DI COSA VIVRANNO I NOSTRI FIGLI?

Sei proposte per irrobustire il tessuto produttivo di Verbania e reinterpretare quella “differenziazione” di settori economici che ha sostenuto la città per un ventennio: turismo stanziale, turismo “di lago” e di fruizione, economia “di prossimità”, attrattività cittadina e servizi socio-sanitari e riabilitativi.

Per il problema centrale della nostra città – ovvero la questione lavoro – non esiste la ricetta miracolosa o la trovata risolutiva, a meno che non si voglia spacciare per tale qualche  semplificazione a slogan buona solo per attirare i gonzi in campagna elettorale (“la capitale dei laghi”, per esempio). Per questa ragione è indispensabile ragionare ed agire su tempi medio-lunghi, non prima magari di avere messo mano ad azioni immediatamente realizzabili  come quelle indicate in un nostro precedente articolo.

Nell’arco temporale compreso tra i primi anni ’90 e la fine dello scorso decennio, la tenuta socio-economica ed occupazionale della città è stata garantita – dopo il crollo rovinoso del tessuto macroindustriale tra gli anni 70 e ’80 – dalla faticosa ma riuscita ricostituzione di un equilibrio tra diversi settori produttivi: il consolidamento di un’industria manifatturiera di dimensioni medio-piccole; l’espansione progressiva del terziario commerciale; l’estensione del settore turistico con l’ “esplosione” di quello en plein-air; il rafforzamento dei servizi locali (in particolare: ciclo idrico, ciclo dei rifiuti, socio-assistenziale, scuola-formazione); la crescita del terziario pubblico statale, “figlio” delle articolazioni provinciali dei servizi dello Stato.  Risultato? Più occupazione, più reddito disponibile, più lavoro stabile, più consumi.  I fattori propulsivi di questo processo sono stati quattro: l’istituzione della nuova provincia, la grande infrastrutturazione viaria (autostrada e superstrada), il sostegno alla riconversione produttiva (la presenza di Gepi, di Saia-Tecnoparco, i finanziamenti europei per le aree “a declino industriale”, il ruolo determinante del Comune e delle sue aziende di servizi).

Da questa storia bisogna oggi ripartire, avendo piena consapevolezza di ciò che si è perduto e di ciò che si è preservato. Il primo passo consiste nel riconoscere lucidamente i due mutamenti che hanno fiaccato il sistema-Verbania virtuosamente costruito in meno di vent’anni: il tracollo del settore industriale, iniziato con la “storia criminale” di Tubor e drammaticamente proseguito in questi cinque anni di crisi globale; l’indebolimento e la contrazione del terziario pubblico locale e statale, determinato dalla crisi della finanza pubblica e – all’interno di essa – dell’istituto “provincia”. Le conseguenze sono state una crescente, incontenibile disoccupazione giovanile e una drastica diminuzione dei redditi disponibili in una fascia non piccola della popolazione attiva (passaggio dagli stipendi alle indennità di cassa integrazione e di disoccupazione, quando non l’immediata perdita di ogni reddito per licenziamento), all’interno di una città che già vede un numero elevatissimo di pensionati a reddito medio-basso. Di qui, a cascata, la grave crisi del settore commerciale “maturo”e dell’edilizia con parte del suo tradizionale indotto: se in città i giovani non trovano lavoro e continuano a pesare su famiglie con redditi fermi o in progressiva diminuzione, non si comprano beni (soprattutto durevoli) e non si investe nella casa. In questo quadro, va considerato un successo la “tenuta” pur faticosa della grande distribuzione, del turismo e dell’artigianato di servizi.

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Cosa debba fare un sindaco, lo abbiamo già ricordato: porre il lavoro al centro della sua azione e dei suoi pensieri. Al centro della macchina amministrativa comunale, al centro delle realtà associative che rappresentano il tessuto produttivo, al centro della rete formativa ed educativa della città. Sarebbe già molto, ma non certamente tutto. E’ infatti indispensabile individuare e circoscrivere con chiarezza le attività (del tutto nuove o profondamente rinnovate) sulle quali concentrare ogni sforzo e ogni risorsa. Proviamo a indicarne sei:  nessuna pretesa di completezza, ma il desiderio di fornire una prima, concreta occasione di approfondimento, nel solco della tradizione di governo del Centrosinistra verbanese.

Turismo stanziale. Il settore in questi anni ha resistito, incrementando leggermente i numeri di presenze/arrivi grazie ai campeggi, molto gettonati in tempi di vacche magre. La città però dal turismo en plein-air ha ritorni molto scarsi, poichè i campeggi sono lontani dai centri abitati e sono stati “pensati” per garantire una sostanziale autosufficienza sia logistico-commerciale sia ricreativa. Ovvero, il campeggiatore lì arriva e lì rimane: per “liberarlo” e risucchiarlo in città non c’è altro che la pista ciclabile Fondotoce-Suna. Delle quattro tipologie di turismo stanziale (di fascia alta, en plein-air, di resort e alberghiera tradizionale) due a Verbania non esistono e vanno realizzate: quella di fascia alta (qualità ricettiva elevatissima e impatto ambientale/volumetrico molto basso) nell’area ex Eden, recuperando il progetto impostato nel 2008 da Comune e proprietà e poi abbandonato dai destro-leghisti, e nell’area ex Villa Poss (per le compatibilità, leggi qui, qui e qui); quella di resort nell’area ex Colonia Motta, incalzando e stanando finalmente gli eredi Gabana, che da oltre sei anni (!!) dispongono di un contratto urbanistico esecutivo per il recupero integrale dell’area e dei suoi edifici (1.000 posti-letto a regime) ma non hanno ancora fatto nulla.

Turismo di lago. Si tratta in sostanza di una forma di “turismo di fruizione” teso alla piena valorizzazione del potenziale straordinario rappresentato dal lago e dalle sue sponde verbanesi, novaresi, varesine e ticinesi. Diventa indispensabile programmare e pianificare su un arco temporale medio-lungo una serie di interventi per riconsegnare ai turisti i 12  km di lungolago compresi tra la Riserva di Fondotoce e il Circolo Velico, lavorando a sei progetti: un percorso ciclopedonale ininterrotto e in sicurezza; un congruo numero di attracchi per imbarcazioni da diporto; un’offerta ulteriormente arricchita di spiagge e spiaggette attrezzate; un complesso di strutture ricreative (piscine, parchi a lago, punti di ristoro); la creazione di servizi ad hoc (ad esempio, bike sharing, noleggio imbarcazioni, motoscafi…); la ricostruzione del porto turistico. Presupposti indispensabili: la progressiva pedonalizzazione (parziale e totale) di tutta la fascia a lago; la riqualificazione delle pavimentazioni e dell’arredo urbano e vegetale.

Turismo culturale. La presenza in città di importanti istituzioni e strutture culturali ed espositive (il Museo del Paesaggio con le sedi dei palazzi Viani Dugnani e Biumi Innocenti e della Casa Ceretti, l’intero complesso di Villa Giulia, Villa San Remigio, Villa Taranto, Villa Maioni, l’Archivio di Stato) reclama un sovrappiù di integrazione e di valorizzazione che potrebbe irrobustire un filone (quello appunto del turismo culturale) fermo a un livello embrionale. In questo senso appaiono ancora molto attuali le considerazioni proposte su queste pagine nel 2012 da Pier Angelo Garella, alle quali rimandiamo (leggi qui e qui).

Riabilitazione socio-sanitaria. Anche in questo caso si tratta di riprendere e portare a maturazione un’azione già avviata sul piano urbanistico dalle Amministrazioni di Centrosinistra. La qualità paesaggistica e ambientale della città e dell’area circostante costituisce un valore aggiunto straordinario per l’insediamento di strutture socio-sanitarie e riabilitative; e anche in questo caso esiste un contratto urbanistico esecutivo con l’Istituto Auxologico finalizzato alla realizzazione a Intra di un centro medico riabilitativo di 120 posti-letto alle spalle di Villa Caramora, “pianorizzando” parte dei letti di Piancavallo. Deve partire senza ulteriori indugi. Ma la presenza sul nostro territorio di alcune strutture inutilizzate o sottoutilizzate dovrebbe costituire per la futura Amministrazione un potente stimolo a “fare incontrare” proprietari degli immobili e soggetti interessati a destinazioni, come quelle socio-sanitarie e riabilitative, ad elevato impiego di  manodopera qualificata.

Città attrattiva. Verbania è (stata) una città dai molti primati, conseguiti in ambito ambientale (Ecosistema urbano, qualità dell’aria e delle acque di balneazione, aree verdi, spazi ciclopedonali) e per le buone pratiche di governo (edilizia scolastica, LiberoBus, sistema formativo, videosorveglianza, raccolta differenziata, gestione finanziaria). Dispone inoltre di due reti (per ora non integrate) di fibra ottica e dispone di una discreta copertura di connettività wi-fi in spazi pubblici. Partendo da queste precondizioni virtuose, nel Programma territoriale Integrato (PTI, 2008) e nel Programma Integrato Sviluppo Locale (PISL, 2007) è stata studiata la possibilità di rendere attrattiva la città per coloro che, svolgendo attività e professioni “immateriali” ad elevato contenuto di creatività/innovazione nella congestionata “cintura” metropolitana della Lombardia occidentale, fossero interessati a “delocalizzare” studi professionali e residenza in una città come la nostra, “a misura d’uomo”, di grande valore ambientale, con servizi pubblici di buona (e in più casi elevata) qualità e ben servita da reti (autostradali e digitali). In altre parole, lavorare “come se” si fosse a Milano o nel suo hinterland, risiedendo e operando in una città molto più vivibile. Rete autostradale, banda larga, connettività diffusa; sistema scolastico efficiente, presidi socio-sanitari e riabilitativi efficaci; servizi pubblici innovativi e qualità ambientale al top delle buone pratiche: potrebbero davvero essere questi i presupposti per alimentare un’immigrazione di professionisti di valore e di pensionati benestanti in grado di elevare la capacità di consumo e di qualificare ulteriormente sotto il profilo sociale e culturale la città.

Economia “di prossimità”. In un quadro di ripensamento complessivo del nostro futuro, uno sguardo al passato, e cioè all’economia di territorio. Nel corso del ‘900 le attività tradizionali – faticose e non remunerative –  sono state quasi completamente abbandonate. Eppure la pesca, lo sfruttamento dei boschi (selvicoltura, biomasse, manutenzione di sottobosco e sentieri), l’apicoltura e l’olivicoltura, l’agricoltura di piano e di terrazzamento, la frutticoltura, l’allevamento di piccola taglia possono forse ancora ritagliarsi uno spazio “di nicchia”, in grado però di restituire identità “fondativa” alla nostra terra, di alimentare una piccola ma non insignificante “filiera” di prodotti (alimentari e non) locali e di generare un tessuto di microimprenditoria giovanile (diretta e di indotto, magari anche artigianale) da affiancare a quella ben più solida e radicata della floricoltura verbanese. Terreno vergine e difficilissimo da dissodare, ma se non ora, quando?

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C’è lavoro per “massacrare” un sindaco e una valente squadra di collaboratori per almeno una decina d’anni. E c’è una sfida che riguarda e impegna non solo Verbania, ma una parte significativa dell’entroterra collinare e montano. Ma è una sfida che la città dei tre tornado non può permettersi di ignorare.

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