2 Giugno. Festa della Repubblica

Interventi in occasione della Festa della Repubblica 2006, 2007, 2008, 2009.

2 Giugno 2006

Aggiungo con naturale sintonia a quello del Presidente della Provincia il mio saluto ai cittadini e alle autorità presenti per celebrare i sessant’anni della Repubblica. Voglio oggi condividere con voi una riflessione semplice sul senso di questa giornata, approfittando del fatto che la ricorrenza decennale facilita una valutazione complessiva degli eventi che nel corso di questi decenni si sono succeduti. Un ragionamento tanto semplice che potrà apparire quasi didattico, cosa della quale già da ora mi scuso con voi tutti.

La nostra sessantennale democrazia di fonda su cinque pilastri ormai riconosciuti: l’antifascismo, la resistenza, la liberazione, la repubblica, la costituzione. A ciascuno di questi pilastri non corrisponde un’idea astratta e disincarnata, ma una vera propria azione.  L’Antifascismo fu azione essenzialmente morale: essa si risolse negli anni Venti e Trenta nella testimonianza inerme di uno sparuto drappello di uomini che in esilio o in carcere seppero tenere alta un’idea diversa d’Italia. E lo hanno fatto in un contesto politico, sociale e ideale fortemente ostile, sperimentando la solitudine e l’emarginazione. Altra arma non avevano se non quella dell’opposizione morale a un regime autoritario e dittatoriale; in questa opposizione si è mantenuta viva l’Italia che il 2 giugno è rinata nella forma repubblicana e democratica.

La Resistenza fu azione politica: a partire dal ’43 l’antifascismo divenne gradualmente resistenza attiva, strutturata militarmente e alimentata politicamente attraverso la riorganizzazione sistematica delle forze politiche e dei partiti, che sono stati e sono ancora oggi lo strumento principale attraverso cui si struttura la partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale.

La Liberazione, esprimendo un moto insurrezionale di popolo che si affiancò alle forze armate alleate, si manifestò come azione militare. Il popolo della Resistenza in armi nelle settimane tragiche dell’aprile ’45 riscatta la libertà mortificata dell’Italia.

La Repubblica fu azione democratica. Per la prima volta un intero popolo di uomini e di donne poté scegliere direttamente e liberamente la forma dello Stato e i suoi rappresentanti in seno ad un’Assemblea Costituente.

L’assemblea costituente, quasi a suggellare un cammino di redenzione e di riscatto, consegnò all’Italia con un’azione deliberativa la Carta fondamentale della sua sessantennale convivenza libera, pacifica, democratica, prospera: la Costituzione.

All’interno di questo processo fondativo, il 2 giugno 1946 costituisce sintesi, punto d’approdo e di armoniosa convergenza di antifascismo, resistenza e liberazione. Non vi sarebbe stata in quel giorno la libera scelta di milioni e milioni di persone, se nel decennio precedente un’idea diversa e migliore d’Italia non fosse stata tenuta viva dall’azione morale dello sparuto drappello di antifascisti in prigione e in esilio; e se questa azione morale non avesse fecondato la resistenza attiva sbocciata nel ’43; e se l’azione politica della Resistenza non avesse sostenuto il moto insurrezionale di liberazione della primavera del ’45. Ma il 2 giugno non è stato solo punto di approdo; esso è stato anche punto di partenza della nostra ultradecennale democrazia. In quella giornata sono nati la forma repubblicana dello Stato, che ha reso gli Italiani cittadini da sudditi che erano, il suffragio universale e femminile, il Parlamento in forma di Assemblea Costituente. E sono state poste le premesse irreversibili della Costituzione Repubblicana.

Voglio chiudere questa breve riflessione invitandovi a compiere un viaggio a ritroso nella memoria, al giugno di due anni prima, al tragico giugno 1944. Nel pomeriggio del giorno 20 dalla Villa Caramora escono 43 giovani destinati alla fucilazione a Fondotoce. Tra di essi Cleonice Tomassetti, una donna di umili origini e di poco più di trent’anni, dunque più grande di molti di quei ragazzi destinati alla morte. A Verbania Nice è giunta per caso proprio nei giorni del rastrellamento tedesco in Valgrande con un giovane patriota milanese; viene catturata, picchiata, destinata alla fucilazione. Sul lungolago di Intra si rivolge ai suoi compagni di sventura e – come testimonia il giudice Emilio Liguori, imprigionato e testimone oculare di quelle ore – li esorta con queste parole: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà di tutti”.

L’Italia della “libertà di tutti”, che Cleonice Tomassetti indica ai patrioti di Fondotoce come ragione invincibile del loro sacrificio, è l’Italia del 2 giugno del 1946.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

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2 giugno 2007

Aprendo con il mio intervento la serie di brevi allocuzioni per la celebrazione del 2 giugno, rivolgo un saluto grato alle autorità qui convenute, ai colleghi sindaci che rappresentano le rispettive comunità. Ma soprattutto il mio saluto raggiunga i numerosi cittadini presenti questa mattina di fronte al monumento che fa memoria dei cento e cento giovani pallanzesi caduti nella prima guerra mondiale, i cui nomi restano incisi da ottant’anni su questa lapide. Sono i cittadini, infatti, che in un regime repubblicano esprimono – nella loro radicale uguaglianza – la sovranità dello Stato.

Un anno fa, in questo stesso luogo, chiudevo il mio breve discorso in occasione del sessantesimo anniversario del referendum dando la parola a Cleonice Tomassetti, l’unica donna tra i 42 martiri di Fondotoce, che esortava i suoi compagni di sventura in partenza da Villa Caramora per il luogo della fucilazione con le parole: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà di tutti!”. In quelle parole mi sembrava di leggere in filigrana le “cinque Italie” che nel breve volgere di qualche anno rinascevano nell’Italia democratica dopo vent’anni di dittatura: l’Italia dell’antifascismo, l’Italia della Resistenza, l’Italia della Liberazione, l’Italia della Repubblica, l’Italia della Costituzione. E se l’anniversario decennale – quello dello scorso anno fu il sessantesimo – favorisce, per la solennità intrinseca della ricorrenza, il recupero e il ripensamento degli eventi fondativi, l’anniversario per così dire “feriale” – il sessantunesimo, che festeggiamo oggi – evoca l’evento fondativo interpellando direttamente l’attualità.

Sei decenni sono un tempo relativamente breve per radicare in profondità il sentimento di appartenenza ad una patria repubblicana. Perché l‘adesione alla Repubblica chiede ai cittadini un sovrappiù di responsabilità che non è invece richiesto al cittadino di una monarchia anche costituzionale. Nella presenza fisica del sovrano regnante, nella consistenza ultrascolare – e in Europa in qualche caso millenaria – della dinastia, la nazione riconosce con una evidenza più immediata e più facile la continuità storica della patria; la patria repubblicana, facendo di ogni cittadino un sovrano, richiede appunto un sovrappiù di responsabilità, la cui progressiva estensione rende salda e forte e consapevole la nazione. L’Italia repubblicana rivela ancora i tratti di un’antica debolezza: restano ancora forti i particolarismi, che quando enfatizzano l’appartenenza territoriale diventano localismi e quando si richiudono a difesa di singoli interessi economici diventano corporativismi; resta forte ancora la tentazione individualistica, che il ripiegamento egoistico e miope traduce in familismo.

A stornare questo rischio di debolezza della nostra identità repubblicana può forse essere utile evocare un episodio della seconda guerra mondiale che ebbe a protagonista il generale Charles De Gaulle. Nel giugno del 1940 la Francia vive giorni terribili: le armate naziste invadono il Paese e raggiungono Parigi; l’Italia fascista dichiara guerra a una nazione ormai vinta. De Gaulle è sottosegretario del governo Reynaud e fa la spola tra Londra e Parigi per verificare le residue speranze di resistenza. Nel frattempo, il maresciallo e ministro Petain già pensa di offrire la capitolazione del Paese a Hitler, aprendo così la strada al disonore di Vichy. Dice Petain in una drammatica seduta del Governo  il 13 giugno: “E’ impossibile al governo francese, senza disertare, abbandonare il territorio francese. Il dovere del governo è, qualunque cosa accada, restare nel Paese”. Sono le premesse della capitolazione e della deriva collaborazionista della Francia di Vichy. De Gaulle compie una scelta antitetica: sceglie di continuare la lotta in solitudine e la mattina del 17 giugno abbandona in aereo il suolo francese. Atterra in Inghilterra, accolto da Churchill. Nel suo diario scriverà le sensazioni avvertite appena giunto: “…apparivo a me stesso solo e sprovvisto di tutto, come un uomo che sulla sponda dell’oceano pretenda di attraversarlo a nuoto..”. La nazione, la Repubblica, la Francia non vivono nella scelta di Petain; non restano sul suolo del Paese che sta per essere consegnato a Hitler dai collaborazionisti. La Francia, la sua Repubblica, vive fuori dai confini materiali; dal 18 giugno continua a vivere in un solo uomo che ne ha assunto l’idea, preservandola negli anni della guerra in attesa del riscatto che verrà.

Anche nel dramma più cupo della storia, la Repubblica può continuare a vivere nella tenacia di un solo uomo che l’ha amata contro ogni speranza e l’ha preservata dalla rovina.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

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2 giugno 2008

Rivolgo a voi tutti presenti questa mattina il saluto riconoscente e beneaugurante della civica amministrazione di Verbania, che ospita la celebrazione ufficiale della festa della Repubblica. Il saluto raggiunga innanzitutto i cittadini, che nella forma repubblicana dello Stato esprimono la sovranità fondativa della nazione; un saluto raggiunga le autorità civili e militari e i rappresentanti delle istituzioni democratiche: il Presidente della Provincia, i consiglieri regionali, i parlamentari nazionali.

Il mio intervento intende svolgere brevemente una sola considerazione: l’idea che nella festa della Repubblica, nella data del 2 giugno, si celebra la festa della patria comune. Deve cioè affermarsi – e la solennità della giornata odierna costituisce un’eloquente testimonianza di questa ambizione – il primato del 2 giugno come sintesi entro cui convergono e si manifestano compiutamente i valori espressi dalle altre ricorrenze nazionali. In questa ricorrenza devono cioè confluire i fattori costitutivi e fondativi della patria repubblicana, perché siano chiare e inequivoche le ragioni storiche che hanno portato al faticoso e drammatico costituirsi dell’Italia libera e democratica.

A me sembra che possano essere individuati quattro grandi fattori intorno ai quali si sono edificate le fondamenta della Repubblica del 2 giugno. E a questi fattori corrispondono altrettante date, cariche di valore simbolico. Il primo è riconoscibile nel processo di unificazione territoriale, attraverso il quale si è realizzato e compiuto il movimento risorgimentale, che ha consegnato il Paese ai suoi confini fisici e geografici: la data del 4 novembre 1918 riassume in maniera eloquente questo processo, i suoi drammi e le sue glorie. Il secondo fattore consiste nella militanza antifascista che, nel cuore della dittatura mussoliniana, ha tenuto vive le ragione della libertà e della democrazia, in anni in cui questa testimonianza appariva minoritaria e destinata a soccombere all’arroganza di un regime totalitario. La figura dei fratelli Rosselli, uccisi nell’esilio francese da mani fasciste il 9 giugno 1937, può a buon diritto riassumere la dedizione alla libertà che centinaia di italiani hanno continuato a praticare a prezzo dell’incolumità e spesso della vita stessa. Il terzo fattore si rivela invece nella scelta resistenziale che ha contributo a riscattare – moralmente prima ancora che militarmente – la nazione italiana. Una resistenza morale, civile, politica, militare che a me piace oggi ricordare non tanto e non solo nei gesti di dedizione eroica che pure conosciamo e onoriamo, quanto piuttosto quel movimento originario della coscienza che tra il ’43 e il ‘45 ha armato il cuore di migliaia e migliaia di ragazzi cui dobbiamo non solo la liberazione del 25 aprile 1945, ma anche il solido patrimonio di idealità e di onestà che ha fatto grande l’Italia dal dopoguerra ad oggi. Infine, il quarto fattore: la costituzione repubblicana, che l’Assemblea Costituente solennemente approvò il 22 dicembre 1947, trasferendo nella carta fondativa le aspirazioni di pace, libertà, giustizia, democrazia per riscattare le quali il popolo italiano aveva attraversato l’umiliazione della dittatura, la tragedia della guerra, il riscatto della Resistenza, la conquista, incruenta ma non per questo meno drammatica, della forma repubblicana.

Credo davvero che il 2 giugno sia la sintesi rivelatrice di altre quattro date: il 4 novembre ‘18, il 25 aprile ‘45, il 9 giugno ’37, il 22 dicembre ’47. Unificazione nazionale, testimonianza antifascista, militanza resistenziale, approdo costituzionale.

Proprio ieri il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sottolineato con autorevolezza accorata e preoccupata, il rischio di una “regressione civile” del Paese. E’ una preoccupazione reale, fondata.  Per stornare questo rischio, per evitare una regressione civile, che è qualcosa di più e di più grave di una congiuntura economica o di una crisi politica, noi non abbiamo altro giacimento morale e ideale cui attingere, altro patrimonio cui fare riferimento che quello consegnatoci dalla dedizione di coloro che hanno fatto l’Italia che conosciamo e che ho evocato nelle quattro date che ben simboleggiamo quel lascito prezioso. Se anche uno solo dei quattro fattori, che nel 2 giugno si rivelano, venisse omesso o dimenticato, sarebbe un’altra Italia. E sarebbe un’Italia certamente diversa da quella che oggi, nel 2 giugno, celebriamo e della quale andiamo fieri e siamo orgogliosi.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

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2 giugno 2009

L’appuntamento odierno con la celebrazione del 2 giugno, con l’anniversario del referendum attraverso cui il popolo ha voluto darsi la Repubblica come forma dello Stato, deve rifuggire dalla sempre incombente tentazione della ritualità. E proprio ad evitare questo temibile approdo, vorrei  svolgere il mio breve saluto alla popolazione e alle autorità richiamando il percorso a cinque tappe all’interno del quale ancora oggi si risolve e si chiarisce il valore della nostra appartenenza a questo Paese, all’Italia repubblicana.

La nostra nazione, nei valori che la identificano e che ancora oggi la costituiscono, si è formata nell’arco di poco più di decennio, dalla metà degli anni Trenta sino al 1948, attraverso la progressiva assimilazione e la consapevole acquisizione di cinque tratti fondativi: l’antifascismo, la resistenza, la liberazione, la repubblica e la costituzione. All’origine dell’Italia che noi abitiamo e che amiamo rintracciamo la testimonianza di antifascismo di una minoranza di italiani che a metà degli anni Trenta, nel momento di massimo consenso per il regime fascista, seppero tenere viva l’idea di un’altra Italia, alternativa a quella del trionfalismo mussoliniano. E la tennero viva nell’esilio, nel carcere, nel confino, uomini come i fratelli Rosselli, come Gramsci, come De Gasperi e don Sturzo, come Nenni e come Pertini. La tennero viva a prezzo della libertà e, in molti casi, della stessa vita. A questa minoranza sparuta ma consapevole, perseguitata ma inflessibile, noi dobbiamo la libertà di cui ancora oggi godiamo. La nostra Italia nasce là, nell’esilio e nel carcere di uomini che, sperando contro ogni speranza, non vollero rassegnarsi al conformismo di un’opinione pubblica largamente favorevole a un regime che, promettendo destini imperiali, in realtà preparava la catastrofe della guerra. E’ questa testimonianza, minoritaria ma inflessibile, che innerva la Resistenza: senza l’Antifascismo perseguitato degli anni Trenta non ci sarebbe stata la reazione dei resistenti nell’autunno del ’43, non ci sarebbe stata la reazione dei militari italiani che scelsero consapevolmente di combattere il nazifascismo. Senza la Resistenza non avremmo avuto la Liberazione del 25 aprile; senza Liberazione non sarebbe stata conquistata la Repubblica, e senza la forma repubblicana dello Stato non ci sarebbe stata la Costituzione del 22 dicembre del 1947. Dunque, senza l’antifascismo non ci sarebbe stata l’Italia repubblicana di cui oggi celebriamo la ricorrenza. Dobbiamo però avere il coraggio di riconoscere che la stagione dei cinque tratti fondativi della repubblica sopra ricordati è figlia di una temperie morale e civile così alta e nobile che oggi non riusciamo neppure ad immaginare: quella temperie costituisce ancora l’unico giacimento di etica civile e di idealità della nazione. Di quel lascito – e di quello solo – vive l’Italia.

Ma se, come purtroppo ci pare stia accadendo in questi mesi, l’Antifascismo viene delegittimato in radice (cosa sarà mai, se non delegittimazione radicale, la presenza dei militanti di Casa Pound – “fascisti del terzo millennio” – nelle liste elettorali?); se la Resistenza viene svilita, come è accaduto nelle settimane scorse con la provocatoria proposta di legge per l’equiparazione dei patrioti e dei repubblichini di Salò; se la Liberazione viene contestata e ridotta a feroce regolamento di conti tra faide di opposto orientamento ideologico-politico; se la Costituzione viene forzata, alimentando continue tensioni tra potere politico e magistratura e tra Governo e Parlamento, oppure facendo appello direttamente al popolo in aperta polemica con le istituzioni rappresentative della sovranità popolare: ebbene, se tutto questo continua ad accadere, anche la Repubblica smarrisce il suo volto e la sua identità.

Guardate, la Repubblica è – prima della veste giuridica che la identifica come una forma dello Stato – il senso della nostra comunità, intesa come polis complessa e articolata, come luogo ove si formano, si radicano e si trasmettono alle generazioni future i valori civili e sociali su cui si costruisce un’armoniosa ed equilibrata convivenza; e non certo intesa come un indistinto, casuale e anonimo aggregato di produttori e di consumatori.

Che questa sia la nostra Repubblica, e dunque che questo sia il significato ultimo della ricorrenza che oggi celebriamo, ce l’hanno insegnato uomini come Benedetto Croce e Umberto Terracini, come Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, come Ugo La Malfa, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira.

Ma noi, oggi, da chi l’apprendiamo?

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania