UN NUOVO OSPEDALE, UNA VERA PROVINCIA, UN GRANDE CAPOLUOGO di Claudio ZANOTTI

La nuova “crisi del decennio” innescata dalla localizzazione del nuovo ospedale certifica il definitivo fallimento della “provincia tripolare”, ingombrante e inutile totem fondativo che ci accompagna e ci danneggia da quasi trent’anni. Il Vco ha certamente bisogno di un nuovo ospedale, ma ancora di più di una vera provincia e di un grande capoluogo.

Il bagno di folla di sabato 16 novembre al Palabattisti di Verbania ha chiuso la prima fase della mobilitazione contro l’inutile e dannoso ospedaletto provinciale del duo Cirio-Preioni e a favore di un vero ospedale unico e nuovo da realizzare nel più tecnicamente idoneo dei tre siti individuati dai sindaci del Verbano nella piana baricentrica Gravellona-Feriolo-Fondotoce-Ornavasso in un documento (leggi qui, al punto 2) che ha raccolto oltre 11.000 firme in un paio di settimane. Tra l’altro, è stato motivo di soddisfazione per il gruppo redazionale di VB70 rilevare che il cuore della proposta contenuta nel documento dei sindaci riprende letteralmente e valorizza sul piano politico i contenuti del pezzo pubblicato il 1 novembre su queste pagine virtuali (leggi qui, prima e seconda proposta): un segnale importante di vitalità dell’area politica che si riconosce nel Centrosinistra, ancora in grado di proporre soluzioni largamente condivise per il valore intrinseco che esprimono. Chiusa questa prima fase, si impone qualche ulteriore riflessione. E questa volta in chiave “politicamente scorretta”.

Primo punto.

Il tempo delle (inutili) mediazioni è finito, come ha plasticamente dimostrato la vicenda del progetto di ospedale collinare a Ornavasso imposto (nei modi, nei tempi e nel posto sbagliati) dalla Giunta Chiamparino proprio quattro anni fa. Fu quella una scelta di evidente tatticismo politico-elettorale, pensata per ottenere l’assenso ossolano in forza della localizzazione di Ornavasso all’imbocco della valle.

Per quanto concerne la sanità ospedaliera, da anni ormai nel Verbano e nel Cusio ci siamo psicologicamente (e non solo) attrezzati a considerare Novara-Borgomanero, Varese e Milano come i veri ospedali hub e spoke. Lo sono da quando la filiera destro-leghista insediatasi tra 2009 e 2010 in Regione (Cota), Provincia (Nobili) e Comune (Zacchera) ha distrutto – non riuscendo a comprenderlo – il progetto dell’ospedale unico plurisede: progetto impegnativo e ambizioso elaborato da Valpreda/Artesio/Robotti con le Amministrazioni locali a guida centrosinistra tra 2006 e metà 2009, ma l’unico che realisticamente avrebbe potuto assicurare nel breve/medio termine un miglioramento complessivo della sanità ospedaliera del Vco, costruendo nel contempo le condizioni per realizzare nel medio-lungo termine un nuovo ospedale unico provinciale.

Contro il Plurisede (chi fosse interessato, può leggere qui come sarebbe dovuto essere, e non è stato e mai sarà) ha remato – tra 2010 e 2012 – la classe politica provinciale destro-leghista, trovando un’interessata e potente sponda nella burocrazia medico-primariale dell’Asl appoggiata dall’allora direttore generale nominato dalla Giunta Cota. A metà 2014 si insedia la Giunta Chiamparino, che prima seppellisce senza funerali e autopsia il Plurisede, poi impone nel novembre 2014 con un diktat (rimangiato) la chiusura di uno dei due Dea (quello del “Castelli”), resta muta per un anno e infine nel novembre 2015 in una manciata di settimane lancia la proposta “prendere o lasciare” dell’ospedale provinciale unico sulla collina di Ornavasso. Proposta discutibile e assai debole, come il gruppo redazionale di VB70 documentò (in tempo reale e completamente inascoltato) su queste virtuali colonne. Proposta tanto debole e discutibile che in quattro anni – nonostante il sostegno pressoché plebiscitario dell’Assemblea dei Sindaci dell’Asl – ha prodotto relazioni descrittive dell’opera e il rendering della struttura da utilizzare per  le slide nelle conferenze-stampa. Insomma, quattro anni per arrivare nei dintorni del punto zero.

Ha avuto così buon gioco e strada spianata l’arrogante e assurda provocazione del duo Cirio-Preioni di fare l’ospedaletto provinciale da 250 posti tra Villa e Domo per garantire la spendibilità di un po’ di stipendi pubblici nella città del sindaco Pizzi. E a questa arrogante e assurda provocazione la risposta non potrà che essere un’opposizione a tutto campo sostenuta da una controproposta immediatamente percorribile , visto che tra Ornavasso pianura, Gravellona/Feriolo e Gravellona/Fondotoce ci sono ben tre aree potenzialmente idonee per un vero ospedale unico provinciale da 350 posti. Poi non se ne farà nulla, ma come detto già da ora i nostri hub e spoke stanno tra Novara, Varese e Milano (e Borgomanero).

Secondo punto

La nuova guerra sulla sanità ospedaliera (leggere qui l’abbondante silloge di articoli degli ultimi 9 anni) altro non è che l’ultima manifestazione di quella “sindrome del decennio” di cui si parla in questo articolo, antico ma attualissimo. La sindrome del decennio è l’ossessione del cupio dissolvi che con regolare e impressionante ciclicità ogni dieci anni travolge il Vco e certifica l’invincibile immaturità non solo della sua classe politica, ma anche del suo tessuto civile e sociale. La fiammeggiante meteora dell’Uopa a ridosso degli anni ’80; la guerra del “doppio capoluogo” nel 90-92; lo scontro sull’ospedale unico a Piedimulera all’inizio degli anni 2000; il blitz della Regione destro-leghista (come sempre…) nel 2011 per cedere il “Castelli” ai privati e a fare del “San Biagio” l’ospedale unico provinciale; ora, alla regolare scadenza del decennio, ancora l’ospedale come totem identitario dell’Ossola.

Sul terreno resta il cadavere politico della Provincia “tripolare”, dopo un’agonia iniziata con l’amministrazione destro-leghista del 2009 (quella, per intenderci, che ha causato il dissesto finanziario plurimilionario sui canoni idrici), divenuta inarrestabile già nel 2011 (leggi qui) e consumatasi vent’anni dopo la sua istituzione per decreto: insomma, fine della storia. Da oltre sette anni il cadavere della “Tripolare” viene trascinato qua e là, simulando una residua vitalità che da tempo ormai nessuno vede ma che non si ha il coraggio di dichiarare.

Non si tratta però di buttare il bambino (l’istituzione “Provincia”) con l’acqua sporca (l’interpretazione fallimentare del suo totem fondativo, cioè la “Tripolarità”). Al contrario, si tratta di operare su due piani: da un lato mettere “in sicurezza” la Provincia come articolazione istituzionale (e costituzionale) del territorio, grazie alla quale i cittadini del Vco hanno visto crescere in qualità e quantità numerosi servizi pubblici di competenza statale, regionale e provinciale, accessibili senza doversi sobbarcare lunghe trasferte a Novara; dall’altro, sgombrare il campo dalla mitologia tripolare, generatrice esclusivamente di tensioni localistiche che hanno lacerato e immobilizzato il territorio e hanno causato i maggiori problemi proprio alla “subarea” – quella ossolana – il cui ceto politico le ha forsennatamente cavalcate con una spregiudicatezza autodistruttiva.

Terzo punto

Pienamente consapevoli del declino irreversibile della “Tripolare”, già nel maggio del 2012 scrivevamo testualmente: “Siamo probabilmente al “tana libera tutti”, all’interno del quale anche (e soprattutto) la città di Verbania ha il dovere di ripensare radicalmente il suo futuro. Dove indirizzare il nostro sguardo? Ancora, in via esclusiva, all’entroterra montano e alpino del Vco, come è stato fatto per quasi cinquant’anni…..con una generosità oggi mortificata? Oppure è tempo di guardare al potenziale straordinario rappresentato dal lago e dalle sue sponde verbanesi, novaresi, varesine e ticinesi? Si sta chiudendo un’epoca e la politica non può limitarsi a contemplarne il disfacimento.”

Bene. L’epoca si è davvero chiusa. Dunque, che fare? Se considerassimo solo il destino di Verbania, in attesa dei primi atti di programmazione pluriennale dell’Amministrazione insediatasi da pochi mesi, potrebbero tornare utili alcuni spunti contenuti in contributi ancora abbastanza attuali (qui e qui). Ma l’archiviazione de facto della fallimentare “idea tripolare” impone un sovrappiù di visione, che contribuisca a ridefinire in maniera del tutto nuova il profilo di una città capoluogo di provincia. E già la definizione di “città” sembra andare stretta. Meglio sarebbe se si mettesse coraggiosamente a tema la necessità di andare oltre la cinta daziaria comunale tracciata nel ’39 e parlare di “area capoluogo”, assumendo e valorizzando il concetto di conurbazione, di cui s’è parlato di recente proprio in materia di ospedale unico (vedi qui). Il continuum demografico, urbanistico ed edilizio che dai Comuni dell’immediato entroterra verbanese si prolunga verso Gravellona, Baveno e Mergozzo (ma non è azzardato considerare anche Casale Corte Cerro e persino Omegna) esprime un’integrazione di servizi e di funzioni, un’omogeneità territoriale e una consolidata, comune esperienza di indirizzi progettuali e pratiche di pianificazione alle quali è tempo di dare una definitiva e permanente veste giuridico-amministrativa.

Si tratta insomma di passare da una città-capoluogo di 30.000 abitanti a una vera conurbazione-capoluogo (magari come nuovo Comune unificato: “Città dei Laghi”) di almeno 50.000 abitanti in grado di esprimere politiche comuni, di gestire unitariamente servizi già oggi sovramunicipali e di proporsi con una voce sola agli interlocutori istituzionali (Provincia, Regione, Stato), associativi e di categoria. A questo obiettivo avevano iniziato a lavorare sin dal 2006 dieci Amministrazioni Comunali (leggi qui) di quella che allora venne chiamata “Area dei Laghi”, sulla base di orientamenti e indirizzi (leggi qui) che tredici anni dopo appaiono non solo pienamente attuali, ma addirittura troppo timidi nel proporre le ragioni di una convergenza di intenti e di un processo di fusione in grado di costituire quella “massa critica” indispensabile (oggi molto più di ieri) per dare attuazione a una provincia che, a trent’anni dalla legge istitutiva (la n. 142 del giugno 1990), ha inanellato più fallimenti che successi.

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