8 Settembre. Celebrazione dell’armistizio

8 settembre 2008

Prendo volentieri la parola per salutare e ringraziare della loro presenza innanzitutto i colleghi sindaci, la cui partecipazione in questo luogo con la fascia tricolore rende visibile l’adesione delle comunità municipali che rappresentano alla ricorrenza dell’8 settembre; un ringraziamento va anche ai rappresentanti della Regione e della Provincia, mentre quest’occasione celebrativa mi dà l’opportunità di salutare ufficialmente – dopo averlo fatto privatamente presso il mio Municipio – il nuovo Prefetto, Riccardo Ubaldi, e il Comandante provinciale della Guardia di Finanza, Petrosino. Un saluto di benvenuto che avviene in questa casa, che è il luogo “più alto” della nostra città: un’altezza morale, dalla sommità della quale Verbania ha imparato in questi sessant’anni e più a guardare e a giudicare gli eventi della nostra storia locale e nazionale e a riconoscere il fondamento della nostra convivenza libera e democratica.

Vorrei riuscire a stornare il rischio, sempre in agguato, di ridurre queste manifestazioni a celebrazioni dai contenuti retorici e prevedibili. Per questa ragione mi limiterò a condividere con voi una sola riflessione. Abbiano in questi anni imparato a riconoscere nell’otto settembre il punto di partenza di un riscatto della nazione che ha poi generato le date gloriose e fondative del 25 aprile 1945, del 2 giugno del 1946, del 22 dicembre 1947, quando l’Assemblea Costituente approvò in via definitiva la Costituzione repubblicana. E’ forse giunto il momento di leggere in questa data non solo il punto di partenza del riscatto, ma anche il punto d’arrivo della dissoluzione – apparentemente repentina e totale – della nazione italiana dopo un ventennio di dittatura fascista.

Voglio perciò richiamare alla vostra attenzione una data e un fatto che penso siano sconosciuti ai più. Il 2 dicembre dell’anno precedente, il 2 dicembre del 1942, alle 10,30 del mattino, tutte le radio erano accese per ascoltare il discorso che avrebbe rivolto alla nazione il capo del governo e duce del fascismo. Per tutto quell’anno Mussolini aveva gradualmente ridotto i suoi interventi pubblici e l’Italia aveva seguito con una sospensione stupefatta il venir meno delle promesse di facile vittoria e di ricco bottino che solo due anni prima erano state fatte dal balcone di piazza Venezia annunciando l’entrata in guerra del nostro paese. E la sorpresa si era via via mutata in preoccupazione e sconcerto mano mano che dai fronti di guerra giungevano notizie indeterminate e reticenti, mentre le nostre città subivano la crescente azione dei bombardamenti angloamericani. Era dunque altissima l’attesa per il discorso di Mussolini: si attendevano notizie certe, che non vennero. Nessun accenno che desse una qualche speranza; soltanto la conferma di una situazione incerta, difficile, indeterminata; nella sostanza, nessuna prospettiva ma l’invito ad arrangiarsi di fronte all’aggravarsi dello scenario bellico. Cadeva così nella coscienza popolare quello che restava del mito del ventennio, della “nazione proletaria”, del trionfalismo che aveva accompagnato l’annuncio dell’entrata in guerra; gli agenti dell’Ovra registrano questo malcontento diffuso, nel quale di azzera il credito residuo del regime.

In poche settimane si dissolve lo Stato e si perde il sentimento della nazione; con l’inizio del ’43 si innesca il processo di regressione da una dimensione statuale e nazionale a una dimensione che si limita e si restringe al nucleo familiare e, al massimo, al gruppo sociale. Per sfuggire i bombardamenti e la fame, per assicurare a sé e ai propri familiari una qualche sopravvivenza, si cessa di guardare alla città come luogo prospero e sicuro e si torna alla campagna, alla sussistenza alimentare garantita dalla terra; nella dissoluzione dello Stato, gli uomini ripiegano sulla solidarietà primaria del sangue, del focolare, della terra. Il tempo e lo spazio cambiano: non più il tempo lineare della società civile, del progresso, della complessità delle istituzioni, ma il tempo ciclico e originario delle stagioni, che rimanda ai raccolti più o meno buoni da quali dipende l’esistenza in vita; non più lo spazio della nazione, reso sicuro e protettivo dai presidi di civiltà, ma lo spazio ostile, insicuro e pericoloso che divide borgo da borgo, nel quale sono impediti i movimenti a causa delle distruzione delle infrastrutture per i bombardamenti. E nella dissoluzione dello Stato, nella regressione sociale e civile, nell’imperativo della sopravvivenza individuale e familiare, misuriamo anche il limite di un popolo che di fronte al dramma che si consuma sceglie la rimozione piuttosto che la piena assunzione di responsabilità: la colpa è tutta scaricata sul regime, sul fascisti, sui tedeschi, su Mussolini, quasi che la deriva dittatoriale del ventennio sfociata nella guerra non fosse stata assentita e condivisa da larghi, larghissimi strati della popolazione.

L’otto settembre costituisce il culmine di questa dissoluzione, di questa regressione, di questo profondo e diffuso sbandamento, morale prima ancora che civile e sociale. Eppure, dentro questo buco nero della nazione si salvano sacche di resistenza che faticosamente, gradatamente, confusamente alimenteranno il difficile riscatto che porterà alla Liberazione, alla ricostituzione della nazione repubblicana. Ma oggi, a sessantacinque anni da quella giornata, possiamo forse tornare a guardare e a indagare il buco nero della dissoluzione: indagine tormentosa e difficile, nella quale tornano a prendere corpo i limiti della nostra dimensione civile nazionale che ancora oggi misuriamo negli effetti negativi che producono nella vita sociale del paese: il disincanto, l’individualismo, la furbizia, il cinismo, la propensione autoassolutoria, l’irresponsabilità. Prenderne consapevolezza ci gioverà.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania