20 Giugno. Eccidio di Fondotoce

Interventi in occasione degli anniversari dell’Eccidio di Fondotoce 2006, 2007, 2008.

20 giugno 2006

Prendo la parola davanti a voi per la terza volta da quando sono stato eletto Sindaco e sento viva la trepidazione e l’emozione che questo luogo e questa ricorrenza, così importanti per la nostra comunità, sempre suscitano in me. Permettetemi quindi di rivolgere un saluto riconoscente a voi tutti, che siete qui oggi per irrobustire le ragioni della democrazia. Non ci troveremmo in questo luogo ogni anno, se tutto si riducesse a una stanca liturgia, a un rito imposto per abitudine.

In particolare il mio saluto riconoscente va al nostro nuovo Prefetto, Domenico Cuttaia, che per la prima volta partecipa a questa celebrazione, che pure ha avuto modo di conoscere nella sua precedente attività nelle province di Novara e del Vco. Nono sarebbe questa comunità quella che oggi lei conosce, signor Prefetto, se non ci fosse questo luogo, che ne fonda il profilo democratico e civile. La mia riconoscenza si estende poi ai volontari dell’Associazione Casa della Resistenza, cui dobbiamo la presenza quotidiana e appassionata a servizio in particolare dei giovani e delle scuole. Un saluto affettuoso raggiunga poi Carlo Suzzi, il Quarantatrè, che anche quest’anno ha voluto dalla lontana Thailandia ricordare il sacrificio dei suoi compagni d’allora. Il 4 ottobre dello scorso anno, alla presenza del Presidente della Repubblica, ho evocato il destino straordinario di Carlo Suzzi, sopravvissuto – e i casi di contano in Europa in pochissime unità – alla sistematica ed efficiente organizzazione dei plotoni d’esecuzione nazisti. La sua miracolosa sopravvivenza diceva già allora, proprio quando la violenza sopraffattrice del soldati tedeschi pareva trionfare sulla debolezza dei ragazzi destinati alla fucilazione, la superiorità irriducibile degli ideali dei patrioti, la cui vittoria si compiva proprio mentre essi morivano e diventava evidente e manifesta nella salvezza di Carlo Suzzi.

Permettetemi di aggiungere a questo saluto una sola considerazione. Qualche giorno fa, in occasione della celebrazione a Pallanza del Sessantesimo anniversario della Repubblica, richiamavo i cinque pilastri su cui si fonda d’allora la nostra democrazia: Antifascismo, Resistenza, Liberazione,. Repubblica, Costituzione. Di essi, l’antifascismo su azione essenzialmente morale: negli anni ’30 uno sparuto drappello di uomini seppero tenere viva un’altra idea d’Italia nell’esilio, al confino, in carcere: Alcide De Gasperi, Antonio Gramsci, Pietro Nenni, Carlo e Nello Rosselli, Luigi Sturzo si opposero – inermi, vilipesi, dimenticati – a un regime che mostrava il volto fasullo dell’Italia, il volto del mito dell’impero, dell’avventura coloniale, della legislazione antisemita, della scelta di combattere accanto ad Hitler. L’Italia più vera e autentica esisteva fuori dai confini del paese o nelle carceri, esisteva non nelle istituzioni piegate dalla dittatura ma nella coscienza di coloro che, all’apparenza dimenticati e resi quasi “invisibili” dalla repressione del regime, preservarono il seme del riscatto democratico della nazione.

Torniamo ora ai martiri di Fondotoce. Solo di ventinove dei quarantatrè  fucilati noi conosciamo i nomi; e sappiamo che  avevano in media poco più di 22 anni. Come poterono essi maturare, pur così giovani, le ragioni di una militanza così netta e impegnativa, così rischiosa, così estrema? Dove ha trovato la forza di morire, poco più che bambino, il diciassettenne Giuseppe Perraro, il più giovane dei martiri di Fondotoce? Io credo che la consapevolezza che animò questi ragazzi, nati e cresciuti sotto il regime fascista, trovi le sue radici della semina tanto feconda quanto difficile di coloro che dieci anni prima, mentre la dittatura di Mussolini sembrava conquistare un largo consenso degli italiani, con irriducibile fermezza seppero opporsi a una deriva morale e ideale cui non vollero mai rassegnarsi.

Per questa ragione la figura del giovanissimo Giuseppe Perraro, del ragazzo di diciassette anni che i nazisti non esitarono a uccidere sulle rive di questo canale, attinge la stessa grandezza morale, la stessa statura ideale, lo stesso profilo esemplare che noi riconosciamo ad Alcide De Gasperi, ad Antonio Gramsci, a Pietro Nenni, ai fratelli Rosselli, a don Luigi Sturzo, a coloro che da sempre veneriamo come i padri fondatori della nostra democrazia repubblicana.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

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20 giugno 2007

E’difficile – quasi impossibile – intervenire in questo luogo, accanto a questo tragico canale, dopo avere ascoltato le parole di Carlo Suzzi, che con la vivida immediatezza del testimone sopravvissuto – il Quarantatré – ci  ha fatto rivivere il dramma di quegli istanti: le invocazioni, le urla, gli spari. La commozione prende alla gola e ammutolisce.

Intendo comunque ringraziare innanzitutto i numerosi cittadini oggi presenti davanti all’alta croce: la loro partecipazione rende significativa questa giornata, perché testimonia di una memoria che non svanisce. Un pensiero particolare va ai molti e molti gonfaloni dei Comuni non solo del Vco, ma della Bassa Novarese e della Lombardia: da queste località proveniva infatti la più parte dei giovani patrioti fucilati sulla riva del canale di Fondotoce. La città di Verbania onora con devozione questi uomini e le comunità entro le quali hanno vissuto e maturato la loro scelta di libertà e democrazia: in loro riconosciamo gli artefici della nostra comunità civile.

Qualche giorno fa, partecipando nella raccolta quiete della Cappella della Pace a Santino alla celebrazione religiosa che costituisce un po’il prologo a questa giornata solenne e ufficiale, pensavo ancora una volta alle parole con cui Nino Chiovini ha voluto riassumere – nella premessa ai suoi “I giorni della semina” – la portata degli eventi del ’43-’45 nel Verbano. Mai, dice Chiovini, a memoria d’uomo questi luoghi hanno conosciuto fatti più sanguinosi, tragici, violenti, luttuosi di quelli che hanno contrassegnato quei diciotto mesi. Noi possiamo dire che non solo la memoria degli uomini, ma anche i documenti che narrano mille anni di storia di queste terre confermano questo giudizio. Ma se davvero alla generazione precedente alla nostra è toccato il privilegio, tutto negativo, di vivere la tragedia mai uguagliata del rastrellamento in Val Grande, quella stessa generazione di uomini ha saputo riscattare l’abiezione della guerra esprimendo una tensione unitaria grazie alla quale la nostra Patria ha conosciuto nel dopoguerra un periodo di prosperità, di sviluppo, di democrazia, di libertà mai sperimentata in precedenza. E pure i resistenti provenivano da storie politiche diverse e aderivano a visioni ideali divergenti e talvolta fortemente contrapposte! Ma ciò nonostante seppero far prevalete l’interesse della nazione a quello della propria parte politica, assicurando all’Italia un lunghissimo e ineguagliato periodo di prosperità e di progresso civile.

A fronte di questo risultato, oggi l’attualità di mostra un Paese profondamente e radicalmente lacerato. Un’attualità lacerata dalla fortissima opposizione che contrappone le parti politiche, quasi a voler affermare un’intenzione di radicale delegittimazione reciproca che rischia di travolgere l’intero Paese. Ma la lacerazione dell’attualità si rivela anche – forse ancor di più –  nella profonda separazione che via via avvertiamo tra la popolazione e i suoi rappresentanti politici, di cui danno conto ormai quotidianamente i mass-media e che si risolve nella contestazione dei “costi della politica” e nella percezione del ceto politico come “casta” di privilegiati ormai intenti solo a garantire la propria sopravvivenza. Da ultimo, la misura di una delegittimazione, di un disprezzo generalizzato per l’attività politica, non dissimile da quello che – a buon diritto e con molte buone ragioni – si era scatenato nel 1992, ma senza l’”afflato” moralizzatore che animava invece tanta parte di quella  ribellione civile.

Misuriamo dunque oggi la distanza tra le qualità morali e civili dei resistenti e dei patrioti che qui veneriamo e la degenerazione della politica di cui siamo da molti mesi ormai preoccupati spettatori. In questa difficile temperie può forse aiutarci la parola di Gianfranco Contini, ossolano, intellettuale grandissimo, filologo, storico della letteratura, che nei giorni della Repubblica dell’Ossola animava la vita civile politica della sua città. Scrive con grande semplicità e con altrettanto grande chiarezza Contini: “In città si sentiva dire che ‘su in Comune’ sedeva finalmente gente onesta e disinteressata; e sulla soglia degli uffici più delicati la folla ingombrava gli angusti corridoi senza soverchia burocrazia di anticamere e di orari. Nella vita civile dell’Ossola, in un’atmosfera di gaudio comune e di lavoro comune, si formava spontaneamente l’unanimità dei partiti intorno ai princìpi come all’ordinaria amministrazione”.

Questa è la lezione semplice ed eloquente che i martiri di Fondotoce ancora oggi ci trasmettono. Senza il riconoscimento di un terreno comune di valori tra le forze politiche, senza una forte e naturale legittimazione tra la popolazione e i suoi rappresentanti democraticamente eletti, il Paese deperisce e degenera – prima ancora che dal punto di vista sociale ed economico –  da quello morale, civile e ideale. E questo luogo incessantemente ci ricorda quali sono i valori che potranno salvare l’Italia.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania

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20 giugno 2008

Accingendomi a prendere la parola per la quinta e ultima volta nel corso di questo mandato amministrativo, durante il quale ho avuto il privilegio di essere Sindaco di questa città, sento con grande evidenza e grande chiarezza che non vi è in Verbania altro luogo più significativo ed eloquente che questo per cogliere il senso autentico e vero della nostra comunità: questo Sacrario è davvero il luogo più alto della nostra città e solo venendo in questo luogo – come ho voluto fare io il giorno immediatamente seguente la mia elezione a sindaco – è possibile misurare non solo la storia di Verbania dal momento della sua fondazione, ma anche la profonda e controversa mutazione morale, sociale e civile in atto nel nostro Paese e che riguarda proprio la lettura e l’interpretazione della vicenda storica nazionale.

Aiuta molto questa riflessione anche la presenza qui oggi di una così vasta rappresentanza di Comuni e di cittadini, che con la loro partecipazione confermano l’adesione ai valori che intendiamo ricordare. Un saluto particolare vada all’assessore del Comune di Marzabotto, la cui immane e indicibile tragedia accoglie anche il sacrificio dei 42 martiri di Fondotoce.

Da questo luogo così alto e così solenne torna a riproporsi l’interrogativo su quale sia il modo più adeguato di rinnovare e di attualizzare il lascito della Resistenza e il sacrificio di questi giovani patrioti. L’incessante e implacabile fluire degli anni e dei decenni ha opportunamente tolto a queste ricorrenze gli elementi di maggiore presa enfatica e retorica: noi oggi riconosciamo il lascito della Resistenza non tanto nella rievocazione delle azioni militari che l’hanno contrassegnata o nella celebrazione – pur doverosa – di gesta e atti eroici e neanche nell’indagine dei presupposti ideologici e politici che pure hanno motivato la militanza partigiana di migliaia e migliaia di uomini e donne. A noi oggi forse interessa di più misurare le ragioni di una scelta; interessa recuperare le testimonianza vive, dirette e personali di quei ragazzi, che possiamo conoscere attraverso i loro diari, le loro lettere, le loro testimonianza affidate alle persone più care, le azioni attraverso cui sono maturate le decisioni definitive e irrevocabili.

E’, in una parola, il lascito morale di una generazione che a noi interessa oggi approfondire, esaminare, riproporre alla riflessione collettiva dell’opinione pubblica. E’ un lascito morale di un’intera generazione, che riguarda sia coloro che sono morti in quei terribili mesi di guerra e di resistenza, sia coloro che – usciti vivi da quella prova terribile – hanno nei successivi decenni declinato la straordinaria tensione morale d’allora nella vita civile, professionale, familiare, sociale e politica: la grandezza dell’Italia in questi sei decenni di storia trova le sue radici più salde e più autentiche nel giacimento morale che la generazione dei resistenti ha trasmesso alla nazione sia attraverso il sacrificio supremo della vita, sia attraverso la quotidiana, diuturna azione che coloro che sono sopravvissuti hanno sviluppato nel cuore dell’Italia per tutta la seconda metà del ‘900. E se avremo la passione e la costanza di interrogare quei documenti così privati e così personali, scopriremo i presupposti per una lettura antiretorica e non eroicizzante della scelta resistenziale: scopriremo davvero le radici profonde di quel lascito morale cui facevo poco prima riferimento.

Io vado ormai coltivando una consapevolezza che diventa anno dopo anno sempre più solida e chiara. Quello che celebriamo e veneriamo oggi dinanzi a questa alta croce e a questo muro, muto ed eloquente, è l’unico patrimonio, è l’unico giacimento morale di cui dispone la nazione: se diventa irriconoscibile o illeggibile a causa della nostra indolenza, della nostra neghittosità, e della nostra ritrosìa; oppure se ne sfregiamo il volto, esasperando una contrapposizione ideologica tutta giocata sulle urgenze elettorali del momento, verrà ineluttabilmente meno il sentimento della nazione italiana e non avremo più nulla su cui edificare una nuova convivenza e una nuova civiltà.

Claudio Zanotti, sindaco di Verbania