UN DEA, DUE DEA. DANNI COLLATERALI? di Roberto NEGRONI

L’ennesima diatriba tra territori sulla sanità “travolge quel che resta (poco, quasi nulla) del Vco”, cioè il fondamento stesso di quella aleatoria idea di provincia che per vent’anni è stata stentatamente e con scarsa convinzione praticata, sempre tentati da inclinazioni strumentali o localistiche e ostacolati da ricorrenti pulsioni centrifughe. E ciò, tutto sommato, non è probabilmente un male, perché aiuta almeno a fare chiarezza, a rendere sempre più evidente ciò che era da tempo noto. Dispiace, ma è anche una definitiva sollecitazione a regolarsi di conseguenza, ad andare oltre. Senza indulgere in logori piagnistei, ma anche senza inopportuni squilli di fanfara

Le penose vicende dei giorni scorsi riguardanti la sanità del territorio pongono interrogativi e, soprattutto, suscitano considerazioni non so se più preoccupanti o sconfortanti. La sospensione per un anno della decisione riguardante la dislocazione del DEA di primo livello, con tutte le conseguenze che la cosa comporta, sarà forse utile per recuperare visioni e approcci più ragionevoli e ponderati di quelli visti nei giorni passati, ma è proprio la ragionevolezza che consiglia di non omettere l’avverbio. Lo sciagurato primo atto cui abbiamo assistito, inaugurato dall’incauto tentativo dell’assessore Saitta di mollare il cerino acceso ai diretti interessati, ha infatti prontamente riattizzato antiche divisioni, ma, come se queste non bastassero, ne ha generate anche di nuove.

La controversia tra Domodossola e Verbania, dall’andamento in verità piuttosto unidirezionale, ha ormai storica anche se poco onorevole tradizione; in questo specifico caso poi, la disputa investe direttamente le due città per cui il copione è, per così dire, già scritto. Meno scontato invece, se non addirittura del tutto imprevisto, è stato il rifiuto, in sede di rappresentanza dell’assemblea dei sindaci dell’ASL del VCO, da parte di Omegna del documento Marchionini orientato al mantenimento di entrambi i DEA esistenti (e solo in subordine di quello di Verbania) e l’adesione al documento Cattrini che chiedeva tout court la chiusura di quello verbanese.

Nel motivare la scelta la sindaca Mellano ha indicato motivi “tecnici ed economici”, che non mi risulta siano stati ulteriormente specificati. Tanta lapidarietà sembra però insufficiente a fronte di una scelta di campo così netta, impegnativa e, a parere di molti, sorprendente; non soltanto perché appare contraria proprio a quelle logiche tecnico-economiche invocate (si veda l’analisi di Claudio Zanotti, qui su Verbaniasettanta), ma anche per l’impostazione e le discutibili argomentazioni del documento ossolano e, più ancora, per il rispetto che invoca la geografia che mostra la palese prossimità di Omegna (e del Cusio) all’ospedale di  Verbania (17 km) rispetto a quello  domese (41 km), uno scarto che rende tutt’altro che indifferente l’alternativa.

Per queste ragioni, per comprendere ciò che forse a me e ad altri sfugge, e non certo per un intento polemico di cui proprio non avverto l’opportunità e tanto meno la necessità, sarebbe importante poter capire come si argomenta una scelta che, al di là del fatto che incida più o meno sull’esito finale della vicenda, si configura come dirompente.

Certo è che, come scrive Zanotti, questa ennesima diatriba tra territori “travolge quel che resta (poco, quasi nulla) del Vco”, cioè il fondamento stesso di quella aleatoria idea di provincia che per vent’anni è stata stentatamente e con scarsa convinzione praticata, sempre tentati da inclinazioni strumentali o localistiche e ostacolati da ricorrenti pulsioni centrifughe. E ciò, tutto sommato, non è probabilmente un male, perché aiuta almeno a fare chiarezza, a rendere sempre più evidente ciò che era da tempo noto. Dispiace, ma è anche una definitiva sollecitazione a regolarsi di conseguenza, ad andare oltre. Senza indulgere in logori piagnistei, ma anche senza inopportuni squilli di fanfara.

Alla luce della scelta omegnese, la vicenda dei DEA, come ogni bravo pasticcio che si rispetti, rischia però di produrre un danno collaterale, probabilmente non previsto, perché mortifica anche quella che appare, almeno a chi si sforza di guardare avanti, una prospettiva concreta, sempre più necessaria nonché impellente: il processo di integrazione di quel segmento territoriale, a suo tempo denominato Conurbazione dei Laghi, che va da Verbania con il suo entroterra fino ad Omegna comprendendo comuni intermedi come Gravellona, Baveno, Casale C.C.; cioè quell’esteso agglomerato urbano, ormai privo di soluzioni di continuità, in cui maggiore è la prevalenza dei fattori di omogeneità sostanziale e che costituisce il bacino preferenziale e spesso ottimale per l’organizzazione e la programmazione di politiche territoriali sempre più difficilmente riconducibili entro gli angusti perimetri municipali e, ancor più, per la costruzione, mediante una pianificazione strategica capace di mobilitare le molteplici risorse comunitarie, di complessi processi di sviluppo economico e sociale di medio e lungo periodo altrimenti neppure ipotizzabili.

La difficoltà o, meglio, l’impossibilità fino ad oggi di riprendere il percorso di integrazione della Conurbazione dei Laghi, avviato anni fa e poi interrotto, già la dice lunga sui problemi che quella prospettiva incontra, che non sono soltanto quelli prosaici di cassa, di risorse, di tempo, dei mille impegni contingenti, prioritari o impellenti, ma sono, prima ancora, problemi di natura culturale: cioè la difficoltà di saper cogliere nei grandi e rapidi processi di cambiamento in atto l’irrinunciabilità e l’urgenza di profondi rinnovamenti innanzi tutto della visione politica, da cui far poi discendere modalità di azione adatte non ad “una società che cambia”, ma ad una società che è già cambiata e che ancora velocemente cambierà, evitando la trappola dei nuovismi di facciata, quelli che fanno cassetta per una stagione e poi lasciano tutto e tutti al punto di partenza.

Ora c’è il concreto rischio che la scelta omegnese rappresenti e, più ancora, venga percepita come una profonda frattura; che inneschi nuove contrapposizioni annullando ogni possibilità di ripresa nel breve e medio periodo di quel percorso e rinvii molto, molto in là nel tempo ogni eventuale superstite speranza, privando questo territorio di una delle poche chance di ripresa su cui può fare affidamento.

E allora è il momento di mettere sul tavolo quel paio di talenti che non possono mancare a chi si preoccupa, a vario titolo, del bene comune: saper distinguere e guardare avanti.

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