) garantite da contributi paritari annui di Comune e Regione.

Il punto 3 (qualità del “segno architettonico” come valore dell’edificato e tratto distintivo della città), pur impoverito dalla traslazione del teatro rispetto al luogo su cui si erano esercitati i progettisti, mantiene – al di là della soggettività del giudizio estetico – una sua indiscutibile forza, che deriva dalla potente intuizione originaria di Arroyo e Cook.

Gli obiettivi indicati al punto 1 (teatro come uno dei luoghi costitutivi dell’identità cittadina) e al punto 4 (teatro come “casa della cultura” e luogo stabile e strutturato d’incontro per associazioni e cittadini amanti dell’arte) mantengono una loro attualità: sono oggi ancora in discussione e possono essere in qualche misura recuperati, nonostante lo stravolgimento del progetto originario e la caduta di tensione del tessuto associativo e culturale cittadino  (vedi qui, in particolare punti 3 e 4, e il denso, impegnativo e poco considerato documento del Pd verbanese diffuso nel maggio del 2016) .

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Appare indispensabile il recupero dell’intuizione originaria della struttura, che era quella di teatro civico e non di  “Centro Eventi Multifunzionale”,  poiché nessuno degli “eventi” a suo tempo immaginati (convegnistica, congressistica, fieristica) ha in questi quattro anni trovato spazio (né lo troverà in futuro) per mancanza di locali adeguati, di attrezzature idonee e di servizi indispensabili (ristorazione, parcheggi..). E “teatro civico” significa innanzitutto coinvolgimento e valorizzazione sistematica dei soggetti che sul territorio producono spettacolo (le associazioni di teatro, di cinema, di musica, di danza…) e “consumano” cultura (la vasta platea degli amanti di queste arti). Questa idea è stata di fatto marginalizzata e resa irrilevante da almeno tre fattori: la scelta di una direzione artistica estranea alla tradizione culturale della città e che in quattro anni non sembra sia riuscita a costruire un percorso condiviso con le associazioni del territorio; la creazione di una Fondazione che per inadeguatezza statutaria e vincoli finanziari, organizzativi e operativi non riesce a imporsi come soggetto gestionale autonomo e riconoscibile; la limitata e faticosa valorizzazione delle principali presenze culturali cittadine all’interno della programmazione del “Maggiore. Per riprendere la strada del “teatro civico” possono essere utili tre iniziative, peraltro già sperimentate con successo in contesti simili:

  • favorire la costituzione di un’Associazione di “Amici del Teatro Maggiore” in grado di mobilitare e organizzare le moltissime persone che a diverso titolo e con diversa intensità partecipano alle iniziative culturali ospitate nel teatro;
  • promuovere una forma stabile e riconoscibile di aggregazione delle singole realtà associative territoriali di teatro, cinema, musica e danza, alla quale riconoscere il ruolo di interlocutrice della Fondazione del “Maggiore” e dell’Amministrazione Comunale;
  • prevedere nello statuto della Fondazione il coinvolgimento e la valorizzazione negli organi di amministrazione – accanto alla figura dei soci sostenitori, peraltro oggi non presenti – dell’Associazione “Amici del Maggiore” e della rete delle associazioni culturali.

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Resta aperta la questione della sostenibilità finanziaria di una gestione che mantiene l’equilibrio dei conti solo grazie a contributi d’esercizio a fondo perduto di Regione e Comune (250.000 € ciascuno). L’importo è determinato anno per anno e rappresenta circa i 2/3 di tutte le Entrate della Fondazione, a fronte di un 25% di ricavi da biglietti e abbonamenti e di un aleatorio 12% (100.000 €) di affitti e sponsorizzazioni.

Le più recenti esperienze sul piano nazionale vanno tutte in una direzione: aprire la struttura teatrale ad attività di più largo interesse, anche per generare un ritorno economico a compensazione dell’inevitabile squilibrio finanziario della gestione “caratteristica”. Oggi non è più concepibile gestire luoghi destinati in esclusiva ad un’unica funzione, che si aprono al pubblico qualche sera la settimana per un paio d’ore soltanto e per il resto della giornata restano deserti. Questa modalità di gestione non è più sostenibile per ragioni economiche, ma soprattutto perché è radicalmente cambiata la nostra idea di cultura e sono cambiate le esperienze e i consumi culturali. Si tratta cioè di pensare una proposta culturale caratterizzante, affiancata da attività commerciali a essa non subordinate, ma altrettanto decifrabile per il fruitore attraverso un’offerta differenziata che faccia leva sulla presenza costante di elementi legati al cibo, alla convivialità, al divertimento e a spazi dedicati alla commistione lavoro /svago, rete Wi-Fi, servizi accessori. E tra questi spazi può essere pensato anche il grande parco di Villa Maioni, in una prospettiva in integrazione anche fisica con la limitrofa area destinata a spiaggia, balneazione e solarium.

Le esperienze nate in questi anni confermano che questi luoghi, dove si intrecciano socialità, intrattenimento, cultura, e lavoro, hanno un impatto significativo su diversi aspetti della vita sociale e individuale. Per la progettazione, gestione, anche quando si muovono su piccola scala, è necessario coinvolgere un’ampia gamma di sapere. Un’ipotesi a cui lavorare potrebbe essere quella di un centro artistico-culturale dedicato a settori differenti: cinema, teatro, danza, musica, fotografia, una biblioteca permanente (collegata alla vicina struttura) con documentazione su queste discipline. La differenziazione delle proposte fa sì che l’utente non si concentri più su quale artista desideri vedere fra i molti in programmazione, ma su quale tipo di serata si aspetti, sia essa mangiare una pizza o vedere uno spettacolo, o ancor meglio se le due cose possono avvenire nello stesso posto.

Lo spettatore o meglio l’utente, è il fulcro dei nuovi luoghi della cultura. Un obiettivo indifferibile è l’ampliamento dei fruitori di eventi culturali che attualmente rappresentano una parte minoritaria della popolazione: meno del 20% degli italiani frequenta i luoghi deputati della “cultura alta”. In molti casi sono i giovani che si sentono estranei alle istituzioni culturali più collaudate e paludate e che utilizzano informazione e fruizione diverse da quelle tradizionali. L’”esca” che consente l’accesso al paese delle meraviglie culturali può essere il ristorante/pub, magari pensato all’interno di spazi multidisciplinari che tendano ad affiancare a un pubblico verticale (quello interessato a una sola arte o genere, per esempio il teatro di prosa) un pubblico “trasversale” incuriosito dalle diverse forme di espressione culturale.

In questa prospettiva il “Maggiore” sconta purtroppo gravissimi limiti strutturali: l’area di  ristorazione collocata in cima a uno dei “sassi” in spazi irrazionali, angusti e oggi inservibili; spazi commerciali di natura tradizionale e/o innovativa inesistenti; il baretto lillipuziano legato alla spiaggia pubblica esterna con ritorni economici irrilevanti (10.000 € di canone annuo). Gli errori di concezione e di localizzazione dell’allora CEM sono stati certamente madornali e forse irrimediabili, ma è dovere della città e dei suoi amministratori sforzarsi di trovare una soluzione che immetta un po’ di linfa vitale in un complesso edilizio costosissimo che, iniziando a invecchiare, già richiede importanti investimenti per una buona manutenzione sia ordinaria sia straordinaria. E allora, in coerenza con le suggestioni dei paragrafi precedenti, invitiamo gli amministratori a valutare la possibilità di destinare parte degli immensi (e largamente inutilizzati) volumi del “Maggiore” a una grande area “smart” pubblica e aperta dotata di connessione in fibra ottica e organizzata in strutturate postazioni digitali a disposizione di tutti coloro che intendono studiare, lavorare e svagarsi in un contesto altamente caratterizzato dal punto di vista sociale e culturale. Solo così sarà forse possibile orientare sul “Maggiore” un flusso di utenti/fruitori di cultura (teatrale, artistica, tecnologica, digitale) tale da rendere appetibile l’apertura (ora impensabile) dello spazio della ristorazione interno alla struttura. E con l’offerta enogastronomica si chiuderebbe il circolo virtuoso dell’auspicabile riscatto del “Maggiore”.

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Chiudiamo con qualche considerazione dedicata al primo degli obiettivi intorno a cui quasi vent’anni fa si era sviluppata la riflessione, allora davvero corale, della comunità cittadina: il teatro come entità costitutiva dell’identità e della vocazione di Verbania. La città dispone di luoghi e spazi culturalmente significativi di cui il “Maggiore” con la sua Fondazione può (meglio: deve) diventare il protagonista di una graduale e virtuosa integrazione. Alcuni di essi sono presenze ormai consolidate e conosciute, come la Biblioteca Civica “Ceretti”, Villa Giulia e il Museo del Paesaggio nelle sue sedi pallanzesi dei palazzi Biumi-Innocenti e Viani-Dugnani; altre sono realtà di recente costituzione (ad esempio Casa Ceretti) o addirittura in  fieri, come la  nuova sede dell’Università del Piemonte Orientale in fase di realizzazione a Villa san Remigio. Appare uno spreco di risorse e di energie lasciare che ciascuno di questi “luoghi” agisca in maniera isolata e spesso autoreferenziale, gestendo in solitudine i rapporti con le istituzioni pubbliche e private del territorio. Costruire un’offerta culturale integrata e sinergica – in una prospettiva non solo cittadina ma provinciale – non dovrebbe essere proprio uno dei compiti principali (anzi, dovrebbe esserne lo scopo principale, l’unico in grado di giustificare la presenza della Regione come socio fondatore con un così robusto contributo finanziario) della Fondazione del teatro, come recita l’art. 2, comma 1 e 2 del suo Statuto? Non sarebbe questo uno degli ambiti privilegiati per il rilancio di quell’idea di provincia di cui ci siamo recentemente occupati su queste pagine virtuali?

Insomma, anche il “dossier Maggiore” conferma che non è più rinviabile il ritorno della politica per disegnare in forme partecipate e ragionate il destino di Verbania e della provincia del VCO.

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