SENTIERI DEL MONTEROSSO. UN PATRIMONIO A RISCHIO DI ESTINZIONE

Sono numerosi e suggestivi gli antichi percorsi che hanno reso accessibile e fruibile il Monterosso nei lunghi secoli della nostra “civiltà rurale”. Oggi rischiano di scomparire, mentre sarebbero una interessante risorsa ambientale, turistica e paesaggistica per tutta la nostra zona.

Mentre si va tristemente concludendo l’occupazione cementizia delle basse pendici del colle, potrebbe essere utile riprendere qualche ragionamento sulla fruizione turistica, ambientale e paesaggistica del Monterosso. Analogamente alle altre realtà collinari e montane della nostro zona, anche il Monterosso a partire dagli anni ’40-’50 del secolo scorso ha vissuto uno strano destino: da un lato, è divenuto oggetto di intensi appetiti edilizi, che hanno a più riprese (dagli anni ’50 agli anni ’90) costellato le sue falde più basse di ville e villette, in quello che è oggi un continuum indistinto di abitazioni in risalita da Suna e Pallanza verso il monte; dall’altro, le falde medie e alte si sono rapidamente inselvatichite e “rinaturalizzate”, inghiottendo gran parte dei segni di una presenza umana antica di secoli (sentieri, percorsi vicinali, muri a secco, terrazzamenti per le colture) e rendendo difficilmente accessibili e fruibili quegli stessi luoghi.

Eppure, nonostante la “cancellazione” della sua prima falda a causa di un’edificazione massiva e la sostanziale estraneità con cui è guardato dai verbanesi, il Monterosso potrebbe ancora – seppur parzialmente – essere reso vivo e attrattivo per i residenti e i villeggianti, in particolar modo per i campeggiatori della piana del Toce. Un primo passo deve consistere nel recupero effettivo e consapevole della rete di antichi sentieri ancora oggi esistenti. Recupero effettivo e consapevole significa due cose: una campagna di manutenzione straordinaria dei percorsi e un’attività pianificata e completa di tabellazione dei sentieri. Oggi appare adeguatamente mantenuto e segnalato soltanto il sentiero del Buon Rimedio da Suna a Cavandone, mentre risulta meno efficace la tabellazione/segnalazione – pur esistente – dei sentieri che da Cavandone scendono a Bieno e a Fondotoce. Vi sono poi altri percorsi che versano in condizioni manutentive peggiori: il sentiero dell’acquetta, che da via Toti/Pogiani sale al Pellegrino e a Cavandone; il lungo e suggestivo sentiero Madonna di Campagna-Bieno, sul versante nord del monte; il sentiero che dalla parte alta di Cavandone porta sino alla via al Monterosso; i tre vecchi percorsi gippabili noti come “taglia fuochi”; il sentiero dei “ronchi”, una sorta di “direttissima” Suna-Pellegrino; il sentiero della Bergamina; il grande e trascurato percorso Cavandone-Bieno-Fondotoce-Mergozzo-Montorfano.

Sopravvivono poi qua e là dei tratti di sentieri – vicinali e comunali – che per qualche centinaio d’anni consentivano a sunesi e pallanzesi di raggiungere i fondi di proprietà per curarvi le colture agricole e l’allevamento di qualche capo di bestiame. Con il venir meno di questi usi, i sentieri sono stati prima totalmente abbandonati e poi in più d’un caso interclusi e “assorbiti” nelle proprietà che costeggiavano o attraversavano.

Sarebbe sommamente opportuno, prima che la memoria storica si perda del tutto, avviare una grande azione di valorizzazione e recupero fondata sull’emersione di tutti i sentieri un tempo esistenti; sulla manutenzione straordinaria una tantum di quelli ancora riconoscibili e di quelli “riscoperti”; sulla segnalazione/tabellazione chiara e accessibile dei percorsi; sulla pubblicazione di un opuscolo cartografico e illustrativo di tutti i sentieri; sulla divulgazione di questa interessante e suggestiva opportunità di fruizione e riscoperta dei territorio tra i residenti, nei campeggi e negli alberghi cittadini.

C’è, insomma, molto lavoro da fare. Ma non sarebbe certamente lavoro inutile.

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