UN “EMPORIO” TRA COMPASSIONE E INTEGRAZIONE di Roberto NEGRONI

Questa iniziativa per un verso offre pragmatica risposta ad un problema reale presente nella società locale. Per un altro verso però, la scelta di dare vita, preferendola ad altre possibili soluzioni, ad uno spazio “separato”, che è oggetto paradigmatico di una visione non inclusiva della diversità, pare porsi in una prospettiva che non risulta coerente con quella logica inclusiva, reintegrativa e deistituzionalizzante dello svantaggio sociale che richiede modalità d’azione volte non a separare ma ad integrare e che, fattore non trascurabile, è storico retaggio e prassi consueta degli attori, pubblici e associativi, che operano in questo territorio.

L’apertura a Verbania dell’Emporio dei Legami, nella vecchia sede del Circolo Socialista di via Roma a Intra, è una risposta al conclamato bisogno di aiuto all’accesso al mercato alimentare che manifesta una consistente quota di popolazione ed è, nello stesso tempo, la rinascita nel segno di una sostanziale continuità di quello storico luogo cittadino.

Secondo notizie riportate dalla stampa locale, “sono un migliaio, secondo stime più ottimistiche 800, le persone che a Verbania faticano a mettere assieme pranzo e cena” (VCO24 del 16.02.2019), circa quattrocento famiglie in cui sono presenti bambini, giovani, adulti senza lavoro e vecchi soli. Non quindi una condizione di generica ristrettezza e privazione, condizione presente in strati ben più ampi della società, ma di una povertà che sconfina nell’indigenza, in cui alla penuria si sostituisce la mancanza dell’essenziale e dei mezzi per potervi accedere. Una condizione estrema che, stando a quei numeri, relega ai margini della vita sociale più del tre per cento della popolazione verbanese: una quota rilevante. Raramente la città, la cui storia dal dopoguerra ad oggi non è certo stata sempre rose e fiori, ha vissuto fasi altrettanto critiche.

L’apertura del social market trova perciò motivazione e sollecitazione in diffusi e pressanti bisogni largamente riconosciuti, come sta a dimostrare l’ampia convergenza a sostegno del progetto di enti, di istituzioni e dell’associazionismo sociale e, in quanto concreta risposta ad un problema riconosciuto, suscita una vasta e istintiva condivisione.

Ma induce anche a una riflessione.

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La storia del welfare italiano ha vissuto dagli anni Settanta del Novecento fino a tempi recenti un percorso piuttosto lineare, che si è sostanziato nella scelta di rinunciare ai percorsi, ai luoghi e agli spazi specificamente dedicati ad un accudimento/mantenimento separato dalla società in cui tradizionalmente erano relegate le diverse manifestazioni sociali del disagio, della disabilità, della marginalità, propri di una visione escludente del diverso, a favore di una opposta visione inclusiva, volta all’integrazione, capace cioè di ricondurre le “persone” portatrici di quegli svantaggi, come allora si diceva, entro i circuiti della socialità.

È sufficiente, per intendersi, richiamare alcuni dei passi più noti e significativi di quella conversione, come la legge 180/78 (legge Basaglia), la 517/77 (abolizione delle classi differenziali), la 663/86 (legge Gozzini), la 104/92 (diritti delle persone con disabilità), nonché tutti quei processi di destituzionalizzazione che portarono a preferire soluzioni comunitarie (e spesso micro-comunitarie) inserite nel tessuto urbano e sociale al tradizionale ed estraniante ricorso alle grandi strutture.

Un processo tendente perciò ad escludere il ricorso a luoghi, a spazi e a percorsi separati per le situazioni di svantaggio sociale, perché marginalizzanti, cioè più ancora escludenti di quanto già lo svantaggio di per sé esclude; un processo, invece, espressamente e programmaticamente mirato all’integrazione (o reintegrazione) e, ove possibile, al riscatto sociale mediante tutte le forme e i modi propri dell’inclusione nel circuito delle relazioni sociali.

Negli ultimi decenni – complici la velenosa miscela generata dalla crisi fiscale degli Stati, dalla conseguente crisi dei sistemi statali di welfare, dalle più recenti crisi economiche, dal dilagante verbo neo-liberista e dalle risorte chiusure identitarie promotrici di frammentazioni e di egoismi sociali – si fanno incalzanti i segnali di un rallentamento dell’anzidetta prospettiva inclusiva e di un riemergere di visioni tendenzialmente (quando non esplicitamente) marginalizzanti e re-istituzionalizzanti rispetto alle situazioni di svantaggio sociale. Le quali, più che in forme radicalmente escludenti (ma l’approccio alla questione immigrazione dell’attuale governo italiano qualcosa ci sta facendo vedere), paiono manifestarsi in quelle modalità proprie del conservatorismo americano, con un approccio al problema che viene definito compassionevole, in cui, più che l’ispirazione samaritana, sembra però prevalere il paternalismo padronale.

I ceti benestanti, un po’ per pietismo e un po’ per prevenire maggiori conflitti, si incaricano di provvedere, sia con organizzazioni proprie che con apparati pubblici, a mitigare le sofferenze di chi sta ai gradini più bassi della società, operando però una snaturante semplificazione di una questione notoriamente complessa (l’aggravarsi storico delle disuguaglianze nelle società progredite), cioè senza una programmatica finalità di riscatto e avallando una sostanziale logica di separazione in cui spazi, luoghi e percorsi di vita sociale rimangano o tornino ad essere separati, entro un quadro concettuale di una società frammentata e classista. Torna l’antica regola: ciascuno al suo posto.

Questa prospettiva non è estranea al nostro Paese: se ci limitiamo a considerare anche soltanto quei provvedimenti normativi citati in precedenza, ci rendiamo conto di quanto ciascuno di essi sia stato e sia oggetto di crescenti ripensamenti, spesso indotti da difficoltà, carenze ed errori attuativi, ma anche e sempre più dall’emergere anche in Italia, non diversamente che in altri Paesi, di estesi moti di reazione orientati, più o meno consapevolmente e intenzionalmente, ad azzerare cinquant’anni di progresso sociale.

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Indicatori di queste tendenze sono le ricorrenti tentazioni e le spinte verso un ritorno a nuove forme di istituzionalizzazione di situazioni che proprio nella liberazione da rigidi ed estranianti vincoli avevano trovato nuovi percorsi di emancipazione (a ben vedere, è questo uno dei rischi che corrono iniziative pure meritorie come gli Empori della Solidarietà cui l’iniziativa verbanese si ispira).

È la collocazione in questo difficile contesto che rende emblematica una iniziativa in sé positiva quale è l’apertura dell’Emporio dei Legami, dando luogo a un dilemma che però può, offrendo occasione di riflessione e confronto, risultare salutare.

Questa iniziativa infatti, per un verso, senz’altro offre pragmatica risposta ad un problema reale presente nella società locale. Per un altro verso però, la scelta di dare vita, preferendola ad altre possibili soluzioni, ad uno spazio “separato”, che è oggetto paradigmatico di una visione non inclusiva della diversità, pare porsi in una prospettiva che non risulta coerente con quella logica inclusiva, reintegrativa e deistituzionalizzante dello svantaggio sociale che richiede modalità d’azione volte non a separare ma ad integrare e che, fattore non trascurabile, è storico retaggio e prassi consueta degli attori, pubblici e associativi, che operano in questo territorio.

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Le acute riflessioni di Roberto Negroni richiamano alla memoria un episodio solo apparentemente minore della breve e sciagurata stagione destro-leghista (2009-2013). La Giunta decise allora di dirottare le persone assistite dal Comune dalla mensa sociale di Villa Olimpia, dove pagavano il pasto con il buono/ticket dato loro dai servizi sociali dell’Amministrazione, a un’apposita, separata “mensa per poveri” realizzata con mezzi (e personale) di fortuna in un locale dell’ex “Rosa Franzi” di Intra. Allora il centrosinistra in minoranza contestò la scelta, sostenendo che il pranzo consumato nelle stesse sale di Villa Olimpia dall’impiegato della banca o della Prefettura “in pausa” e dalla persona in condizioni di bisogno significava autentica volontà di integrazione “entro i circuiti della socialità” di tutti i cittadini. Come analoga volontà esprimeva, ad esempio, la scelta di assegnare spazi di emergenza abitativa alle persone in difficoltà entro edifici (la stessa villa Olimpia o immobili residenziali del Comune) ove stabilmente risiedevano persone in condizioni di “normalità” socio-economica e non in qualche più o meno improvvisato “dormitorio”; o la scelta di gestire i progetti “pasti a domicilio” e “s-corta” (utilizzo dei cibi freschi prossimi alla scadenza recuperati presso i supermercati) attraverso i servizi della mensa sociale “Gattabuia” di Villa Olimpia, che si rivolgevano indistintamente a chi poteva e a chi non poteva pagarseli, garantendo attraverso la mediazione operativa del Comune la riservatezza delle persone, l’inclusività della prestazione e “socialità universale” del servizio. Integrazione e non separazione. Socialità e non “compassionevolismo”.  (c.z.)

 

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