UN MONUMENTO DI MEMORIA E DI LIBERTA’

La testimonianza estrema di queste persone,  i cui nomi queste pietre rendono indelebili, costituisce uno dei patrimoni più preziosi di cui nel ‘900 si è nutrito il nostro paese. Un giacimento di valori morali e civili alimentato da tre grandi idealità: la dedizione ad una causa che ci trascende; l’assunzione di una responsabilità di fronte alla propria comunità; il sacrifico di sé per affermare il valore non negoziabile della libertà.

Orazione ufficiale per l’inaugurazione del restauro del Monumento ai Caduti sul lungolago di Suna   –   Suna, 6 dicembre 2014

Confesso di prendere la parola con emozione, con “timore e tremore” in questo luogo ad un tempo così significativo e così familiare, così ricco di richiami simbolici e così consueto nella comune e ormai lunga, lunghissima frequentazione degli spazi del nostro paese. Emozione, timore e tremore nascono anche dalla vostra presenza: intorno a questo monumento sono raccolti i miei compaesani, coloro che mi hanno visto prima bambino, poi ragazzo e infine uomo, e coloro che – appartenendo ad una stessa generazione – come me hanno condiviso i lunghi decenni di una comune esperienza di vita; accanto a voi, mescolati con voi, partecipano a questa cerimonia inaugurale le autorità cittadine, che saluto e ringrazio nella persona del sindaco, Silvia Marchionini, che con la loro presenza sottolineano il carattere ufficiale e solenne di questa cerimonia.

Io non ho titoli né politici né culturali per rendere un’orazione: non rivesto cariche pubbliche, non rappresento realtà associative e non ho un profilo professionale di “scienziato” della storia. Devo questa fatica – e questo onore – al presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Suna, Mario Agnesina, che con amichevoli, reiterate sollecitazioni mi ha chiesto di aiutare una riflessione comune in questa giornata così particolare. Per questa ragione le brevi parole che mi accingo a condividere con voi non hanno alcuna pretesa di “orazione”, ma vogliono essere piuttosto una riflessione personale, quasi privata.

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E questa riflessione nasce da una considerazione per qualche verso paradossale e forse provocatoria: questo luogo, questo segno, come tutti i luoghi e tutti i segni “monumentali”, è stato pensato e voluto innanzitutto perché PARLASSE; eppure, nel corso degli anni e dei decenni questi stessi luoghi hanno via via affievolito la loro voce, sino a diventare molto spesso dei luoghi silenziosi, talvolta “muti”, che noi stessi stentiamo a riconoscere come qualcosa d’altro – di più alto, di più nobile – di uno spazio urbano divenuto ormai consueto e familiare. Perché ciò è accaduto? Questo è l’interrogativo, questa è la provocazione.

I monumenti alla memoria dei caduti – e in particolare dei soldati caduti nel corso della Grande Guerra – sono stati molto spesso voluti dalla popolazione subito dopo la conclusione del conflitto mondiale, quando si è rivelato in tutta la sua tragica ampiezza il tributo di sangue e di vite pagato a quella che con lucida e sofferta lungimiranza papa Benedetto XV aveva chiamato “l’inutile strage”. Per i Sunesi, che già pochi mesi dopo Vittorio Veneto inauguravano, tra i primi sul lago Maggiore, la lapide che ancora oggi vediamo sull’ingresso di palazzo Cioia, “inutile strage” significava la morte di quasi trenta giovani del paese: un prezzo altissimo e inatteso, come altissimo e inatteso è stato il prezzo pagato alla guerra dalla generazione che l’ha combattuta. Un prezzo che nelle nostre case e nelle nostre vie d’allora si rendeva visibile e concreto e diventava carne nel lutto delle madri e dei padri, nella disperazione delle vedove, nel dolore irrimediabile degli orfani. I caduti, allora, non erano i numeri della fredda contabilità dei bollettini dal fronte; erano i volti, i nomi, la voce, la figura familiare, l’andatura inconfondibile di Giuseppe Galli e di Bartolomeo Fattalini, di Mario e Pietro Sassi, di Andrea e Giovanni Spadacini, di Corrado e Ottorino Tozzi, di Alberto, Giuseppe e Bartolomeo Rossi. E di tutti gli altri giovani i cui nomi possiamo leggere sulla lapide di questo monumento e i cui profili riconosciamo ancora oggi, cento anni dopo, nei volti e nei nomi di molte famiglie del nostro paese. Il marmo della lapide di palazzo Cioia aveva allora un’eloquenza potente e persuasiva, pur nella sua semplice immediatezza: parlava a quei nostri compaesani e cercava di dare un senso alla sofferenza e alla riconoscenza, all’ammirazione e persino alla rabbia: voleva lenire – rendendo incancellabili almeno i nomi nella pietra – il destino oscuro e inspiegabile che si era abbattuto su quei trenta ragazzi. Rappresentava cioè la concretezza del dolore.

Non passò però molto tempo – anzi! – e quegli stessi luoghi – quei monumenti e quelle lapidi – diventarono nel ventennio mussoliniano i luoghi della celebrazione astratta e vanagloriosa del mito del nazionalismo, dell’esaltazione del “sangue versato per fecondare i gloriosi destini della patria”, della grandezza del rinato impero: in una parola, della mistica del fascismo. Il popolo, che ai nomi incisi nel marmo aveva affidato il compito di tenere viva la memoria del sacrificio dei propri giovani, ha avvertito immediatamente l’estraneità di una retorica roboante e strumentale, che piegava anche la sofferenza, anche il dolore, anche la  rabbia di chi era caduto al fronte e di chi era sopravvissuto all’affermazione di un’ideologia della sopraffazione, della superiorità, del dominio che di lì a poco avrebbe precipitato l’Italia nel baratro di un nuovo e ancor più devastante conflitto mondiale. Il vuoto parolaio del fascismo ha tolto la voce ai monumenti e alle lapidi della memoria. Il popolo infatti rifiuta la vuota sonorità della retorica della guerra e della vittoria e onora i suoi morti nel silenzio, nel rimpianto, nella riconoscenza

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La diffidenza per la retorica della guerra può forse aiutare a spiegare anche il silenzio dei protagonisti negli anni della riconquistata libertà. E’ un’esperienza comune a molti di noi quella di avere misurato la ritrosia e talvolta addirittura la reticenza dei nostri nonni, reduci della grande guerra, o dei nostri padri, militari dell’esercito nella seconda guerra mondiale e/o patrioti della Resistenza, quando venivano invitati o sollecitati a raccontare o anche solo “a parlare” della loro “guerra”. Quel silenzio, che allora accettavamo senza porci troppi interrogativi, oggi richiede forse un sovrappiù di sforzo per tentare di capirne le ragioni. A me pare che possano essere almeno tre le ragioni di quella reticenza. La prima nasce dall’aver personalmente misurato e drammaticamente sperimentato l’insensatezza della guerra sull’uscio della vita, nella giovinezza, quando cioè tutto richiama al futuro, alla costruzione del proprio destino, al compimento delle attese e delle speranze, alla fioritura della propria vocazione umana. Futuro, destino, attese, speranze, vocazioni: tutto poteva essere repentinamente spezzato e irrimediabilmente troncato, azzerato, reso nulla. Coloro che sono usciti vivi dall’insensatezza della guerra non hanno parole per spiegarla. E ciò che non si riesce a spiegare non può neppure essere con facilità narrato. La seconda ragione mi pare che possa trovarsi nel sentimento di pudore che avvolge le miserie e le altezze nel tempo straordinario e terribile della guerra. Chi dal turbine della guerra è stato travolto – e ne è uscito vivo – ha avuto il tragico privilegio di vedere e di fare diretta esperienza del bene e del male degli uomini nelle sue forme estreme. Del male si è vergognato come se fosse stato lui a compierlo; del bene ha misurato una grandezza che nei tempi della vita ordinaria è forse difficile far credere che sia esistita. Ma il pudore impedisce che se ne possa parlare con distacco o con disinvoltura. La terza ragione del silenzio è forse la più umana: chi ha attraversato il tempo della guerra avverte più di altri il bisogno di una lunga normalità, che in qualche modo possa risarcirlo – anche se mai completamente – dell’enormità della violenza che gli è toccato di sperimentare. E la normalità così a lungo invocata in una trincea o in campo di prigionia si nutre di presente e di futuro e non ama che le parole dolorose del passato ritornino a disturbarla.

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Torno dunque all’interrogativo con cui ho aperto questa riflessione: davvero questo luogo è stato per lungo tempo ed è ancora oggi “muto”? E’ davvero “il monumento” – così infatti abbiamo imparato a chiamarlo sin da piccoli – soltanto uno dei luoghi della nostra piccola toponomastica di paese? Io sono convinto di no, e non lo dico soltanto perché la nostra affollata presenza qui, oggi, riafferma la sua eloquenza, la sua capacità di parlare a noi, che viviamo un secolo dopo i primi eventi di cui esso è memoria. Questo arco così sobrio ed essenziale, dalle linee così nette e pulite, costituisce un’unica realtà, un solo lascito con la lapide di palazzo Cioia, con le lapidi che nella corte Gioberti, in via dei Partigiani, all’Acquetta, lungo via Troubetzkoy ricordano la morte di Teresa Binda, di Beniamino Cobianchi, di Felice Volpone, di Salvatore Grillo, di Arturo Bariatti, di Giuseppe Neri, di Nicola Trovato, che nelle strade del nostro paese hanno subito l’oltraggio della violenza e della morte. La testimonianza estrema di queste persone – e quasi sempre erano solo poco più che ragazzi! –  i cui nomi queste pietre rendono indelebili, costituisce uno dei patrimoni più preziosi di cui nel ‘900 si è nutrito il nostro paese. Un giacimento di valori morali e civili alimentato da tre grandi idealità: la dedizione ad una causa che ci trascende; l’assunzione di una responsabilità di fronte alla propria comunità; il sacrifico di sé per affermare il valore non negoziabile della libertà.

Ai nostri nonni e ai nostri padri è stata chiesta una testimonianza che a noi è stata risparmiata dalla storia. Essi hanno saputo corrispondervi degnamente, traendo tutta la forza necessaria da quel giacimento di valori morali e civili al quale poco fa facevo riferimento. In questo cammino non sono stati soli: li ha accompagnati e serviti un prete, don Carlo Oglina, parroco per 46 anni di questa comunità, punto di riferimento indimenticato e provvidenziale negli anni delle due guerre, che nel luglio del 1944 interviene in maniera determinante e risolutiva presso le autorità nazifasciste locali, ottenendo il rilascio di una quindicina di persone (tra queste mio nonno Carlo) rastrellate nelle settimane drammatiche del giugno di quell’anno. Ne fa fede una commossa lettera di ringraziamento a lui inviata dalle persone salvate, di cui conservo una copia tra le carte per me più preziose e significative. Permettetemi a questo punto una brevissima incursione nell’attualità triste e vergognosa di questi giorni: l’inchiesta di “mafia-capitale”, che scopre un intreccio ributtante di affarismo, corruzione e pura malvivenza nutrito da rapporti inconfessabili con la politica. E’ forse per questa Italia che sono morti i ragazzi di Suna nelle trincee del Carso, nei campi di prigionia, di fronte a un plotone d’esecuzione nazifascista?

Se la robusta consistenza della pietra di questo monumento tiene vivi – rendendoli visibili a tutti – il senso e il valore del sacrificio dei Sunesi che morirono nei due conflitti mondiali, in molte famiglie restano depositati documenti e testimonianze che costituiscono parte non piccola, ancorché privata, del nostro giacimento di valori, al quale abbiamo attinto nel corso della nostra vita. Concludendo questa riflessione, vorrei condividere con voi la mia piccola, personale “memoria”. Mio padre, diciottenne nel ’44, teneva sin dal ’42 un diario personale, simile a quello di molti altri adolescenti d’allora e di oggi. Si tratta di alcuni quaderni neri a righe, dei quali noi familiari siamo venuti a conoscenza solo dopo la morte improvvisa nell’agosto del 1981. Su di essi sono finiti i suoi pensieri e le sue giornate. L’ultimo di questi quaderni, che ho qui con me, si estende dal 1 dicembre 1943 al 10 giugno 1944. Mesi terribili, nel corso dei quali un ragazzo di diciassette anni matura le ragioni di una scelta che mette in gioco un’intera esistenza. Le pagine raccontano questo processo. L’ultima nota, brevissima (solo tre righe) è del 10 giugno e si limita a ricordare che qualche giorno prima sui muri del paese era comparsa la chiamata alle armi per la RSI della classe 1926. Nella stessa pagina un foglio volante datato 6 giugno e intitolato “La chiamata”:

E’ apparso su giornali il bando di chiamata alle armi del primo semestre del 1926. Questa volta sono stato pizzicato. Zanotti Pier Luigi, nato a Suna il 22 febbraio 1926, che cosa ti comanda di fare la tua coscienza, il tuo patriottismo, il tuo buon senso …… ‘coloro che non obbediranno a questo bando saranno considerati renitenti e trattati come tali’. Ah, ah, è il bando del duce del 18 febbraio che qui fa sentire la sua ronfa: fucilazione alla schiena. E sia, se mi pescano per me ci sarà un muretto bianco come ultimo panorama terreno. Meglio quello che una vigliaccheria. I miei genitori sono costernati. Io invece sono calmissimo. Ormai ho deciso. Non andrò!”. E così fu patriota nella “Valtoce”, combatté in Ossola e fu internato in Svizzera.

Il “non andrò!” di questo diciottenne di Suna mi accompagna e mi commuove da oltre trent’anni ed è il mio piccolo, domestico monumento alla libertà.

Claudio Zanotti

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