LA STORIA SGANGHERATA DEL TEATRO DI VERBANIA di Claudio ZANOTTI

Pensato in origine come teatro civico per “fare” città (identità, centralità urbana, cultura), il “coso” che oggi troneggia alla foce del San Bernardino ha conosciuto (solo virtualmente) nelle carte progettuali dell’Arroyo 2 il brivido di un destino polifunzionale e multimediale. Vocazione tradita poi nella fattualità dell’opera. E così ora al “coso” si impone di esistere e di operare come polo d’eccellenza culturale sul piano regionale, nazionale e magari internazionale, senza che nessuno mai abbia pensato e coerentemente progettato questo destino.

Mentre la questione-Cem (o “Maggiore”) continua a suscitare dibattito e polemiche (il nome, la sala da ballo, l’infilata di consulenze per capire come gestire la struttura, l’inaugurazione, l’appalto del ristorante…), potrebbe avere qualche utilità ripercorrere sinteticamente l’irrazionale e autolesionistico percorso che ha generato l’architettura alla foce del San Bernardino.

L’idea di dare alla città un nuovo teatro nasce nel 1999, quando la coalizione di Centrosinistra ne fa uno dei punti forti del proprio programma amministrativo per le Comunali di quell’anno. Vinte le elezioni, la nuova Amministrazione mette mano al progetto e nell’arco del quinquennio vengono definiti alcuni punti fermi, frutto di un ampio e significativo dibattito in Consiglio Comunale e sui media tra le forze politiche e con le realtà associative e culturali della città: il nuovo teatro sarà in Sassonia (più precisamente in piazza F.lli Bandiera) e avrà le caratteristiche di teatro civico a servizio dei bisogni culturali della comunità, contribuendo a rinsaldare un’identità storicamente “debole”; dovrà essere un segno architettonico di valore e contribuire in maniera determinante a realizzare (con il Terzo Ponte, costruito proprio in quegli anni)  la cucitura urbanistica tra Sant’Anna e la Sassonia e, più in generale, tra Pallanza e Intra. Insomma, consacrare con un nuovo teatro civico l’approdo di Verbania a”città”, sessant’anni dopo la nascita del Comune, e a capoluogo di provincia, dieci anni dopo l’istituzione della nuova realtà amministrativa.

Con le elezioni comunali del 2004 questo ambizioso e impegnativo disegno conosce una rapida e decisiva accelerazione, innescata dal fallimento e dalla chiusura del cine-teatro Vip (2005). Nell’arco di un biennio vengono ripresi, approfonditi e precisati i contenuti progettuali: una struttura a vocazione culturale – a 200 metri c’è “Casa Ceretti” – e non genericamente polifunzionale (una sala principale da 500 posti attrezzata per teatro, cinema, musica e spettacoli dal vivo; una sala più ridotta da 200 posti per il teatro amatoriale, le scuole e gli spettacoli a minore affluenza di pubblico; un ristorante/caffetteria a servizio della struttura, ma sempre accessibile; uno spazio commerciale di taglio culturale offerto alla città; il recupero dell’ex Camera del Lavoro per ospitare servizi comunali di natura culturale, informativa, turistica e amministrativa; un parcheggio interrato di 70 posti), un concorso europeo di progettazione, il reperimento di risorse finanziarie “fresche” per almeno la metà del costo dell’opera. E così parte tra 2008 e 2009 il cosiddetto “Arroyo 1”.

La vittoria destro-leghista del giugno 2009 modifica radicalmente questa prospettiva. Il “no al teatro!” della campagna elettorale viene dimenticato e all’ipotesi di piazza F.lli Bandiera viene sostituita quella dell’Arena: dapprima si parla di semplice “traslazione” da un luogo all’altro del progetto “Arroyo 1”, ma con il passare dei mesi lo snaturamento assume caratteristiche radicali (e devastanti): l’idea di teatro viene annegata nell’indistinto disegno “polifunzionale” del centro eventi multimediale (teatro, congressi, fiere, esposizioni, ristorante), il costo lievita da 13 a 20 milioni di euro (ma 10 milioni arrivano provvidenzialmente dai fondi PISU), la realizzazione dell’opera viene autorizzata dal Consiglio Comunale (novembre 2011) sulla base di un Piano di Gestione totalmente inverosimile e oggi completamente abbandonato.

Da un anno l’attuale Amministrazione ha messo mano al Cem e la struttura, non ancora completata né collaudata, viene ora”venduta” come cosa affatto diversa: non avendo nessuna caratteristica per diventare il centro per congressi, fiere ed esposizioni immaginato dal ridicolo Piano di Gestione del 2011 a causa di insuperabili e clamorosi limiti strutturali (leggere qui), si parla con sempre maggiore insistenza del mastodonte sul lago come di un centro culturale “di eccellenza” a vocazione “internazionale“, destinato ad accogliere “eventi” di elevatissimo valore artistico in grado di sostenere una gestione che si annuncia – questa è oggi l’unica certezza – straordinariamente onerosa. Tutto ciò facendo affidamento su una sala di poco più di 500 posti: pensata per un teatro cittadino nel cuore della città, traslata e irrimediabilmente “pasticciata” (la regia un po’ laterale e un po’ posteriore, gli accessi dei mezzi di servizio al palcoscenico assai sacrificati, il palcoscenico piccolo, le sale per le prove anguste…) in un inesistente centro polifunzionale sul lago e caricata oggi della responsabilità di accogliere spettacoli di risonanza nazionale e internazionale.

Pensato in origine come teatro civico per “fare” città (identità, centralità urbana, cultura), il “coso” che oggi troneggia alla foce del San Bernardino ha conosciuto (solo virtualmente) nelle carte progettuali dell’Arroyo 2 il brivido di un destino polifunzionale e multimediale. Vocazione tradita poi nella fattualità dell’opera. E così ora al “coso” si impone di esistere e di operare come polo d’eccellenza culturale sul piano regionale, nazionale e magari internazionale, senza che nessuno mai abbia pensato e coerentemente progettato questo destino.

E se l’ambizione fallisse? Poco male: al piano terra si potrà sempre immaginare una sala da ballo. Immaginare una cosa e il suo contrario. L’approdo sgangherato di una città che s’è persa per strada.

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